Rattle-Zimerman omaggio a Bernstein

Posted on 22 aprile 2018 di

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L. Bernstein: Sinfonia n.2 “Age of Anxiety”
L. van Beethoven: Sinfonia n.3 “Eroica”

Direttore: Simon Rattle
Pianoforte: Krystian Zimerman

Berliner Philharmoniker

Il 25 agosto 2018, Leonard Bernstein avrebbe compiuto 100 anni. Trent’anni prima, Krystian Zimerman aveva suonato con lui per il suo settantesimo compleanno la sua Seconda Sinfonia “The Age of Anxiety“, promettendogli che avrebbero fatto lo stesso per il suo centesimo anniversario: e così è stato.

L’occasione è stata resa possibile dal Festival di Pasqua di Baden Baden e dal suo direttore musicale (in quanto direttore dei Berliner, all’ultimo anno) Simon Rattle. Seppure il feeling fra i Berliner e Bernstein non sia mai stato profondissimo, non poteva mancare un’omaggio da parte di un musicista sensibile e attento al Novecento come Rattle, che ha condiviso peraltro con Zimerman incisioni e concerti di grande successo.

L’esecuzione è stata di altissimo livello, come era lecito attendersi, sfruttando tutte le chance che questa partitura offre tanto all’orchestra quanto al direttore e al pianoforte solista per mettere in mostra le proprie qualità. La freschezza e ricchezza di idee di Bernstein (che ha composto questa sinfonia, ispirandosi al poema di W.H. Auden, a 30 anni) è stata restituita con grande entusiasmo da Simon Rattle, che ha esaltato le potenzialità dei Berliner portandoli da un estremo all’altro della gamma espressiva: dall’inquietudine all’esaltazione ebbra, dal tragico al grottesco, dalla disperazione al gigionismo. Non mancano momenti di vero godimento estetico e musicale puro, in cui la bravura dei singoli suonatori dei Berliner è già di per sé un motivo più che sufficiente per dare valore alla serata.

Perfetto contraltare alla mutevolezza d’umore dell’orchestra è il pianoforte solista, che rispecchia l’emozione individuale fraintesa dal galoppare incurante del mondo esterno. Krystian Zimerman ha confermato tutta la sua maestria, che ne fa oggi forse il virtuoso più originale e intenso al mondo: il suo tocco non è mai banale, il gesto tecnico mai fine a se stesso, la ricchezza di agogiche sempre sorprendente. Inizia compassato, contrastando con sicurezza e grazia apollinea la lunaticità dell’orchestra, poi si scalda e entra nel vivo del tormento spirituale con una facilità di esecuzione e un controllo impareggiabili nelle parti di scrittura più densa. Alla fine è lui a recitare i versi più importanti di questa strana “sinfonia” ibrida, che a tratti strizza l’occhio al concerto per pianoforte e a tratti al poema sinfonico.  Ed è sempre lui a chiudere l’omaggio a Bernstein con un bis particolare: un “happy birthday” armonizzato sul celebre Adagio sostenuto della sonata “al chiaro di luna” in do diesis minore di Beethoven.

La seconda parte del concerto ha visto l’esecuzione della Terza sinfonia di Beethoven, che con la sua marcia funebre è spesso utilizzata per ricorrenze di questo genere (nel concerto della settimana precedente, è stata eseguita la Settima al posto della Terza, sempre con la medesima caratteristica). Dopo l’entusiasmo trascinante della prima parte, che aveva trovato piena convinzione sia negli interpreti che nel pubblico, il ritorno ad un tale classico ha un po’ spiazzato. L’approccio di Rattle è rimasto in effetti ancora molto libero e novecentesco, molto indugiante nella bellezza del suono e nella bravura del suonare in assieme, ascoltandosi gli uni gli altri. Tutto molto bello ma poco pertinente all’incipit della sinfonia, che ha invece una severità di fondo, un procedere incessante e stoico (“eroico”) che poco ha a che fare con questo compiacimento. Meglio la resa del secondo movimento, molto meditativo, con uno straordinario intervento del fagotto e un intenso dialogo fra strumenti nella coda finale. Un po’ trattenuto lo scherzo, con Rattle a dare il via libera solo nell’ultima ripresa per farci sentire i Berliner fare faville (per una volta dà soddisfazione sentire i corni nel trio suonare con tanta perfezione). Decisamente positivo il rondò finale, in cui la gioia del suonare assieme è palpabile e si trasmette attraverso la scrittura beethoveniana a tutto il pubblico, non senza un pizzico di metafora meta-musicale. Nella straordinaria cesellatura dei dettagli, si esalta il flauto nei suoi assoli e lasciano a bocca aperta gli archi nei passaggi a loro dedicati, in cui arrivano a suonare quasi con la compattezza di un quartetto (Rattle sceglie un organico piuttosto ridotto, ma la sincronia fra i reparti è davvero impressionante).

Una serata complessivamente di altissimo livello musicale che ha mostrato da una parte la carica di energia e innovazione che Rattle ha portato a livello di repertorio e mentalità in questa orchestra, ma dall’altra anche quelli che possono essere i limiti sul repertorio più classico dei Berliner. Fra qualche mese sul podio della Philharmonie toccherà a Kirill Petrenko, chiamato a iniziare una nuova era.

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