Orphée et Eurydice alla Scala

Posted on 26 febbraio 2018 di

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musica di Christoph Willibald Gluck
libretto di Ranieri de’ Calzabigi ampliato da Pierre Louis Moline

Prima rappresentazione al Teatro alla Scala nella versione francese

Produzione Royal Opera House, Covent Garden, London

CAST
Orphée Juan Diego Flórez
Euridice Christiane Karg
L’Amour Fatma Said
Direttore Michele Mariotti
Regia Hofesh Shechter e John Fulljames
Coreografia Hofesh Shechter
Scene e costumi Conor Murphy
Luci Lee Curran riprese da Andrea Giretti

 

Gluck con questa opera realizzò una riforma decisiva per la storia della musica: la successione di recitativo al cembalo e aria virtuosistica che costituiva la cellula dell’opera del ‘700 e veniva reiterata fino a svuotarla di significato, viene qui completamente abolita. Gluck nella prima versione viennese (1762) in italiano concentra l’azione facendo agire pochissimi personaggi, fa largo uso dell’arioso che sostituisce il recitativo secco e  da presenza costante del coro che commenta l’azione.
Un’opera intensa, mono-direzionale e concentrata su una unica azione generatrice. La versione successiva è a Parma (1769) e prevede l’uso di una soprano maschile nella parte di Orfeo invece che di un contralto maschile. La Scala presenta oggi invece la versione francese (1774) mai eseguita su questo palcoscenico. In questo caso il protagonista è un haute-contre, un tenore acutissimo tipico della tradizione francese: la versione parigina comprende anche molte azioni coreografiche a completamento dell’azione. Lo spettacolo appena visto è molto affascinante e prevede l’orchestra al centro del palcoscenico con la possibilità di sollevarla sopra i cantanti o farla sprofondare al di sotto.

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Protagonista assoluto è Juan Diego Florez tenore che seguiamo fin dal suo esordio mondiale nella Matilde di Shabran al Rof 1996. Florez nella piena maturità della sua voce, reinventa il ruolo affidatogli: il suo non è un haute-contre che immaginiamo giocasse molto con il falsetto e con suoni flautati, ma è un tenore virile capace di sostenere l’ardua tessitura con una uniformità di colore. La voce è bruna, intonatissima e drammatica negli ariosi di cui è piena l’opera. I numerosi do acuti, inseriti non nelle cadenze ma nelle frasi al calor bianco dallo stesso Gluck, vengono cantati con una naturalezza sorprendente. Nell’unica aria virtuosistica a fine del primo atto adattata proprio per la versione francese stupisce per la fosforescente coloratura e la capacità di nascondere i respiri rendendo la linea vocale perfettamente integra. Un miracolo della natura questo immenso tenore peruviano che ha ricevuto grandi acclamazioni sia durante l’opera che alla fine.
Eurydice è Christiane Karg e compare solo verso la fine del secondo atto nella speranza di tornare in vita ma resta turbata dal fatto che Orfeo non la guardi. La cantante ha voce non particolarmente ampia e timbrata ma risulta adatta a questo repertorio settecentesco per lo stile e la perfetta intonazione. Molto drammatica la sua aria e perfetta nel duetto e terzetto del terzo atto dove le voci si combinano in una tela raffinatissima. Fatma Said impersona Amour rivestita completamente d’oro: ci è piaciuta molto la sua vocalità molto seducente e intensa capace di togliere dal torpore il povero Orfeo che si credeva ormai perduto.
Ottima l’orchestra della Scala diretta dal giovane Michele Mariotti, una istituzione a Pesaro, che riesce ad ottenere un suono particolarmente bello e levigato. Tempi ben staccati e nota di lode nei numerosi airs de danse dove il ritmo è fondamentale. I fiati prorompenti nella ouverture iniziale sono usati sempre con discrezione e con la massima duttilità. Un’orchestra protagonista sia visivamente che musicalmente.

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Lo spettacolo di Hofesh Shechter e John Fulljames proviene da Londra ed è originalissimo sia per la presenza dell’orchestra sul palcoscenico come già detto sia per la bellezza delle scene con queste luci che provengono da questi cilindri luminosi ricavati da un soffitto metallico che spesso schiaccia la scena. Un inferno reinventato e modernissimo dove la componente coreografica pensata proprio da uno dei due registi è componente fondamentale dell’opera. Florez rimane quasi sempre in scena rafforzando il suo coinvolgimento nella vicenda. Euridice compare e scompare sempre in maniera elegante dalla massa del coro e Amore controlla dall’alto gli eventi che ha indotto. Ottima la compagnia di ballo che con movimenti atemporali ha avuto grande parte nello spettacolo. Davvero un’esperienza completa, avvolgente e struggente dove ogni componente ora al giusto posto: un’opera riformata da Gluck ma anche dai due moderni registi che hanno colto tutte le potenzialità di questo lavoro. Lasciano a fine spettacolo Orfeo solo in scena come ad indicare che forse Euridice è perduta per sempre come ci indica la tradizione greca. Repliche fino al 17 marzo per questo spettacolo perfetto.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera