Che originali! & Pigmalione

Posted on 9 dicembre 2017 di

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Che originali!

Farsa per musica di Gaetano Rossi
Musica di Giovanni Simone Mayr

Prima rappresentazione: Venezia, San Benedetto, 1798
Edizione secondo la versione originale a cura di Maria Chiara Bertieri © Fondazione Donizetti

Don Febeo               Bruno De Simone
Donna Aristea                Chiara Amarù
Don Carolino   Leonardo Cortellazzi
Donna Rosina                    Angela Nisi
Biscroma                 Omar Montanari
Celestina                      Gioia Crepaldi
Carluccio                Pietro Di Bianco

Pigmalione

Scena lirica in un atto da Antonio Simeone Sografi
Musica di Gaetano Donizetti

Prima rappresentazione: Bergamo, Teatro Donizetti, 13 ottobre 1960

Nuova edizione a cura di Alessandro Murzi © Fondazione Donizetti

Pigmalione         Antonino Siragusa
Galatea                       Aya Wakizono

Direttore         Gianluca Capuano
Regia                Roberto Catalano
Scene                  Emanuele Sinisi
Costumi               Ilaria Ariemme

Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala
Nuovo allestimento e produzione della Fondazione Donizetti

 

La farsa Che originali! di Simone Mayr maestro bavarese di Donizetti ha avuto ottimo esito qui al Teatro Sociale di Bergamo.  Si tratta di una farsa abbastanza estesa se la confrontiamo con quelle successive di Rossini anch’esse composte per Venezia: ma se Rossini compose per il Teatro San Moisè tutte e 5 le sue farse, Mayr nel 1798 rappresentò Che originali! nell’importantissimo Teatro San Benedetto a due passi dalla Fenice e che in quel periodo gli contendeva il ruolo di primo teatro della laguna. Oggi il Teatro Benedetto ha subito una degradante sorte, trasformato in cinema multisala Rossini con il vecchio foyer occupato da un anonimo supermercato e pensare che in quel luogo ci fu la prima assoluta de L’italiana in Algeri e dell’Eduardo e Cristina di Rossini.

La farsa ha un libretto ben costruito tutto giocato sull’aspetto metateatrale, con il protagonista Don Febeo maniaco della musica così come sua figlia Aristea che parla con i versi di Metastasio. Aristea ama Don Carolino che non ha però nessuna inclinazione verso la musica e viene quindi allontanato da Don Febeo. Rosina, l’altra figlia vive in uno stato apatico che non le permette di reagire nonostante questa famiglia turbolenta. Esiste anche la coppia amorosa tra i servitori, Celestina e Biscroma che cercano di favorire l’amore tra i padroni in cambio di una bella ricompensa economica. Alla fine Don Carolino si travestirà da copista di musica, ma senza successo e poi da compositore, l’illustre Semiminima, ingannando perfettamente così il fanatico Don Febeo che gli cederà la figlia Aristea per un lieto fine .

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Colonna portante della farsa il grande basso buffo Bruno De Simone che dopo 35 anni carriera ha la voce giovane e in perfetto stato, un vero miracolo un patto col diavolo che ci sorprende ad ogni spettacolo. La parte è molto impegnativa anche per i lunghissimi recitativi secchi a cui De Simone ha dato il giusto carattere comico senza mai esagerare e strafare. Una lezione di eleganza, una capacità di sfruttare al meglio le numerose possibilità del libretto che inanella situazioni talvolta assurde e buffe. Ridicola tutta l’impostazione dell’aria “D’Acheronte sull’orride sponde” e la parodia esplicita del rondò del Giulio Sabino di Sarti che ebbe la prima nel 1781 proprio al San Benedetto. Un rondò che rende chiaro tutte le sottostrutture musicali, dal cantabile alla cabaletta e con la presenza dei pertichini a sottolineare le insensatezze cantate da Don Febeo. Bruno De Simone porta a casa un successo personale sia per la qualità dell’accento che sottolinea i passaggi più importanti, sia per la tenuta vocale in questo lungo atto unico che lo vede quasi sempre in scena.

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Bella la parte di Aristea cantata dalla professionale Chiara Amarù specializzata nei ruoli rossiniani di Isabella, Rosina e Angelina. La musica di Mayr che non contempla melodie memorabili ma solo un fluire piacevole delle situazioni, concede a Aristea due sviluppate Arie verso l’inizio e verso la fine dell’opera per omaggiare una delle protagoniste. Le citazioni metastasiane e il carattere “finto” serioso dell’incedere della musica servono a mettere alla berlina la musica del recente passato. La voce dell’Amarù ha una ricca sezione centrale che arricchisce di sfumature sempre eleganti. Divertente il duetto d’amore commentato alle spalle da Biscroma creando le premesse del Terzetto Almaviva/Rosina/Figaro con la stessa struttura musicale, i commenti di Biscroma/Figaro e la cadenza dei due amanti imitata dal pertichino. Rossini non riprende solo questa situazione, ma anche la dettatura di Don Febeo che ritroviamo nella sortita di Don Basilio nel Finale I del Barbiere.

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Leonardo Cortellazzi è un tenore di non grande ampiezza o volume ma è comunque adatto a questa parte di tenore leggero grazie alla pulizia della sua voce che a tratti sfrutta in maniera comica come nei due travestimenti. Travestito da Maestro Semiminima è quasi irriconoscibile nello sgargiante costume rosa e parruccona in testa: anche la voce sembra cambiare sotto questo camuffamento diventando più sonora e smargiassa. Omar Montanari è un altro buffo ben riuscito, che cerca di tenere a bada la sua amata Celestina, Gioia Crepaldi: entrambi inaugurano l’opera con un duettino. Montanari ha più parte durante l’opera e i suoi interventi sono sempre puntali mentre poca parte a Donna Rosina la seconda figlia di Don Febeo. Lei vive in uno stato di depressione ben espresso dai suoi atteggiamenti e dalla regia moderna. Così isolata non riesce mai ad entrare nell’ingranaggio comico dell’opera che vuole ben altri personaggi vivi e pazzi. Ottima la direzione di Gianluca Capuano che stacca dei tempi davvero indiavolati e perfetti per la resa drammatica. Assecondato dall’orchestra dell’Accademia della Scala riesce a far risaltare il gioco perfetto dei fiati che Donizetti imparerà così bene dal maestro. Plauso alla sua esecuzione al cembalo dei recitativi secchi dove il Maestro Capuano supera se stesso con mille colpi di scena, di dissonanze, di scalette e improvvisazioni che rendono vivi i lunghi passaggi di dialogo. Un’ora e 45 minuti passati velocemente grazie anche ad un libretto di Gaetano Rossi costruito come una perfetta “follia organizzata”.

 

Pigmalione

Scena lirica in un atto da Antonio Simeone Sografi
Musica di Gaetano Donizetti

Dopo la pausa, lo spettacolo si è concluso con questa prima fatica donizettiana, composta durante il periodo di studi a Bologna: non ci risulta che questo saggio scolastico sia stato eseguito in quell’occasione e la prima esecuzione avvenne solo nel 1960. Il brano è molto originale un”unicum” nel catalogo dell’operista.
Il libretto si ispira al Pygmalion di Jean-Jacques Rosseau (Lione 1770) dove si cercava di recuperare il rapporto tra parola e musica, una specie di melologo dove alla parte in prosa si assommavano commenti dell’orchestra. Notevole il successo dell’opera tanto da essere rappresentata in Italia anche nell’originale francese per non rompere l’incanto di una prosodia costruita alla perfezione da Rosseau. Ne seguirono varie versione come quella di Sografi musicata da Cimador col titolo Pimmalione titolo che utilizza anche Donizetti semplificando un poco il libretto. Donizetti non utilizza la forma a melologo ma tratta tutte di parti col canto sostenuto da piccolo ensemble orchestrale. Si susseguono varie arie molto contrastanti fra loro che cercano di indagare l’anima dello scultore e il rapporto con la sua opera finché Galatea si anima e la scultura oggetto del suo amore si unirà a lui in un duetto.

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Per 20 minuti Antonino Siragusa è impegnato al massimo nella successione delle arie e la sua voce scava bene il personaggio tormentato. I recitativi sono ben accentati, motivati da una ansia continua e le arie vengo rese sempre con una certa tensione. Siragusa nelle parti di tessitura più acuta non ha nessun problema anzi esalta gli acuti con un timbro sempre molto traslucido e piacevole all’ascolto. Aya Wakizono apprezzata quest’estate a Pesaro come Clarice nel La pietra del paragone ha piccola parte ma la sua voce mezzosopranile ben si amalgama con la più stentorea del tenore.  Aya Wakizono inoltre è un’ottima attrice poiché per più della metà della scena lirica agisce nel suo candido vestito e canta solo con i gesti e gli sguardi fino alla famosa sillaba “Io” quando inizia a vivere davvero.

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Durante la farsa precedente avevamo già visto Pigmalione nella sua stanza in bravi flash che sembravano apparire solo agli occhi da Rosina, dal carattere infelice e tormentato proprio come lo scultore. Così facendo si è creato un collegamento anche visivo tra le due composizioni. L’orchestrazione è stata estesa ad una orchestra completa (la stessa utilizzata nella farsa precedente) arricchendo così lo spettro sonoro e sostenendo meglio le voci anche grazie alla bacchetta del maestro Capuano.
Pigmalione mostra che il giovane studente aveva già superato il maestro per lo meno nella creazione delle melodie subito riconoscibili, capacità che lo porterà ad essere il più amato compositore tra gli anni ’30 e ’40 del XIX secolo.  Ci complimentiamo con il Festival per questo dittico che ci ha rivelato due rarità eseguite con la massima cura.

Fabio Tranchida

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