Le trouvère, Il trovatore in francese a Parma

Posted on 8 ottobre 2018 di

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Opera in quattro atti su libretto di Salvadore Cammarano
Musica  Giuseppe Verdi

Traduzione francese di Émilien Pacini
Teatro Farnese  giovedì 4 ottobre 2018, ore 20.30

Edizione critica a cura di David Lawton, eseguita in prima assoluta.
The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano

Manrique, le Trouvère   GIUSEPPE GIPALI
Le Comte de Luna   FRANCO VASSALLO
Fernand  MARCO SPOTTI
Léonore   ROBERTA MANTEGNA
Azucena, la Bohémienne  NINO SURGULADZE

Maestro concertatore e direttore  ROBERTO ABBADO
Ideazione, regia, scene e luci   ROBERT WILSON
Co-regia   NICOLA PANZER
Collaboratore alle scene  STEPHANIE ENGELN
Collaboratore alle luci   SOLOMON WEISBARD
Costumi  JULIA VON LELIWA
Make-up design  MANU HALLIGAN
Video design   TOMEK JEZIORSKI
Drammaturgia    JOSÉ ENRIQUE MACIÁN

Maestro del coro  ANDREA FAIDUTTI
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
In coproduzione con Fondazione Teatro Comunale di Bologna, Change Performing Arts

 

Verdi, come Rossini e Donizetti prima di lui, guardava alla Francia come un traguardo dell’attività frenetica che aveva intrapreso in Italia. Parigi era la capitale ricca e fastosa dove tutti volevano arrivare, città di numerosi teatri tra cui la famosa Opèra, con i suoi pro e contro: ogni spettacolo montato all’Opèra necessitava di prerogative ben precise, il balletto d’ordinanza e messa in scena grandiosa.
Verdi sapeva bene quanto fossero estenuanti le prove e le messe a punto di un’opera a Parigi e chiamava il massimo teatro francese “la grande boutique“! Ma l’attrazione era enorme e infatti all’epoca de Le trouvère, Verdi aveva già composto due grand-opèra:  Jèrusalem profonda rielaborazione de I Lombardi alla prima crociata e la nuovissima opera Les vêpres siciliennes. Nel novembre del 1855, cinque mesi dopo il successo di quest’ultimo immane lavoro, fu chiesto a Verdi di fare una revisione de Il trovatore il cui debutto avvenne però solo il 12 gennaio del 1857. In fondo a questo articolo troverete tutti i cambiamenti a cui sottopose la partitura nella revisione: i due più evidenti sono i 25 minuti di balletto e un finale leggermente più allungato per permettere lo svolgimento più chiaro dei fatti. Una rielaborazione quindi non complessa e una traduzione in francese che tenne occupato Émilien Pacini che annacquò alquanto i versi così potenti di Cammarano eliminando molti termini gradguignoleschi dal libretto.
Pacini faticò non poco ad adattare alla lingua gallica la cabaletta di Leonora “Di tal amor che dirsi” che divenne “L’amour ardent, l’amour sublime et tendre”. Si può immaginare che l’interprete francese di Leonora, Pauline Gueymard-Lauters, fosse un elemento un poco debole del quintetto di voci, infatti Verdi modificò la sua musica in vari punti, con nuove cadenze e semplificazioni, e tagliò completamente la cabaletta della sua seconda aria che seguiva al “Miserere”, una notevole perdita.

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Roberta Mantegna, da poco reduce del successo personale nel Pirata scaligero, affronta con sicurezza e slancio la impegnativa parte di Léonore: grande tensione nella cavatina di presentazione, con potenti arcate sonore culminanti in una elaborata cadenza scritta appositamente da Verdi. La voce appare sicura, sufficientemente timbrata e uniforme. Anche nell’aria e duetto con Le Comte nel quarto atto la grande personalità della Mantegna emerge con sicurezza.
Le Comte è Franco Vassallo che affronta l’ardua tessitura baritonale con particolare slancio evidente nella lunga aria del secondo atto che si confonde con il coro di religiose. Vassallo ha una voce potente e di un bel colore mogano, colore che anche nelle note estreme non cambia.
Giuseppe Gipali canta dapprima dietro le scene accompagnato dall’arpa con una romanza alquanto evocativa e buono risulta essere il suo duetto con la zingara dove drammatico si fa il racconto del duello. Per niente affaticato affronta anche l’aria del terz’atto con disinvoltura. Certo sostituire a “Di quella pira” le parole “Bûcher infâme qui la reclame” smorza un po la tensione, ma il tenore è pieno di accenti romantici e la frase corre veloce. Buono lo squillo e generosi acuti finali mentre gli ottoni incendiavano l’orchestra.
Certo il personaggio più originale della vicenda è Azucena, la bohémienne  una Nino Surguladze in splendida forma. Magnetica sia nella cavatina, ottimi itrilli, che nel successivo racconto ad alta tensione quando descrive l’errore nell’aver spinto sul rogo il proprio figlio per errore. Nel terzetto del terzo atto è omaggiata da Verdi di un cantabile non presente nella versione italiana. Il ruolo fu cantato a Parigi anche Pauline Viardot l’importante sorella della mitica Maria Malibran ed esiste una incisione a colori di lei in questo ruolo.  Nino surguladze è molto evocativa anche nel duettino finale con il figlio.

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Marco Spotti è un Fernand di lusso, dotato di una delle voci più sonore mai udite, di una ieraticità nel fraseggio che nobilita ogni frase, rende l’introduzione dell’opera un pezzo di assoluto valore. Bene gli interventi nuovi nel coro che apre il terzo atto e il vorticoso sillabato nel terzetto che segue eseguito insieme al conte e al coro mentre Azucena lancia le sue dolorose frasi.
Direzione molto concentrata di Roberto Abbado, al suo debutto al festival Verdi. L’orchestra del comunale di Bologna lo asseconda con dovizia di particolari. I tempi perfetti con cui stacca i vari numeri musicali mettono a loro agio i cantanti e il coro. Abbado concerta benissimo gli allegri ballabili più di 25 minuti di musica scritta con molta attenzione da Verdi che insolitamente lega tematicamente al corpus dell’opera citando non meno di tre temi. Spiace però per la realizzazione visiva di questo lungo balletto, sostituito da una lotta tra 16 pugili, a cui si aggiungono 9 pugili bambini per terminare con una confusione generale sulla scena. 25 minuti portati avanti con l’unica idea di questi guantoni rossi che si scontravano ha fatto solo danno e schiacciando la brillante musica di Verdi che avrebbe dovuto esserne invece esaltata. Spiace poiché il resto dello spettacolo di Robert Wilson pur nella estrema sintesi, sua cifra stilistica, ci è parso molto bello. Il blu dominava completamente la nuda scena con un fondamentale gioco di luci: movimenti ridotti al minimo dei cantanti, trasformati quasi in marionette, nessun elemento in scena ma solo movimenti delle braccia per esempio ad indicare un duello. Wilson fa utilizzare copricapi con stilizzate corna di toro per il coro degli zingari con bell’effetto complessivo. Il regista mette in scena un arzillo vecchietto come fosse il vecchio Verdi compiaciuto della sua musica; mette in scena oltre una dama con due bambine, forse riferimento ai due fratelli nella storia, una balia con la sua culla che attraversa più volte la scena. Solo due le proiezioni durante l’opera: immagini della vecchia Parma e immagini delle onde del mare con poca attinenza alla vicenda.

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Il fascino unico del teatro Farnese attirava spesso lo sguardo alla superba architettura di questo spazio con le sue pitture e i suoi superstiti stucchi. Un luogo antico che ha esaltato ancora di più il lavoro concettuale e modernissimo di Bob Wilson alla sua quarta opera verdiana. Ottimo il coro sempre proveniente da Bologna, che assurge a personaggio in molti momenti dell’opera. La versione francese non aggiunge brani fondamentali al Trovatore italiano ma il Festival ha fatto benissimo a proporlo poiché l’orecchio esperto apprezza anche le minime differenze nelle melodie e nell’orchestrazione che permettono di capire intimamente il rapporto di Verdi con le proprie creature. Proseguono le repliche di quest’opera il 7,12,14 e 20 ottobre.

Foto sono di Lucie Jansch

 

Fabio Tranchida

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