Il catello di Kenilworth a Bergamo

Posted on 5 dicembre 2018 di

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Venerdì 30 novembre
Teatro Sociale Bergamo

Melodramma di Andrea Leone Tottola
Musica di Gaetano Donizetti

Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo, 6 luglio 1829
Revisione sull’autografo a cura di Giovanni Schiavotti
© Fondazione Teatro Donizetti

Elisabetta Jessica Pratt
Amelia Carmela Remigio
Leicester Francisco Brito
Warney Stefan Pop
Lambourne Dario Russo
Fanny Federica Vitali

Direttore Riccardo Frizza
Regia Maria Pilar Pérez Aspa
Scene Angelo Sala
Costumi Ursula Patzak
Lighting design Fiammetta Baldiserri

Orchestra Donizetti Opera
Coro Donizetti Opera
Maestro del coro Fabio Tartari

Nuovo allestimento e produzione della Fondazione Teatro Donizetti

 

Donizetti compose 4 opere dove affronta le vicende della casata Tudor. Di questa interessante tetralogia che comprende Il castello di Kenilworth, Anna Bolena, Maria Stuarda e Roberto Devereux la prima composizione è stata quella messa più in ombra. Le altre tre, capolavori assoluti, hanno avuto decine e decine di riprese nel ‘900 e alcune grandi soprano hanno inciso come un trittico le tre opere, Bolena, Stuarda e Devereux dimenticandosi a torto della prima. Il finale lieto de Il castello di Kenilwoth forse stempera un po’ la componente drammatica dell’opera. Nell’originale di Scott invece Amelia muore, ma l’opera fu composta per un compleanno reale e al San Carlo si preferiva vedere la magnanimità di Elisabetta I terminando in maniera trionfale. Il librettista Tottola aveva collaborato negli anni precedenti con Rossini regalandoci per esempio capolavori come La donna del lago e Zelmira. Qui lavora gomito a gomito con Donizetti e probabilmente insieme decidono la struttura letteraria/musicale concentrando in tre atti (forma inusuale per l’epoca) tre brani musicali ampi per ogni atto in una perfetta e studiata simmetria. Questa sintesi formale è sicuramente un vantaggio per l’opera, costituita da arie duetti e un ampio finale secondo, che in maniera moderna non coinvolge il coro ma rimane concentrato sui 4 protagonisti. La prima versione dell’opera è composta per 2 soprano e 2 tenori un quartetto originale: in tutte le opere Tudor saranno presenti due donne in aperto contrasto (vedi l’acme nel confronto Maria Stuarda / Elisabetta nel finale I dell’opera vetta insuperabile) mentre aver messo uno di fronte all’altro due tenori è un retaggio rossiniano che sfruttava le doti di David e Nozzari. Alla prima era stato appunto scritturato David e il ruolo del tenore più scuro era stato affidato a Winter. Solo in un secondo tempo Donizetti affidò il ruolo ad un baritono e così venne eseguita l’opera a Londra e Bergamo nel ’77 e nel ’89.
L’opera eseguita stasera nell’ambito del Festival Donizetti ha tutti i diritti di affiancare le altre tre sorelle: certo il perdurare dell’influenza rossiniana è più visibile in questo primo parto. Ma ciò è comprensibile se pensiamo che l’opera fu data nel 1829 proprio al San Carlo dove Rossini compose nel 1815 Elisabetta Regina d’Inghilterra sua prima fatica partenopea.

 

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Elisabetta I è Jessica Pratt il grande soprano australiano da poco osannata come Semiramide alla Fenice (vedere articolo sul nostro web magazine): Jessica ci ha confidato di conoscere e approfondire questo ruolo da 20 anni e solo ora le è dato l’occasione di regalarci la sua completa interpretazione. Il soprano ci mostra le due facce della regina Elisabetta già nella prima aria che chiude il primo atto.  La prima parte dell’aria è rivolta al pubblico “Sì, miei figli!” e il suo canto è ampio e arabescato, tutto esteriorità; nella raffinata cabaletta la Pratt ci mostra un canto staccato pieno di tensione “In estasi soave è l’alma mia rapita” tutto rivolto alla sua interiorità. La cantante ci omaggia di variazioni nella coda dell’aria e un acuto brillante alla fine. Bellissimo il duetto tra le due donne dove il sospetto si fa palese passo a passo. “Perché ti affanni, e piangi?” è declamato da Elisabetta con un contegno che mano a mano perde scoprendo Leicester traditore. Amelia invece piange cantando “Da queste amare lacrime” in un contrasto vocale notevole tra la voce più chiara e luminosa della Pratt e i mezzi più scuri e drammatici dell’ottima Carmela Remigio. Interessante e difficile il suo primo duetto con il carnefice Warney, dove la Remigio sfodera una minuta coloratura rossiniana nelle sue prime frasi. Ma il personaggio si fa sempre più complesso fino al terzo atto dove è presente la sua aria con Glass Harmonica obbligata, lo stesso strumento che utilizzerà nel 1835 per Lucia di Lammermoor. Qui la scrittura per lo strumento è ancora più complessa e sicuramente Donizetti poteva sfruttare un ottimo solista nell’orchestra del San Carlo. La voce mogano della Remigio ben fa da contrasto con il suono flebile della Glass Harmonica in una gara raffinata di bel canto.
Ben caratterizzato il  Warney del tenore rumeno Stefan Pop, un cattivo tutto di un pezzo, che rimane immutabile nelle sue idee criminali per tutta l’opera. Stranamente è vestito con abiti di religioso anglicano e dalla grande croce al petto sfodera in realtà un letale pugnale per incutere timore alla povera Amelia. La grande aria con coro a far’ da pertichino delinea tutta la sua cattiveria e Donizetti sfrutta la voce da tenore come fece Rossini con Manuel Garcia nel ruolo di Norfolc. Pop ha una voce ben intonata, dotata di un discreto timbro capace di reggere le ampie frasi come nella cabaletta “Lo stringi, e giunta appena ” e “Nei suoi singulti estremi” che conia un tema musicale che ritroveremo espresso sia in Ugo, Conte di Parigi che Parisina.
Molto debole la partecipazione di Francisco Brito come Leicester: mentre alla prima grande successo aveva raccolto Xabier Anduaga (ottimo Ernesto nel Ricciardo e Zoraide di questa estate al ROF) Brito ha mostrato fin dall’esordio nell’opera una prova diseguale, con un canto in perenne affanno e insicuro. Con tutta onestà è riuscito comunque ha svolgere dignitosamente la sua difficile parte scritta per tenore contraltino ma non ci ha soddisfatto per niente.

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Riccardo Frizza fa un lavoro attento eseguendo per le prima volta l’opera nella versione originale, la cui differenza principale è nella moderna cabaletta del duetto Leicester Elisabetta. Asseconda in ogni punto il canto come nella grande aria finale di Elisabetta dove le frasi vengono ampliate e strette in ogni momento con massima intesa tra orchestra e voce. Buono il coro maschile, meno compatto quello femminile.
Ottimi e elegantissimi i costumi di Ursula Patzak recuperati dalla ampia raccolta che possiede il Teatro alla Scala. Costumi che facevano da “scenografia all’opera” in quanto da soli arricchivano la sobria scena.
Maria Pilar Pérez Aspa pensa una regia shakespeariana con pochi elementi e oggetti in scena. Importante è l’elemento della prigione dove soggiorna Amelia e la prigione d’oro che sembra bloccare Elisabetta nell’ultimissime battute di musica.
Il Festival Donizetti non poteva realizzare meglio quest’opera tappa fondamentale per comprendere il Donizetti degli anni ’20 periodo storico dove i musicologi devono ancora indagare a fondo per comprendere i suoi capolavori degli anni ’30. Dopo Ashbrook ancora nessuno ha approfondito gli anni ’20 di Donizetti e sicuramente le sorprese potranno essere molte come questo Castello di Kenilworth ascoltato stasera in una nuova luce.

 

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera