Don Pasquale alla Scala

Posted on 18 aprile 2018 di

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di Gaetano Donizetti

Don Pasquale Ambrogio Maestri
Norina Rosa Feola
Ernesto René Barbera
Malatesta Mattia Olivieri
Notaro Andrea Porta
Direttore  Riccardo Chailly
Regia  Davide Livermore
Scene Davide Livermore e Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Nicolas Bovey
Video Video design D-wok

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

 

 

È noto che il Don Pasquale di Gaetano Donizetti derivi dal Ser Marcantonio di Pavesi e Anelli. Fu un’opera, il Ser Marcantonio, di enorme popolarità nelle prime decadi dell’800 che spesso veniva messa in scena quando un’opera prevista non aveva successo e bisognava in qualche modo concludere la stagione. Il successo nasceva soprattutto dall’agile libretto di Angelo Anelli (autore anche dell’Italiana in Algeri) che sviluppa la vicenda con vivacità e effervescenza. Alcuni anni fa abbiamo ascoltato al festival di Bad Wildbad quest’opera e ci siamo resi conto della sua distanza dal capolavoro donizettiano. I brevi brani dal fiato corto vengono trasformati da Donizetti in parti di ampio respiro mentre la vicenda viene concentrata in poche scene. Infatti Donizetti fin dall’epoca di Stuarda e Il campanello è parte attivissima nella composizione del libretto: ancora non si può dimostrare con evidenza, ma il taglio e la scelta dei  numeri chiusi era spesso data da Donizetti stesso, mentre i librettisti si limitavano in alcuni casi a fornire versi come succedeva con Verdi. Ecco spiegato il successo perenne di questo estremo capolavoro: il taglio del libretto e l’invenzione melodica che vanno di pari passo.

Riccardo Chailly ha parlato dell’esistenza di 150 battute perfettamente orchestrate che furono tagliate qua e là dal compositore: la nuova edizione critica non è ancora pronta e quindi si è deciso di eseguire la versione standard preparata negli anni ’70 da Rattalino ricca di indicazioni agogiche e dinamiche così da agevolare l’esecuzione. Chailly, da poco vincitore con l’orchestra della Scala dell’Oscar come miglior orchestra del mondo, riesce a plasmare un suono vivido e brillante, assecondato dai professori d’orchestra in stato di grazia. La sinfonia, vaporosa, è ricca di nuances, ritardi e accelerandi che la rendono ricchissima e varia. Se nei cantabili gli archi con rispetto assecondano il canto, ecco che nelle cabalette emergono i fiati con colori particolarmente sgargianti in una euforia sonora che caratterizza tutte le code dei brani e in particolare il lungo finale dell’atto secondo. Questo brano è proprio il perno dell’opera poiché in 30 minuti inanella situazioni perfettamente incatenate: una perfezione comica e musicale paragonabile solo al finale I del Barbiere. Chailly studia anche la resa della serenata del terzo atto invitando le due chitarre a esplicitare al meglio le armonie proposte in partitura con il risultato di un suono sgranato e brillante grazie anche al tamburello basco che dà un colore esotico. Mai ascoltammo una serenata concertata con tanta attenzione.

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Il cast vocale è stato scelto con molta cura ed equilibrio. Ambrogio Maestri è uno specialista del ruolo e fin dai recitativi, sempre molto sviluppati dal compositore bergamasco, ci introduce nella particolare psicologia del personaggio. E’ saltellante e baldanzoso nell’aria “Un foco insolito” mentre nel finale secondo emerge la complessità del personaggio, vittima delle scalmane d’amore e delle scalmane di Sofronia. La voce da basso di Maestri è tutto un chiaro scuro, un ammiccare talvolta un parlare fino al mirabolante sillabato del duetto buffo con Malatesta.
Il giovane Mattia Olivieri ormai affermato baritono affronta il ruolo del Dottore Malatesta ricco di consigli come un attore acrobatico: il regista infatti lo fa saltare, stendere, scappare e volare senza soluzione di continuità. Nonostante l’impegno fisico la prova canora non subisce ripercussioni. Spiccatamente lirica è risultata la prima aria “Bella siccome un angelo” grazie una voce corposa e sostenuta.  La sua è una parte baritonale parecchio esposta ma Olivieri l’affronta con particolare spigliatezza come nei consigli a Norina nel duetto che si conclude con una baldanzosa cabaletta (eseguita integralmente). Ottimo il sillabato nel duetto buffo, perfettamente intellegibile e senza le posticce risate (solo quelle scritte) dei due prima della coda finale. Molti i “bravo” alla sua uscita a sipario chiuso.

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Il tenore messicano/texano René Barbera ascoltato come Narciso nel Turco in Italia a Pesaro mostra tutte le sue doti nell’aria che apre il secondo atto. Il triste assolo di tromba che solo il sentimentalismo di Donizetti poteva concepire introduce alla bellissima aria che Barbera svolge con particolare impeto e vigore. Pieno il registro centrale che non si assottiglia nelle regioni più acute fino a sfoggiare al termine un luminoso Mib interpolato per l’occasione. Morbida e distante si percepisce la voce nella serenata fino a rendersi più voluttuosa nel duetto amoroso seguente, in un intreccio indissolubile con il canto di Norina. Norina è impersonata da Rosa Feola, già scelta con successo come Ninetta nella Gazza ladra dell’anno scorso. Grazie ai costumi di Gianluca Falaschi non sembra più una timida servetta ma una donna sicura di sé e capace di ottenere ciò per cui lotta. La voce è particolarmente brillante e viva, capace sia di esprimere il languore nel cantabile della prima aria che di mostrare tutta la sua spregiudicatezza una volta compiuto il finto matrimonio. Nel finale passa proprio da un estremo all’altro aumentando la comicità dell’insieme. Nella famosa scena dello schiaffo si riconosce un po’ dura nella lezione che sta impartendo ma tutto è stemperato da un valzer/cabaletta in cui la dolcezza della sua voce stempera la situazione. Fuochi d’artificio vengono riservati dalla Feola nel Rondò finale, che porta l’opera alla felice risoluzione.

La regia di Davide Livermore è stupenda e riuscita in tutti gli aspetti. La sua tesi di fondo è che Don Pasquale è stato castrato per tutta la vita nel suo rapporto con le donne per colpa della madre novantenne, il cui funerale viene inscenato durante la sinfonia iniziale. Finalmente libero, egli capirà che il matrimonio non fa più per lui. La sua casa sembra essa stessa un cimitero lugubre. Livermore si ispira ai film degli anni ’40 e ’50 in bianco e nero con riferimenti ai primi film di Fellini e sfrutta con le splendide luci tutta una gamma di grigi che caratterizzano i numerosi cambi scena: la casa/cimitero, Cinecittà, la stazione, la sfilata di moda e la periferia poco raccomandabile di Roma. La sfilata di moda farà epoca sia per gli stupendi costumi di Gianluca Falaschi sia per l’idea di trasformare ogni tipo di donna nominata da Norina in un capo di moda. Incredibile! Falaschi crea poco meno di 100 costumi tutti di superba fattura tutti ispirati all’Italia anni ’50: divertente la modella “zitella” in abito di cardinale come ci insegna proprio Fellini.

Uno spettacolo riuscito in tutti gli aspetti che sarà ancora più valorizzato dalla trasmissione Rai del 16 aprile, poiché sono mille gli aspetti visivi di questa regia che vanno apprezzati nei particolari.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera