Il Barbiere di Siviglia e il Conte d’Almaviva al ROF 2018

Posted on 14 agosto 2018 di

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Musica del celeberrimo Gioachino Rossini
Libretto di Cesare Sterbini

Il Conte d’Almaviva MAXIM MIRONOV
Bartolo PIETRO SPAGNOLI
Rosina AYA WAKIZONO
Figaro DAVIDE LUCIANO
Basilio MICHELE PERTUSI
Berta ELENA ZILIO
Fiorello/Ufficiale WILLIAM CORRÒ

Direttore YVES ABEL
Regia, Scene e Costumi PIER LUIGI PIZZI
Regista collaboratore e Luci MASSIMO GASPARON 

CORO DEL TEATRO VENTIDIO BASSO
Maestro del Coro GIOVANNI FARINA
ORCHESTRA SINFONICA NAZIONALE DELLA RAI
Nuova produzione

In occasione del 150° anno dalla scomparsa tutto il mondo musicale ha omaggiato il compositore pesarese ma il Rossini Opera Festival certamente è il luogo più adatto per questa commemorazione. La scelta è caduta su due opere tra le più rare del compositore che vi abbiamo presentato nei due precedenti articoli de iltrilloparlante.com. Come contraltare oggi è avvenuta la prima del Barbiere di Siviglia il titolo più noto del suo catalogo e sicuramente una delle opere più famose al mondo presentato con una nuovissima regia di Pier Luigi Pizzi e seguendo scrupolosamente l’edizione critica del compianto Alberto Zedda ricordato oggi con l’inaugurazione del suo monumento funebre. Alberto Zedda diede via all’edizione critica del Barbiere nel lontano 1969 creando un’onda sismica nell’approccio musicologico che si percuote tutt’ora. Nel XXI secolo lo stesso Zedda portò sempre miglioramenti a questa edizione fino a musicare brani di recitativo di Sterbini che il compositore aveva tralasciato. Il suo era un amore verso la completezza e alla riuscita drammatica e il regista Pizzi ne è ben conscio rispettando appieno le volontà del musicologo e trasformandole in materiale vivo e pulsante.
E’ proprio la regia il punto di forza di questa produzione, un NUOVO Barbiere sotto molti aspetti secondo le volontà del giovane ottantottenne Pier Luigi Pizzi che gioca ormai da tempo per sottrazione per regalarci spettacoli di incredibile eleganza. Sa bene che sotto le sue mani non c’è una opera buffa ma una commedia lirica di rarissimo equilibrio. Lavora con mille sfumature sui personaggi che assumono dimensioni reali. Illumina la scena di un candore artificiale e sovrappone un bianco neoclassico per le essenziali architetture. Solo i costumi dei personaggi danno un poco di colore sulla scena in un azzeccato contrasto. Il temporale del secondo atto diventa uno stato d’animo d’angoscia per la povera Rosina. Il giovane barbiere si lava nella fontana come possiamo immaginare i personaggi sivigliani di Murillo. Il colpo di cannone dell’aria della calunnia è una bottiglia di spumante che scoppia e al contempo Basilio taglia fette di salame che in maniera quasi blasfema fa assaggiare a Don Bartolo, dottore attempato ma intelligente, senza parrucca e senza quelle odiose vituperate gags che rendono grottesco il ruolo.

Il protagonista dell’opera come ci ricorda il titolo della prima romana è il Conte d’Almaviva, un magnetico Maxim Mironov che è in scena ininterrottamente per i primi 40 minuti, scolpendo magistralmente il suo personaggio deciso in tutti i modi a conquistare Rosina. Lenta e languida la serenata “Ecco ridente in cielo”, brano che si anima a poco a poco fino a diventare una palestra di coloratura affrontata con naturalezza e morbidezza dal tenore russo. Il suono sensibile del triangolo non faceva che aumentare la brillantezza al brano. “Se il mio nome saper” viene cantato con una infinità di accenti proprio a significare l’improvvisazione del pezzo: la chitarra suonata proprio da Figaro cambia anch’essa intensità di accompagnamento per seguire l’intensità del canto tenorile. Il travestimento del secondo atto del Conte ci ha lasciato positivamente stupiti: il Conte diventa un allievo di Don Basilio di statura bassa bassa camminando sulle proprie ginocchia: ciò da vari momenti di pura comicità percepiti benissimo dal pubblico. Fresco come una rosa Mironov affronta la grande aria tripartita finale che è suggello alla sua parte: il timbro è morbidissimo grazie a una facilità di emissione nonostante l’impervia scrittura. I tre momenti dell’aria sono ben differenziati fino al virtuosistico “ Ah, il più lieto, il più felice” brano più volte rielaborato da Rossini conscio del suo valore.
Pizzi voleva un barbiere giovane e la scelta è caduta su Davide Luciano aitante baritono dotato di un carisma e di una voce straordinaria. “Largo al factotum” è una cavatina arcinota che Luciano affronta con un piglio indiavolato e senza tema di sol e la acuti. Conduce con voce mobilissima il lungo duetto col Conte costruendo la trama dell’opera all’idea dell’oro che gli verrà donato. Davide Luciano è ormai ospite fisso del festival da alcuni anni e Pizzi ne aveva apprezzato le doti ne La pietra del paragone nel ruolo del giornalista Macrobio.

Immenso il Bartolo di Pietro Spagnoli raffinato interprete di questo ruolo che caratterizza con una forte erre arrotata, ad imitare anche lo stesso Pizzi: difficile per un cantante portare avanti questo vezzo per i lunghi recitativi e pezzi musicali ma Spagnoli da grande professionista ci riesce. La sua complessa aria viene svolta con dovizia di accenti e il basso buffo riesce a variare 8 volte la parola “meglio”! La cabaletta velocissima diventa nei movimenti un pezzo rap allietando notevolmente il pubblico capace di cogliere questi agili spunti. L’arietta di Caffariello è cantata tutta in falsetto sfruttando una dote naturale di Spagnoli che imita così un castrato settecentesco, evidente sberleffo di Rossini alla musica del passato e a Paisiello in particolare.
Buona la prova di Aya Wakizono dalla voce agile e sicura: nelle due arie procede veloce e con naturale spigliatezza. Essendo un mezzosoprano puro la parte gli sta a pennello e realizza una bella prova nel secondo atto con “Contro un cor che accende amore”. La voce, comunque non ampia, si presta bene a definire la pupilla piena di volontà e di idee e il ritratto che ne esce fuori è perfetto fino ai lunghi baci col Conte dopo la sua aria finale.
Michele Pertusi tratteggia un infido Basilio pronto a tradire Bartolo per soldi o per un prezioso anello: voce ampia e prodiga di riflessi bronzei, per una aria della calunnia misurata.
La Berta di Elena Zilio è molto presente in scena grazie a Pizzi che ne amplifica la parte: ne “Il vecchiotto cerca moglie” accenta in maniera comica le frasi, sfoderando ancora acuti corretti e impegnandosi a spogliare il malcapitato Ambrogio in una attacco di frenesia amorosa.

Ottima la direzione di Yves Abel di cui ricordiamo con affetto ‘esecuzione del 1996 di Matilde di Shabran al Palafestival. Attenzione da parte sua evidente in ogni dettaglio, e ogni crescendo o ripetizione veniva giustamente intensificata fino a portare ogni singolo brano alla giusta frenesia. L’Orchestra della Rai grazie alla bravura dei professori rispetta le numerose indicazioni dinamiche di Yves Abel in piena sintonia con il regista in un rapporto di reciproca stima che li ha visti entrambi presenti alle numerose prove sia di regia che d’orchestra proprio per conoscersi l’un l’altro e trovare la perfetta sinergia ravvisabile in ogni momento dell’esecuzione.
Il coro canta ni 3 momenti dell’opera e lo fa con molta precisione amplificando in paticolar modo la grande stretta del finale I poi rielaborata ne La gazzetta. Il direttore sceglie nei momenti più fragorosi il triangolo al posto dei fantomatici sistri e l’uso dei piatti con uno sferzare piuttosto insistito, suoni che hanno caratterizzato particolarmente l’esecuzione differenziandola da tante precedenti versioni. Eugenio Della Chiara ci offre la sua sapiente arte nel suonare la chitarra nell’introduzione dell’atto I. Massimo Gasparon affianca la regia del suo maestro Pizzi e disegna il progetto luci. Richard Barker è come solito insostituibile nei lunghi recitativi secchi da lui resi così vividi.

Uno spettacolo perfetto sotto ogni punto di vista che da lustro ai festeggiamenti rossiniani.
Le opere del prossimo anno saranno Semiramide, Equivoco stravagante e Demetrio e Polibio in occasione del XL Festival.

Fabio Tranchida

 

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Posted in: Opera