La fille du régiment a Bologna

Posted on 16 novembre 2018 di

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Teatro Comunale di Bologna  Stagione lirica 2018
LA FILLE DU RÉGIMENT
Opéra-comique in due atti
Libretto di Jean Frančois Bayard e Jul Henry Vernoi de Saint Georges

Musica di Gaetano Donizetti

Marie Hasmik Torosyan
Tonio Maxim Mironov
Sulpice Federico Longhi
La Marchesa di Berckenfield Claudia Marchi
Hortensius Nicolò Ceriani
Maestro di musica Cristina Giardini

Orchestra, coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Yves Abel
Maestro del coro Andrea Faidutti
Regia Emilgio Sagi ripresa da Valentina Brunetti
Scene e costumi da un’idea originale di Julio Galan
Costumi ripresi da Stefania Scaraggi
Luci Daniele Naldi
Produzione del Teatro Comunale di Bologna
 14 novembre 2018

Sembra incredibile come in poco tempo Donizetti sia stato in grado di assorbire così bene lo stile francese. Si trovava a Parigi da alcuni mesi dopo le cattive esperienze con il San Carlo tutto intento a trasformare il proibito Poliuto in una maestoso grand-opéra per Parigi, ma come sempre nella città francese le prove andavano per la lunga e la febbrile voglia di comporre portò Donizetti a musicare nell’attesa della prima de Les martyrs una agile opéra-comique in due atti con uno stile lontano dalle opere buffe italiane: Donizetti affina l’orchestrazione, è duttilissimo nella creazione delle strutture musicali, è agile e vario tanto da creare una capolavoro vaporoso e brillante. Il mondo militare viene tratteggiato con arguzia e lo si contrappone nel secondo atto ad una ammuffita nobiltà di facciata. Se si aggiunge una punta di patriottismo francese con la frase “Salut à la France! ecco che il successo particolarmente in suolo francese risultava garantito. In Italia purtroppo Donzetti decise di realizzare una nuova versione che ha solo punti deboli in confronto all’originale: lunghi e verbosi recitativi accompagnati invece che spigliati dialoghi, una vecchia aria per Tonio nel primo atto e la perdita dell’aria del secondo atto piena di lirismo, la perdita dell’arietta della marchesa nell’introduzione e molti piccoli passaggi diversi nei brani musicali in particolare nel terzetto della lezione. Tutto ciò affossò la versione italiana a cui mai arrise pieno successo. La riscoperta della versione francese fin dagli anni ’60 del ‘900 ha permesso di apprezzare il raffinato lavoro del compositore bergamasco. Joan Sutherland si divertiva molto a cantare questo ruolo e consegnò al disco una registrazione magistrale.

Lo spettacolo a cui abbiamo assistito è una ripresa di una produzione del Comunale di Bologna del 2004. La  regia di Emilio Sagi è semplice e funzionale, spostando la vicenda dal Tirolo conquistato dai francesi alla seconda Guerra Mondiale e ai rapporti tra Americani e Francesi. La presenza di una vecchia radio ci aggiorna sugli sviluppi dei combattimenti. Nel secondo atto ci troviamo in un interno decò che accoglie la variopinta fauna degli ospiti del matrimonio abbigliata con raffinati e sgargianti costumi ideati da Julio Galan.
Ottima la prova di Hasmik Torosyan, una Marie dalla voce chiara e pulita, precisissima nelle raffinate colorature: i gorgheggi risultano opportunamente divertenti prima della Ronda del reggimento “Chacun le sait, chacun le dit” che rielabora parodiandola una frase cantata da Noè nel Diluvio universale di molti anni prima. Nella parte finale dell’aria è capace di ispessire la voce fino al lungo acuto finale. Capace di intenerire i cuori nella sentimentale e accorata “Il faut partir” che invece di essere trattato come un normale concertato di fine atto è svolto quasi come aria solistica dall’abilità di Donizetti di dare protagonismo al soprano. Bellissima l’aria del secondo atto dove Hasmik Torosyan è capace di porgere le frasi del cantabile in ampie arcate e rinforzare il timbro nella cabaletta patriottica, pur mantenendo netti i contorni della voce.

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Maxim Mironov lo abbiamo applaudito da poco nella superba prova del Conte di Almaviva nel Festival rossiniano 2018: si trova a suo agio anche in Donizetti regalandoci frase morbide e oasi di leggerezza in tutta l’opera. Gli acuti sono ben centrati e ne è un bell’esempio l’aria dei 9 do con l’ultimo tenuto con abilità fino a strappare una autentica ovazione in teatro. Bene anche l’aria del secondo atto così intimistica e sofferta.
Federico Longhi è un divertente buffo nel ruolo del mattacchione Sulpice. In una opera buffa italiana avrebbe avuto una fastosa aria buffa con tanto di scioglilingua a mitraglietta finale, ma qui siamo nel mondo dell’opèra-comique e Sulpice si limita a fare da comprimario nel duetto con Marie con i buffi rataplan, a portare confusione al famosissimo terzetto della lezione che supera quello del Barbiere di Siviglia per freschezza e varietà. Sulpice ci diverte con la sua voce perfettamente timbrata e calda anche nel terzetto coi due amanti piccola gemma del secondo atto.
La Marchesa di Berckenfield è Claudia Marchi un divertente mezzosoprano che nelle strofe iniziali scende senza paura con frasi un poco grottesche ma è capace anche di volate comiche.
Coro molto attivo in quest’opera e la preparazione della formazione bolognese non ha deluso le aspettative.

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Momenti di tensione all’inizio dell’opera con una sinfonia mal principiata: corni imprecisi e stonati hanno creato grande tensione stemperata dall’ingresso degli archi che hanno risolto tutto in un successo anche dell’ouverture. Infatti a parte questo episodio iniziale l’orchestra ha suonato bene sotto l’ottima bacchetta si Yves Abel con tempi sempre molto stringati e euforici. Forse un po’ di brillantezza in più nei fiati non avrebbe guastato e anche un alleggerimento del tamburo militare a volto troppo protagonista in rapporto agli altri strumenti.

Uno spettacolo ben riuscito che ha divertito molto il pubblico grazie alla musica briosa e viva: aver ridotto i dialoghi parlati a poche frasi ha ridotto il tempo dell’opera che si concretizzava in una successione quasi diretta dei vari brani musicali.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera