Aida di Zeffirelli

Posted on 22 maggio 2018 di

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Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Antonio Ghislanzoni

In occasione dei 95 anni di Franco Zeffirelli

 

Aida Krassimira Stoyanova
Radames Jorge de León
Amneris Violeta Urmana
Amonasro George Gagnidze
Ramfis Vitalij Kowaljow
Il re Carlo Colombara

 

Direttore  Daniel Oren
Regia  Franco Zeffirelli
Scene e costumi Lila De Nobili
Luci Marco Filibeck
Coreografia Vladimir Vasiliev

 

Coro, Corpo di Ballo e Orchestra del Teatro alla Scala
Con la partecipazione degli Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala
Produzione Teatro alla Scala

Franco Zeffirelli è stato allievo prediletto del grande Luchino Visconti, capace di affrontare le regia più dal punto di vista pittorico e scenografico diversamente da Visconti più regista in senso stretto, più attento ai movimenti e al dramma di ogni opera. Zeffirelli ha collezionato successi su successi, sia in campo operistico che filmografico ma è sempre stato definito dai critici più scenografo sublime che regista completo. Pensiamo al suo Gesù di Nazareth o Romeo e Giulietta bellissimi visivamente ma con una presa drammatica un poco debole. Spettacolari le regie hollywoodiane pensate per l’Arena di Verona ancora in repertorio o la mitica Bohéme scaligera tutt’ora insuperata.
Per i suoi 95 anni si è deciso di riprendere questa storica regia del 1963, ripresa in anni recenti anche nel 2009. Grazie alle scene e costumi di Lila De Nobili, artista svizzera che troppo presto si dedicò esclusivamente alla pittura lasciando il mondo teatrale, Zeffirelli riesce a creare uno spettacolo legato all’estetica ottocentesca, tutto finte prospettive, teleri, profusione di ricchezza in ogni spazio come nell’infinita marcia trionfale che necessità una quantità spropositata di comparse.
L’occhio sedotto da questo horror vacui, non riesce mai a riposarsi in una multicolore caleidoscopio. Risulta purtroppo meno approfondita la relazione tra i personaggi che si limitano ad agire sulla scena senza una idea di base. Ma ciò fa parte del gioco, ciò fa parte di questa idea ottocentesca di regia che tendeva a ricostruire l’ambiente di base per lasciare libero passo ai cantanti. Dalle prime file abbiamo potuto apprezzare la ricchezza dei costumi che ancora oggi dopo 55 anni stupiscono per qualità e dettagli.

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Abbiamo potuto ascoltare nel ruolo del tenore Jorge de Léon chiamato da Pereira il giorno stesso direttamente da Barcellona dopo sta provando Manon Lescaut. Il bravo tenore ha già ampia carriera alle spalle e già l’ascoltammo nei teatri berlinesi; famoso inoltre il suo recital con Domingo con musiche spagnole, è presente anche al Met e Vienna con una certa assiduità. Certo affrontare senza prove “Celeste Aida” immagino sia molto difficile, ma Jorge de Léon forse proprio per l’adrenalina della serata supera appieno la prova: voce piena dotata di ottimo squillo con un acuto finale nell’aria iniziale che ha portato ad un fragoroso applauso. Molto valida la sua interpretazione nel duetto con Aida, fino alle lancinanti note ribattute di “Io sono disonorato”. La voce è robusta, forse un poco fissa ma sicuramente il personaggio di Radames è emerso con precisione. Krassimira Stoyanova ci regala una Aida intima e sofferta dotata di mezzevoci e interiorità. Ne è un esempio il profferire di “Numi pietà”. Negli assieme è capace invece di superare per volume sonore i grandi assiemi anche se è avvertibile un leggero vibrato nelle note più estreme. Ottima l’aria del terzo atto scritta da Verdi pensando alla Stolz.

 

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Violeta Urmana ha cambiato registro un po’ troppo spesso e ora questa discrepanza è tutta udibile con una registro acuto tutto sopranile che non concede niente alla tensione con cui un mezzo dovrebbe affrontare il ruolo. Mentre la parte mezzosopranile è poco accentata, talvolta sfocata senza dare quella potenza prescritta da Verdi ad un ruolo così innovativo e potente. George Gagnidze è un valido Amonasro sia nel finale secondo che sopratutto nel duetto con la figlia nel descrive le condizioni funeste dell’Etiopia. Potente ma ben intonato. Altrettanto bravo il Ramfis di Vitalij Kowaljow nella sua austerità e monodirezionalità ci ha impressionato per volume e forza ben calibrata nella voce. delusione per Carlo Colombara che ha vissuto giorni migliori: è entrato nelle prime frasi fuori tempo con disappunto del maestro e ha proseguito con un canto sempre molto sfocato che ci ha lasciato alquanto perplessi.
Il maestro Daniel Oren sostituiva il previsto a inizio stagione Nello Santi dirigendo con molta verve e tempi molto sostenuti per non dire veloci che hanno dato il giusto passo all’azione.  Ottimo l’equilibrio anche nei momenti più “affollati” come nel finale secondo e attenzione ai magnifici duetti nel terzo e quarto atto. Precisione di gesto e attenzione ai cantanti hanno contraddistinto la sua direzione. Il coro che ha grande parte nell’opera supera ampiamente la prova, dai pianissimi dei sacerdoti, alle acclamazioni del popolo, dalle sacerdotesse all’inesorabile scena del giudizio. Uno spettacolo sicuramente che ha ancora da dirci qualcosa dopo 55 anni, uno spettacolo che potrebbe insegnare molto ai nuovi registi spesso troppo lontani da una concezione ottocentesca dell’opera.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera