Fierrabras alla Scala

Posted on 21 giugno 2018 di

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Musica di Franz Schubert
Libretto di Josef Kupelwieser

Prima rappresentazione al Teatro alla Scala

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione Salzburger Festspiele

 
Emma Anett Fritsch
Florinda Dorothea Röschmann
Maragond Marie-Claude Chappuis
Fierrabras Bernard Richter
König Karl Sebastian Pilgrim
Roland Markus Werba
Eginhard Peter Sonn
Boland Lauri Vasar
 

 

Direttore 

Daniel Harding
Regia  Peter Stein
Scene  Ferdinand Wögerbauer
Costumista Anna Maria Heinreich

“Zelmira! Maledetta Zelmira!” avrà detto dentro di sè Franz Schubert: proprio la venuta di Rossini in persona a Vienna condotto da Barbaja direttore sia a Napoli che a Vienna causò un repentino cambiamento dei piani della stagione. Il previsto Fierrabras, dato anche l’insuccesso precedente di Euryanthe di Weber il 25 ottobre 1823 al Teatro di Porta Carinzia, fu cancellato e Schubert non ascoltò mai la sua opera estrema morendo a 31 anni. Rossini aveva composto Zelmira per il San Carlo, ma sicuramente avendo già in mente Vienna, visto la modernità del taglio drammatico, gli ampi concertati e la monumentalità d’assieme. Per l’occasione compose una grande scena d’introduzione per Emma per ampliare il secondo atto. Nel contempo Barbaja faceva eseguire moltissime opere rossiniane in una specie di Festival dall’enorme successo di pubblico e economico. Per Schubert non c’era quindi più speranza di vedere Fierrebras che vide la luce sono nel 1897, quando Felix Mottl ne diresse una versione a Karlsruhe. Questa fu una versione pioneristica molto diversa dall’originale ma non era ancora tempo della filologia musicale. Nel ‘900 ci furono varie riprese di cui si ricorda per qualità la direzione di Abbado consegnato al disco. Sembra quasi che gli italiani vogliano porre rimedio alla mancata prima, a causa di un italiano, infatti oltre Abbado, anche il regista Ronconi diede vita ad un interessante allestimento, e favorirono la diffusione di quest’opera Pollini e Fedele D’Amico.
La qualità musicale è altissima, con una stesura dei legni raffinata. Possiamo pensare che i lieder si trasformino in cori, in arie, in duetti, con la loro unicità melodica e il loro cangiare delicato nell’armonia. Proprio le armonie così sfuggenti danno mobilità a tutte le scene con il loro ampio raggio d’azione. La presenza dei cori è massiccia prendendo parte a più di 3/4 dei numeri musicali.  Poco spazio è riservato alle arie vere e proprie poiché numerosi sono gli insiemi. Certo la drammaturgia è molto episodica e non si riesce a creare un arco drammatico costante, se non nella seconda parte del secondo atto. Schubert fa tutto il possibile per migliorare le mancanze del libretto. il risultato è un’opera un poco prolissa e disorganica ma con abbondanza di melodie e ottima musica.

Emma è Anett Fritsch figlia ci Carlo Magno innamorata corrisposta di Eginhard. Non ci convince del tutto la sua prova essendo la voce di non particolare ampiezza e povera di armonici. Discreto il breve duetto con il suo amato all’inizio del primo atto. La Fritsch è molto impegnata in tutto l’atto nei numerosi insiemi e in questo caso si fa apprezzare per la correttezza del canto e nella precisione ritmica. Florinda è Dorothea Röschmann che affronta la parte con raro impeto. Molto interessante la sua prova che ha creato la giusta temperatura drammatica alla vicenda. Il duetto con cui esordisce “Weit über Glanz” è in realtà un aria con pertichino. Ma è nell’aria N.13 della partitura che Florinda dà il meglio di sè: “Die Brust gebeugt von Sorgen” viene esaltato dal suo canto sbalzato pieno di accenti. Sicuramente il momento più moderno ideato da Schubert è il  Melodram (o Melologo ) di Florinda che descrive la battaglia, un vero tour de force che viene chiuso da un brevissimo coro dei paladini sconfitti.

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Fierrabras è Bernard Richter da noi molto applaudito anche se la parte non è certo da protagonista. Il tenore ha un ruolo completamente diverso dall’amoroso Eginhard. Fierrabras figlio di Boland ha uno status principesco che si palesa nell’azione e nel canto. In maniera originale la sua presenza in scena nel primo atto è caratterizzata dal silenzio: Fierrabras resta in disparte, dice poco e solo dopo esterna i suoi pensieri creando così una certa suspence. Viene omaggiato di una unica aria “In tiefbewergter Brust” dove la brunita voce di tenore di Richter descrive alla perfezione un’anima introspettiva. Fierrabras scompare per tutto il secondo atto lasciando spazio alla sorella Florinda e anche gli interventi nell’ultimo sono poco significativi per quanto riguarda la quantità. Richter è un ottimo tenore e riesce ad esprimere al meglio il personaggio chiuso e introverso. Nel ruolo di König Karl (Crlo Magno) si alternano Sebastian Pilgrim e Tomasz Konieczny, quest’ultimo cantante wagneriano che ci ha lasciato un poco perplessi per un canto troppo sgraziato e a volte violento per un’opera composta nel 1823. Molto meglio Sebastian Pilgrim che ha una voce da basso ampia e sicura capace di descrivere al meglio l’autorità del grande Re.

Roland (Orlando) è il bravissimo Markus Werba ormai ospita fisso alla Scala, da poco ascoltato nel Pipistrello, nei Maestri Cantori e ancora prima nelle Nozze di Figaro. Cantante camaleontico che con la sua morbidissima voce di basso/baritono ci ha ancora una volta stupiti. Bello lo squillo nel duetto d’amicizia con Fierrabras “Lass uns mutvoll hoffen”. Interessante il duetto con Florinda con il commento del coro presente nella torre-prigione. Werba è molto bravo sia nel canto sia nei recitativi che nell’azione in scena.

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Eginhard è Peter Sonn che secondo noi non supera la prova per un canto sempre incerto e poco intonato. Il tenore al contrario di Fierrabras ho molti momenti per mettersi in luce ma spesso la qualità del canto è insufficiente per interpretare un tenore romantico di ben altra tempra. La Romanza (N.6) rivela tutta la sua imperizia con suoni in maschera e la mancanza di una linea uniforme nel canto. Boland è il valido Lauri Vasar che incute timore solo alla vista. il ruolo è un poco stereotipato ma è risolto bene nel canto.
Ottima la direzione di Daniel Harding che ci regala una intensa Ouverture che descrivere il colore di tutta l’opera. Molto attento nel segno da dare ai cantanti spesso occupati in complicati ensemble. Il suono dell’orchestra è giustamente asciutto e chiaro e spiccano i timpani gli stessi usati per suonare Mozart o Beethoven quindi con suono più piccolo e secco. Questa sonorità è molto indicata per le numerose marce di cui l’opera è piena. L’orchestra non copre mai le voci anzi le culla in sonorità spesso delicate e trasparenti. Ottimo il coro scaligero molto impegnato dall’inizio alla fine dell’opera. Precisione negli attacchi, robuste sonorità, delicati interventi del comparto femminile ecco le caratteristiche di una compagine vincente come quella scaligera.

La regia proviene da Salisburgo e si avvale della maestria di Peter Stein che rispetta i repentini cambi scena usando le amate scene dipinte. Sono scene che ricordano il tratto di Gustav Dorè, incisione ben realizzate che vogliono farci pensare ad un 800 immaginato nel XIX secolo. Abbiamo molto apprezzato questa scelta che risultava oltretutto pratica per un’opera così episodica. Nella speranza di ascoltare altre opere di Schubert vi diamo appuntamento alla prossima opera da noi recensita per la Scala: Il Pirata di Bellini.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera