Scene dal ‘Faust’ di Goethe a Berlino

Posted on 9 gennaio 2018 di

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Faust, Doctor Marianus Roman Trekel
Gretchen, Una Poenitentium Elsa Dreisig
Mephistopheles. Evil Spirit. Pater Profundus René Pape
Marthe, Sorge, Mater Gloriosa Katharina Kammerloher
Not, Magna Peccatrix Evelin Novak
Mangel, Mulier Samaritana Adriane Queiroz
Schukd, Maria Aegyptiaca Natalia Skrycka
Ariel, Pater Ecstaticus Stephan Rügamer
Pater Seraphicus Gyula Orendt
Soli Slávka Zámečníková, Florian Hoffmann, Jan Martiník
Direttore Daniel Baremboim
Regia Jürgen Flimm
Scene Markus Lüpertz
Costumi Ursula Kudrna
Luci Olaf Freese
Coreografie Gail Skrela
Maestro del coro Martin Wright
Staatskapelle Berlin
Staatsopernchor
Kinderchor der Staatsoper Unter den Linden

 

Nel pieno della sua maturità artistica Robert Schumann compose le Scene dal ‘Faust’ di Goethe (Szenen aus Goethes Faust), un oratorio profano che fu portato a termine dopo una gestazione molto lunga, dal 1844 al 1853, in cui il compositore aggiunse brani sempre più ampi e monumentali. Come nel caso del Faust di Berlioz, la definizione di oratorio può essere limitativa, avendo questo capolavoro una prospettiva molto ampia: la drammaticità della musica richiede una forza esecutiva davvero notevole, sia dal punto di vista orchestrale che vocale.

Nel febbraio del 1844, durante una convalescenza, Schumann lesse il Faust di Goethe. Fu proprio la seconda parte di questo caposaldo della letteratura (quella parte ignorata da Gounod e accennata da Boito), e in particolare l’ultima scena con la trasfigurazione dell’anima di Faust, che lo ispirò, grazie anche ai sublimi versi del poeta tedesco. Nel 1849 e 1850 il compositore si dedicò ad alcune scene della prima parte, focalizzandosi sulla figura paradigmatica di Gretchen. Portò a compimento il lavoro con una grande sinfonia introduttiva solo nel 1853.

La Staatsoper Unter den Linden di Berlino dopo anni di chiusura ha finalmente riaperto nella sede storica di Mitte abbandonando la sede temporanea dello Schiller Theater che l’aveva ospitata negli ultimi anni, dalla chiusura al pubblico del 2009. In questi anni si è provveduto alla completa ricostruzione del tetto con il soffitto interno innalzato di 4 metri per questioni acustiche e al rifacimento del proscenio, oltre a tutti gli adeguamenti tecnici necessari a un teatro moderno e funzionale. Adesso dal centro della platea il suono dell’orchestra risulta asciutto senza particolare riverbero, con un buon bilanciamento tra archi e fiati. Inoltre con il restauro la sala risulta splendida nelle superfici e nell’oro e, com’era da aspettarsi, non è stato ripristinato il palco reale, già assente dal dopoguerra.

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Il regista della produzione è stato Jürgen Flimm di cui avevamo molto apprezzato il lavoro per il Trionfo del Tempo e del Disinganno, mentre più perplessi ci aveva lasciato l’Otello rossiniano scaligero.

L’opera/oratorio è stata messa in scena con l’ausilio anche di tre attori di prosa, che si producevano in 8 ruoli e che connettevano le varie scene.

Per quanto riguarda i cantanti, ottimale è stato l’istrionico René Pape come Mefistofele dalla voce ben calibrata e l’accento perfetto favorito dall’acustica asciutta del teatro. Pape compare sorprendentemente vestito da suora nella scena della chiesa e con la sua voce sovrasta tutto il coro del “Dies irae”. Meno apprezzabile Roman Trekel nelle vesti di Faust, si potrebbe anzi dire nelle vesti di Schumann, poiché il suo vestito primo ‘800 ricordava proprio la moda all’epoca del compositore. La voce non ha un bel timbro ma riesce comunque a rendere la parte decorosamente. Ciò che spiace è che ogni frase veniva terminata in maniera approssimativa, ogni chiusa era affannata e imprecisa e ciò è risultato ancora più evidente nella grande aria a conclusione della prima parte.

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La Gretchen di Elsa Dreisig è stata sufficientemente apprezzabile, anche se il timbro presenta una certa aridità degli armonici. La sua parte si sviluppa praticamente solo nella prima metà dell’opera con un’aria e la scena del giardino: un duetto d’amore dove è ravvisabile la timidezza di Gretchen e dove anche gli accenti della cantante sono sembrati timidi e deboli. Non poteva mancare in questa scena la piccola presenza di Marthe, una Katharina Kammerloher dalla voce corretta ma poco profonda, che era impegnata anche nella breve parte della Preoccupazione. Buono nel doppio ruolo di Ariel e Pater Ecstaticus, Stephan Rugamer, il cui timbro ha contorni morbidi e arrotondati: appariva con delle ali posticcie nel ruolo di Ariel e vestito con una tonaca nera come Pater, insieme al Pater Profundus di Rene Papé (in un contrasto blasfemo azzeccato) e al Pater Serapichus di Gyula Orendt, dalla voce perfetta per la parte. Ottima la direzione di Daniel Barenboim alla guida di un’orchestra che ha sempre in repertorio questo capolavoro. Monumentale l’esecuzione dell’ouverture e su toni celestiali tutti gli ultimi trenta minuti della composizione, vera apoteosi della musica di Schumann.

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La regia otteneva bei movimenti dalle masse e dai solisti, in un continuo cangiare di prospettiva, mentre la scena prevedeva solo un cubo centrale, un po’ deludente, al pari dello scenario del fondale e delle figure dipinte, dai colori approssimativi. Si riscattavano però i bellissimi costumi, sia in stile Settecento (epoca di Goethe), sia Ottocento (epoca di Schumann), dai mille colori e fogge diverse che ben si amalgamavano fra loro. I tre attori di prosa impegnati come doppi dei cantanti indossavano abiti di foggia diversa tra loro, ma coi medesimi colori, per potersi identificare.

Molto lungo l’intervallo: ben quarantacinque minuti in cui i berlinesi hanno preso posto nelle nuove caffetterie del teatro, nella grande Sala d’Apollo luccicante d’oro e al piano terra completamente rinnovato secondo gli stilemi dell’arte rococò. Un modo bello di condivisione e socialità in questa rinnovata Staatsoper che finalmente viene restituita alla Germania e al mondo. 

La recensione si riferisce alla recita del 14 dicembre 2017.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera