La clemenza di Tito a Valencia

Posted on 24 luglio 2018 di

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Tito Carlo Alemanno
Vitellia  Eva Mei
Sesto Margarita Gritskova
Servilia Karen Gardeazabal
Annio Nozomi Kato
Publio Andrea Pellegrini
Direttore Nimrod David Pfeffer
Messa in scena Allex Aguilera
Scene Manuel Zuriaga
Costumi José María Adame
Luci Antonio Castro
Maestro del coro Francesc Perales
Orquestra de la Comunitat Valenciana
Cor de la Generalitat
Produzione Palau de Les Arts Reina Sofia

 

La clemenza di Tito è l’ultima opera lirica di Mozart, ma da sempre è considerata anomala per i suoi richiami al passato musicale, anziché costituire il suo testamento volto al futuro. A Praga si doveva festeggiare il nuovo Imperatore Leopoldo II ed era necessaria un’opera celebrativa. Il tempo era scarso e l’impresario dopo molte richieste a Salieri, da quest’ultimo rifiutate, dovette “ripiegare” su Mozart, il quale accettò di musicare un libretto di Metastasio. Il genio saliburghese era ben cosciente del cambio nei gusti musicali a quel tempo e lui stesso aveva mutato stile a partire da quell’Idomeneo che rivoluzionò sensibilmente l’opera settecentesca. Il librettista Caterino Mazzolà (Da Ponte era stato licenziato con il cambio di gerarchia), in stretta collaborazione con Mozart, trasformò il lungo e ampolloso libretto in tre atti de La clemenza di Tito in un più agile libretto in due atti, ricco di pezzi d’assieme assenti nella versione metastasiana. Ne risultò una “vera opera”, come la definì lo stesso Mozart, che non ebbe però molta fortuna anche se conobbe varie riprese fino al primi due decenni dell’Ottocento.

Al Palau de Les Arts Reina Sofia di Valencia si è eseguita non nella sala principale, ma nel meno ampio Auditori che si colloca nella parte più alta dell’avveniristico edificio. L’Auditori possiede un ampio foyer e ben due giardini pensili con tanto di palmizi dove ci si può intrattenere tra un atto e l’altro. L’opera è stata presentata in forma semiscenica: dietro l’orchestra è stata costruita una ampia scalea che portava al trono stilizzato di Tito.

Protagonista eccezionale è stata la marchigiana Eva Mei, nel pieno dei suoi mezzi vocali: innanzitutto si è dimostrata in possesso di una gestualità espressiva e di nobiltà nel porgere, che suppliva alla mancanza della scena. Anche il canto si può definire immacolato: basta ascoltare la prima ampia aria “Deh se piacer mi vuoi” dove il raffinatissimo verso “alletta, ad ingannar” è stato eseguito con arabeschi sempre più elaborati. Un vero gioiello del belcanto. Drammatico il suo contributo al terzetto all’interno del finale primo (“Vengo… aspettate…”). Ottimo il Rondò nel sottofinale, dove il soprano riesce a delineare molto bene il personaggio di Vitellia dal punto di vista psicologico. Ben calibrato l’affondo “veggo la morte” e tutta la coda finale che non si conclude con il Rondò ma è collegata direttamente al finale successivo.

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Margarita Gritskova è stata eccellente come Sesto, ruolo scritto per evirato cantore, in questa edizione, come prassi moderna, en travesti. Importante l’aria con clarinetto obbligato “Parto, ma tu ben mio” dove la Gritskova respira con naturalezza dialogando con lo strumento solista. Ottima la pronuncia e la musicalità, qualità che si evincono nuovamente in “Deh per questo istante solo”, eseguito con molta concentrazione e con la capacità di sostenere le lunghe frasi.

Protagonista maschile è stato Carlo Alemanno nel ruolo dell’imperatore Tito. Da parte sua il personaggio viene solo abbozzato senza mostrarne la grandezza e la nobiltà. Canta con una certa sicurezza e, dove necessario, con coloratura ricca e piena. Viene applaudito nelle sue arie, nonostante la mancanza di movimenti eleganti e drammatici sulla scena, oltre a risultare poco concentrato e preciso. I costumi maschili in questa produzione semiscenica peggiorano le cose risultando piuttosto ridicoli, caratterizzati da pantaloni eccessivamente abbondanti e da un buffi mantellini triangolari, tagliati in modo grezzo, sulle spalle dei cantanti. Meglio i costumi femminili, di un certa eleganza.

Annio è Nozomi Katosicura e con voce limpida in “Torna di Tito a lato” e ben affiatata nel duettino con l’amata Servilia, Karen Gardeazabaldalla voce acuta e delicata per un ruolo un poco in ombra omaggiato solo dell’aria“S’altro che lacrime” cantata dalla Gradeazabal con finezza.

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Publio è stato Andrea Pellegriniunico uomo vestito decorosamente, con una lorica nera per accentuare la virilità del ruolo di basso. Robusto e preciso, nell’aria “Tardi s’avvede d’un tradimento”.

L’Orchestra preparata dal maestro Nimrod David Pfeffer ha suonato con estrema pulizia, con attacchi precisi e netti e bei contrasti tra piani e forti. Un piacere da ascoltare nell’ottima “cassa armonica” che è l’Auditori di Valencia.

Gli interventi del coro sono stati sempre molto precisi e ottimo è stato l’effetto del finale primo, dove assisteva impotente all’incendio del Campidoglio.

Soprattutto a partire dall‘interesse dimostrato da Riccardo Muti, La clemenza di Tito è stata rappresentata alcune volte in Italia. Sarebbe importante aumentare la frequenza delle esecuzioni di questo titolo metastasiano, che affonda le radici nel passato, ma che in qualche modo guarda ad un futuro che la precoce morte di Mozart non ha permesso di sviluppare.

La recensione si riferisce alla recita del 28 giugno 2018.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera