Miseria e nobiltà a Genova

Posted on 25 febbraio 2018 di

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Opera di Marco Tutino
Opera in due atti tratta dalla commedia di Eduardo Scarpetta
Soggetto, sceneggiatura e libretto di Luca Rossi e Fabio Ceresa.

Felice Sciosciammocca Alessandro Luongo
Don Gaetano Alfonso Antoniozzi
Ottavio Andrea Concetti
Bettina  Valentina Mastrangelo
Peppiniello  Francesca Sartorato
Gemma Martina Belli
Eugenio Fabrizio Paesano
Cameriere/Contadino Nicola Pamio

Direttore d’orchestra, Francesco Cilluffo
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice
Maestro del Coro Franco Sebastiani

Regia, Rosetta Cucchi
Scene, Tiziano Santi
Costumi, Gianluca Falaschi Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice e Teatro Verdi Salerno.

Il Carlo Felice di Genova ha potuto ospitare una prima assoluta di un grande compositore contemporaneo Marco Tutino, legato ancora alla melodia e alla tradizione italiana lontano dalle sterili sperimentazioni cacofoniche che spesso siamo costretti ad ascoltare. La sua ultima opera La ciociara ebbe la sua prima assoluta all’opera di San Francisco e oggi a Genova si compie invece questa importante prima grazie alla lungimiranza di Pietro Ostali editore che propose a Tutino questo soggetto e grazie Maurizio Roi e Giuseppe Acquaviva rappresentanti del teatro genovese.
Rispetto alla fortunata commedia di Eduardo Scarpetta e al film omonimo con Totò si è operata una drastica riduzione dei personaggi limitandoli a 7 grazie ai due librettisti Luca Rossi e Fabio Ceresa, quest’ultimo anche grande regista d’opera. Libretto molto ben congegnato, con un’attenzione alla versificazione, all’accumulazione di rime e versi per rendere tutto comico come in Rossini o Donizetti; si è spostata l’epoca della commedia al 1946 due giorni prima della proclamazione della Repubblica e la fine della… nobiltà. La fame, vero e proprio personaggio, si presta molto bene anche in quest’epoca subito dopo la guerra e i librettisti hanno elencato in più occasioni piatti tipici della tradizione culinaria partenopea per enfatizzare la fame atavica dei protagonisti.

 
La musica, comica e sentimentale come già in Donizetti, è in realtà legata a Puccini (Gianni Schicchi in primis) e a Nino Rota (Il cappello di paglia di Firenze). La linea melodica è sempre dolce e avvolgente, il ritmo spesso meccanico nelle scene propriamente comiche si trasforma in valzer o tarantelle perfettamente in tema. Tutino, classe 1954, risulta un compositore in linea con la tradizione italiana, capace di proseguire, rinnovandola, una scuola che è stata protagonista 400 anni della musica operistica proprio in tutto il mondo.
Protagonista assoluto don Felice impersonato dal duttile Alessandro Luongo baritono capace sia di giocare nella parte sentimentalista del marito separato e con un figlio da mantenere, sia la parte del burlone mascherato nella speranza di rimediare almeno un pasto. Molto rossiniano il duetto buffo in veste di scrivano, e gravi ben tenuti invece nell’aria “Sì, ho fame lo ammetto” : la voce è ampia e uniforme, di una immacolata morbidezza e l’attore è simpatico e perfetto nel ruolo mascherato giocando su più registri. A passo di valzer entra in scena Andrea Concetti da poco reduce del successo a Bergamo nel ruolo del titolo nel Borgomastro di Saardam: la parte del nobile che corteggia tutte è realizzata con una vocalità da basso buffo, quasi grottesco che si riduce poi a svelare in realtà un personaggio cinico e odioso nel banchetto finale. Concetti in piena forma riesce ad evidenziare questi aspetti estremi.

L’altro basso buffo Alfonso Antoniozzi ha piccola parte comparendo solo nel secondo atto ma ben caratterizza il suo ruolo di buon padre con una citazione dal Falstaff verdiano: la filippica sull’onore diventa la sortita “La tovaglia c’è”. Don Gaetano spera il meglio per la figlia, una disinvolta Martina Belli sempre elegantissima grazie ai costumi del grande Gianluca Falaschi che veste tutto lo spettacolo con estrema attenzione all’epoca del dopo guerra. Da segnalare alcuni costumi fantasiosi delle sciantose che animano i vicoli napoletani. Protagonista femminile è la bravissima Valentina Mastrangelo che con una voce purissima e perfettamente intonata commuove nella lettura della lettera al figlio. Molti belli anche i due duetti amorosi, nel primo e secondo atto tra i due Mastrangelo e Luongo davvero commoventi per la naturalezza della musica sottesa da Tutino.

Foto Bepi Caroli

 

Con molta intelligenza si è proposta la figura di Peppiniello en travesti, facendolo cantare a Francesca Sartorato giovane mezzosoprano dai dolci accenti nel primo atto e dalla comica ripetizione “Bettina m’è madre a me” nel secondo. Fabrizio Paesano è un corretto tenore di grazia e Nicola Pamio, da poco ascoltato in Fra Diavolo e Tosca a Roma, ha strappato alcune risate gustose.
Francesco Cilluffo ha diretto una orchestra precisa e vaporosa e ha dichiarato in una intervista televisiva che lavorare con il compositore dell’opera è sempre utile per decidere i tempi e alcuni particolari colori. Buono il coro impegnato sopratutto nel primo atto in buffe accumulazioni di cibi fino a divertenti parossismi. Funzionale ma poco inventiva la regia della Cucchi che avrebbe potuto lavorare più a fondo nella descrizione della Napoli del 1946.  Uno spettacolo malinconico e divertente dove entrambi gli aspetti sono ben sviluppati e bilanciati in una sintesi librettistisca ben pensata e ben sceneggiata. Un’opera che indica una direzione che dovrebbe prendere la musica contemporanea, un’opera molto apprezzata dal pubblico genovese accorso in massa a questa prima mondiale.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera