Enrico di Borgogna

Posted on 27 novembre 2018 di

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Domenica 25 novembre  Teatro Sociale Bergamo

 Melodramma per musica di Bartolomeo Merelli
Musica di Gaetano Donizetti

Prima rappresentazione: Venezia, Teatro Vendramin San Luca, 14 novembre 1818
Revisione critica a cura di Anders Wiklund (2018)

Enrico Anna Bonitatibus
Pietro Francesco Castoro
Elisa Sonia Ganassi
Guido Levy Sekgapane
Gilberto Luca Tittoto
Brunone Lorenzo Barbieri
Nicola Matteo Mezzaro
Geltrude Federica Vitali

Direttore Alessandro De Marchi
Regia Silvia Paoli
Scene Andrea Belli
Costumi Valeria Donata Bettella
Lighting design Fiammetta Baldiserri
Assistente alla regia Tecla Gucci

Academia Montis Regalis
Coro Donizetti Opera
Maestro del coro Fabio Tartari 

Nuovo allestimento e produzione della Fondazione Teatro Donizetti
in coproduzione con la Fondazione Teatro La Fenice di Venezia

 

Donizetti iniziò a comporre per il teatro nel 1817 con lo sperimentale Pigmalione eseguito l’anno scorso 200 anni dopo questa prima fatica: è un’ottima intuizione da parte del Festival Donizetti di eseguire ogni anno un’opera che festeggia i 200 anni dall’esordio e così la scelta di quest’anno è caduta su Enrico di Borgogna la sua prima opera a calcare le scene. Premettiamo che Donizetti componeva più opere durante un anno e così gli organizzatori del Festival potranno scegliere con intelligenza cosa proporre nei prossimi anni agli spettatori pur mantenendo viva questa ricorrenza dei 200 anni. L’anno prossimo saranno in scena  Pietro il Grande (dal 1819 al 2019), L’Ange de Nisida (che si credeva per sempre perduta) e Lucrezia Borgia capolavoro assoluto.
Enrico di Borgogna venne presentato nel rinnovato teatro veneziano Vendramin San Luca il 14 novembre del 1818: a quanto ne sappiamo l’opera ebbe solo tre repliche peraltro non complete di tutti i numeri musicali a causa dello svenimento della prima donna Adelina Catalani interprete di Elisa. Non risultano altre riprese durante l’ ‘800. Il ruolo del protagonista fu affidato a Fanny Eckerlin contralto/mezzosoprano di una certa fama infatti pochi anni dopo Rossini scrisse per lei la grande scena di Emma che apre la Zelmira nella versione viennese. La parte del basso buffo Gilberto fu cantata da Andrea Verni reduce da pochi mesi del successo come creatore del ruolo di Don Magnifico. Il libretto tra le prime prove di Bartolomeo Merelli (a cui arrise più fortuna anni dopo essere l’impresario della Scala) è molto debole. Merelli, anch’esso uscito dalla scuola di Mayr, collaborò volentieri con il collega bergamasco, ma fornì un testo pieno di situazioni abbastanza comuni e prevedibili, facendo apparire personaggi solo per costruire brani d’assieme ma senza una precisa logica drammatica e forzando la presenza di un basso buffo che mal si lega alla vicenda.
Donizetti riesce a costruire melodie raffinate e una delicata orchestrazione seguendo gli insegnamenti diretti di Mayr e le suggestioni che gli fornivano le farse rossiniane (tutte create al San Moisè) e in particolare L’inganno felice l’unica rimasta in repertorio delle cinque. La stessa Cenerentola era presente sia al San Benedetto che al San Moisè nel 1818, modello tangibile per le due arie di Gilberto ispirate direttamente dal Don Magnifico rossiniano.

Lo spettacolo visto oggi a Bergamo salutato da vivo successo di pubblico ha la sua carta vincente nella intelligente regia di Silvia Paoli che giocando sull’effetto metateatrale mette in scena una compagnia improvvisata che allestiva l’opera di Donizetti. Durante la sinfonia ci si prepara per entrare in scena, scena costituita da un teatrino rotante che girando svela volontariamente tutti i preparativi di ogni numero musicale. Divertente il duetto d’amore nel secondo atto immaginato in una vasca da bagno con la presenza di Eros tra le nubi. Ogni tanto compare un mimo in costume da orso (proveniente dai boschi alpini come ci suggerisce il libretto) a movimentare la scena. Il coro è sempre molto attivo, con numerosi cambi di costumi e ciò da varietà alla vicenda che viene ben caratterizzata scena per scena per tutti e due i lunghi atti della durata complessiva di 2 ore e 40 minuti.
Anna Bonitatibus ci regala un autorevole Enrico un tipico personaggio en travesti, modellato anche nei versi di Merelli sul paradigma del rossiniano Tancredi (1813, La Fenice). Il preludio che introduce la sua aria è in tonalità minore e di particolare intensità; tutta questa agitazione è espressa nel recitativo mentre il cantabile è cantato a mezzavoce mentre l’orchestra  suona in pianissimo. Anna Bonitatibus con voce bella e ben calibrata ci offre una lenta cabaletta sognante a cui Donizetti attinse per l’immortale “Al dolce guidami castel natio” della Bolena. A lei è affidata la conclusione del melodramma con un rondò raffinato e ben cesellato dalla cantante con il coro da pertichino ormai scomparso tra le scene che la lascia protagonista su una scena ormai vuota e spenta ritornando da personaggio a persona.

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Sonia Ganassi è Elisa un ruolo leggermente più acuto ma sempre gravitando nell’ambito mezzosopranile. La Ganassi è nella piena maturità delle sue capacità vocali e attoriali passando con disinvoltura dalla drammatica Giovanna Seymour alla Pamela del Fra Diavolo.  E’ omaggiata da Donizetti da un’aria con coro di presentazione con una cabaletta che passa dal minore al maggiore ad indicare “Funesti pensieri”: la voce della Ganassi svetta incisiva nella coda con la frase “la morte può sola por fine al dolor!”. Ancora più brava nell’aria del secondo atto “Nell’eccesso del tormento” dove la Ganassi mostra un canto perfettamente sbalzato e fiati lunghi.
Pietro è impersonato da Francesco Castoro un tenore chiaro che impersona il presunto padre di Enrico al quale rivela invece la sua vera missione, riconquistare il regno a scapito del crudele Guido. Castoro ha voce corretta, sufficientemente proiettata e svolge con precisione la sua parte. L’altro tenore è il Guido di Levy Sekgapane cantante che già avevamo poco apprezzato nell’Adina del ROF 2018. Anche qui i difetti risultano subito palesi, una voce piccola dal timbro poco felice. Si certo il cantante sale verso gli acuti di un tenore contraltino senza difficoltà ma alla base c’e’ un timbro per niente piacevole incapace di caratterizzare il perfido Guido.

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Molto valido il Gilberto di Luca Tittoto capace di regalarci una voce corposa, morbida e sempre nuova in ogni frase. Il suo ruolo di giullare come dicevamo all’inizio è inserito un po’ di forza nel libretto ma il cantante e con lui la regia fanno di questo difetto un pregio e Gilberto diventa un personaggio ben caratterizzato in sintonia con tutta l’opera a cui si è data una leggerezza intuita dalla regista. Luca Tittoto saltella sia col corpo che con la voce,  predicando massime a destra e manca divertendo il pubblico. Sia Brunone cantato da Lorenzo Barbieri che gli altri due personaggi minori risultano ben preparati.

Coro veramente ben preparato dal maestro Fabio Tartari anche lui in costume ed in scena per continuare il gioco metateatrale. Coro di pastori all’inizio, di cortigiani nel finale I, diventa un coro di congiurati carbonari con invettive contro gli austriaci ( invenzione della regista) e alla fine dell’opera chiede di essere pagato dell’impresario come i musicisti al servizio di Lindoro nel Barbiere per poi andarsene ancora prima che l’opera sia finita!
Ottima l’orchestra Academia Montis Regalis diretta da Alessandro De Marchi specializzata nel repertorio barocco. E’ una delle prime volte che si associa un’orchestra che guarda verso il ‘700 al romantico Donizetti, ma nel 1818 siamo ancora in un periodo di transizione. I fiati cosi morbidi e talvolta flebili ben si associano alle delicate voci dei protagonisti uomini e donne. Specie il flauto traversiere risulta particolarmente dolce. Ottimo quindi il lavoro per calibrare orchestra e voci nella location di qualità del teatro Sociale adattissimo a questo repertorio.
Successo di pubblico che ha apprezzato uno spettacolo molto intelligente caratterizzato da tante trovate che alleggerivano lo sviluppo della trama e cantato con grande professionalità .

Il festival prosegue con La Creazione di Haydn e sopratutto con Il castello di Kenilworth di cui vi daremo conto a fine settimana.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera