Elvira Zuzana Marková
Lord Arturo Talbo John Osborn
Sir Riccardo Forth Iuriij Samoilov
Lord Gualtiero Valton Thomas Faulkner
Sir Giorgio Kihwan Sim
Sir Bruno Roberton Michael Porter
Enrichetta di Francia Bianca Andrew
Una donna Sofia Pintzou
Direttore Tito Ceccherini
Regia Vincent Boussard
Scene Johannes Leiacker
Costumi  Christian Lacroix
Video Isabel Robson
Luci Joachim Klein
Drammaturgia Zsolt Horpácsy
Maestro del Coro Tilman Michael
Chor der Oper Frankfurt
Frankfurter Opern und Museumsorchester

 

I puritani di Vincenzo Bellini sono il capolavoro estremo del catanese, il quale poco prima di morire aveva approntato una versione per il San Carlo, che non ebbe in realtà luogo, diversa in più punti dalla versione parigina. Quest’ultima era risultata in effetti troppo lunga e non si sa bene in quale momento (se durante le prove o durante le prime rappresentazioni, cosa più probabile) la partitura fu un poco accorciata. Ma la musica rimase, sebbene depennata, e la memorabile esecuzione bolognese diretta da Mariotti con Florez e la Machaidze ripristinò tutto quanto scritto dal compositore. Non immaginavamo certo che anche qui a Francoforte avremmo sentito la medesima ricca versione, completissima in tutto. Una vera sorpresa, grazie all’intuizione del direttore italiano Tito Ceccherini, il quale ha proposto fin dalle prove la versione completa sottoponendola ai cantanti, che hanno tutti accettato di buon grado la sfida, con risultati ottimi.

I brani che hanno quindi arricchito l’esecuzione sono la più ampia frase della cabaletta dell’aria di Riccardo Forth, il rarissimo tempo centrale del terzetto Riccardo, Arturo e Enrichetta, un ampio episodio nel secondo atto tra Riccardo, Giorgio e il coro, il tempo di mezzo del duetto d’amore Arturo e Elvira e il loro finale a due che fa da ricco coronamento ad un’opera che, con una unica pausa, è durata 3 ore e 40 minuti.

Questa coproduzione con l’Opéra Royal de Wallonie di Liège ha quindi usufruito di una marcia in più grazie alle scelte del direttore che sono risultate vincenti. Tito Ceccherini oltre ad avere in repertorio opere dell’800 e del ‘900 ha diretto varie opere contemporanee, compresi lavori di Battistelli. Da apprezzare l’ottimo controllo dell’orchestra, sempre al servizio delle voci, mai coperte dalla ricchezza dell’orchestrazione di cui era in effetti orgoglioso lo stesso Bellini, conscio di aver compiuto un salto di qualità rispetto alle partiture precedenti nella ricerca di colori più vari e più vividi. Il maestro sceglie di sfruttare al meglio gli effetti spaziali della musica de I puritani: i quattro solisti cantano la preghiera fuori scena con la creazione di un momento di sospensione durante l’introduzione, i cori spesso si avvicinano e si allontanano dal palcoscenico e contemporaneamente suonano strumenti posizionati dallo stesso Bellini dietro le scene. Il direttore ha quindi creato dei bellissimi effetti moderni grazie agli strumenti “nascosti” e lontani: un’arpa, 2 clarinetti, fagotti, un controfagotto, 4 corni, l’organo nell’introduzione, la campana in Fa, 2 tamburi dalla sonorità incisiva con effetto particolare nel terzo atto con Arturo accerchiato dai nemici.

Lord Arturo Talbo, cavaliero e partigiano degli Stuardi è l’insuperabile John Osborn nella piena maturità della sua carriera. Apprezzato come Ramiro nella Cenerentola, Rodrigo nella Donna del lago, Hoffmann (come vi abbiamo informato in occasione della sua performance del 3 giugno alla Dutch Opera di Amsterdam su queste pagine) e tanti altri ruoli, affronta nei Puritani una delle pareti di roccia più invalicabili. La parte scritta per il fuoriclasse Rubini raggiunge le vette del Fa sovracuto, ma a parte questo tutta la scrittura gioca nella fascia acuta e sovracuta senza quasi lasciar respiro. Fin dalla sua Cavatina d’esordio “A te, o cara, amor talora” la tensione positiva sulla linea di canto è avvertibile portando la voce a toccare costantemente il la acuto, una nota chiara e squillante che emerge dalle altre 4 voci e il coro a mo’ di pertichino. Nel terzetto, quasi mai eseguito, “Se il destino a te m’invola” Osborn utilizza invece un delicato falsetto, con un canto raffinato e sospiroso che ben rispetta le voci di Enrichetta e Riccardo. Ancora più bravo nel lungo terzo atto che lo vede protagonista, in un vibrante recitativo prima della canzone languorosa del trovatore e superbo nel famoso Fa sovracuto del finale d’atto dove Osborn brilla con un suono virile e per niente artefatto. Una parte acuta che avrebbe spaventato chiunque è invece affrontata da Osborn con mille colori grazie ad una tecnica ineccepibile.

Sir Riccardo Forth è impersonato da Iurii Samoilov, giovane baritono di cui abbiamo avuto modo di apprezzare le qualità ne Le siège de Corinthe al ROF e a Madrid nel Gallo d’oro. La scrittura nata per Tamburini è parecchio insidiosa, non solo per la coloratura prevista nella prima aria. Samoilov viene a capo della difficile “Ah per sempre io ti perdei” in maniera magistrale, con una voce ricca e copiosa e una coda articolata che sembra non aver mai fine, coronata da una lunga cadenza esplicitata da Bellini in partitura. La cabaletta “Bel sogno beato” è un altro episodio sublime di bel canto e il baritono esegue anche la battute cassate con una frase avviluppata che sembra “autogenerarsi”. Nel famoso duetto con il basso la voce timbrata e dotata di squillo esalta le parole “Patria” e “Libertà” con un trionfale applauso a fine secondo atto.

Sir Giorgio è il basso Kihwan Sim che fa parte dell’ensemble del teatro di Francoforte ed è qui apparso in numerose produzioni, come La gazza ladra, Lucia di Lammermoor, Sonnambula, Rigoletto e Trovatore. Sia nel duetto con Elvira che nella cantabile Aria del secondo atto la voce risulta compatta e ampia, con colori marmorei in “Cinta di fiori” che sembra ispirare “Di provenza il mare e il suol” con il suo andamento perfettamente circolare e ondivago. Anche il duetto con il baritono risulta accurato, con ottimo esito finale.

Zuzana Marková ha dovuto affrontare la difficilissima parte di Elvira e ci è parso che le manchi ancora la tecnica e l’esperienza per un “ruolo Grisi”. Il ruolo le sta parecchio largo anche se la buona professionalità le permette di giungere alla fine dei lunghi tre atti con decoro. Nella famosa polacca del velo la voce è piuttosto chiara e gli acuti, di cui è ricca la partitura, non sempre risultano a fuoco. Cerca di passare veloce nelle parti che più le creano difficoltà senza indugiare sui preziosismi belliniani. Nell’ampia stretta del finale I risulta completamente coperta da Giorgio, Gualtiero e il coro. Meglio le mezzevoci di “O rendetemi la speme” e “Vien diletto”, cantato in maniera morbida, anche se sono sempre presenti lacune nella elaborata coda. Per onor di cronaca va detto che la Markova ha portato a termine la recita onorevolmente nonostante l’indisposizione annunciata prima dell’inizio dell’opera.

Lord Gualtiero Walton è Thomas Faulkner, buon basso qui impegnato soprattutto negli assiemi, che sostiene con una voce ampia e corposa. Enrichetta di Francia, sotto il nome di Dama di Villa Forte, è Bianca Andrew un buon mezzosoprano che ben contribuisce all’esito del terzetto in cui è impegnata. Si tratta di una parte secondaria ma importante per lo sviluppo della vicenda e quindi abbiamo apprezzato la giovane cantante come anche il Sir Bruno Roberton di Michael Porter nell’introduzione e finale primo.

La regia di Vincent Boussard parte da uno spunto interessante con un teatro in rovina o bombardato, con fantasmi che aleggiano ed escono da un pianoforte a coda interagendo con alcuni personaggi. Ma le idee non vengono sviluppate e il grigiore della scena che non cambia per 3 ore e 40 minuti risulta alla fine negativo per lo sviluppo della vicenda, tediando l’occhio. Qualche colpo di colore nei rossi dei costumi delle donne del coro non bastano a ravvivare il grigiore continuo e la mancanza di idee del regista.
Caloroso successo da parte del pubblico che ha apprezzato tutte le quattro voci principali in una produzione musicalmente molto interessante.

 

Fabio Tranchida

 

 

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