Melodramma giocoso di Luigi Romanelli

Direttore Daniele Rustioni

Regia, Scene e Costumi Pier Luigi Pizzi
Collaboratore alla Regia Massimo Gasparon
Luci Vincenzo Raponi

Interpreti Marchesa Clarice Aya Wakizono,
Baronessa Aspasia Aurora Faggioli,
Donna Fulvia Marina Monzó,
Conte Asdrubale Gianluca Margheri,
Cavalier Giocondo Maxim Mironov,
Macrobio Davide Luciano,
Pacuvio Paolo Bordogna,
 Fabrizio William Corrò

Coro del Teatro Ventidio Basso

Maestro del Coro Giovanni Farina
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

Produzione 2002, riallestimento 

 

Meravigliosa ripresa della produzione del regista Pier Luigi Pizzi del 2002 che ha profondamente rivisto lo spettacolo sfruttando al meglio un cast di giovani. La scena riproduce con eleganza formale una villa di Pizzi costruita negli anni ’60 a Castel Gandolfo con tanto di piscina molto utilizzata dai personaggi. Bellissimi i costumi dai colori quasi psichedelici e le capigliature cotonate che hanno segnato un’epoca. Ogni movimento è stato studiato nel dettaglio in una girandola di idee multicolori. I due bassi buffi hanno davvero primeggiato: il grandissimo Davide Luciano dalla voce nobile e morbida fin troppo sontuosa per il falso Macrobio giornalista da strapazzo. “Chi è colei che s’avvicina” è un’aria capolavoro che avrà la sua massima  rielaborazione nell’aria di Don Profondo. Ottimo Luciano nei legati e nei sillabati grazie a un timbro bronzeo e uniforme. Paolo Bordogna è un Pacuvio, poeta stralunato dalle eccezionali doti mimiche. L’aria del “Missisipipì” studiata sillaba per sillaba è risultata viva e originale.

Tutti gli interventi dei due bassi buffi portavano sempre la risata e spiace che molti passaggi nei recitativi siano stati stralciati poiché i loro ruoli ne avrebberro tratto beneficio come la poesia della “rosa spampanata”. Sotto tono la prova di Gianluca Margheri che non ha certo la profondità d’accento di Filippo Galli; Margheri canta tutto con precisione e correttamente ma ciò non toglie che il timbro sia arido e il volume non sufficiente. La sua prestanza fisica è stata invece fondamentale per definire il giovane trentenne Conte Asdrubale e le scene in piscina con tanto di lancio del costume da bagno sono state davvero ben studiate e divertenti. Molto bene la prova di Maxim Mironov che gioca a tennis nel duetto di presentazione con Macrobio in uno scambio acido di battute. La voce è perfettamente timbrata e l’aspetto è nobile così da conferire al personaggio di Giocondo il giusto spessore. Mirabile l’aria del secondo atto dove Mironov ha sostenuto una impervia linea vocale che non concede alcun respiro. Morbidi gli accenti e delicato il timbro questi i giusti aggettivi.

Aya Wakizono ha cantato Clarice con grande professionalità e precisione ma il ruolo sarebbe da vero contralto e non da mezzo. Marietta Marcolini prima Ernestina e Isabella aveva voce ben più grave e così molti effetti sono andati persi. Ciò non toglie che la conturbante presenza e il canto corretto abbiano reso sufficiente la sua prova anche negli abiti maschili da militare. Divertente e ben congeniato il duetto “al telefono” con il Conte con il fortepiano ad imitare la suoneria, tutta farina del sacco di Pizzi. Poco interessanti le prove delle due spiritate seconde donne che provengono dalla Accademia. Interessante e studiatissima la concertazione di Daniele Rustioni che si agitava ancor più dei personaggi sulla scena riuscendo ad infondere vera passione a tutta l’Orchestra Rai e attenzione al dettaglio. Dalla strisciata dei violini nella sostenuta e brillante sinfonia ai tempi sempre perfetti e incalzanti. I fiati sono risultati ben cesellati in una miniera di colori acquarellati.

Il giovanissimo Rustioni ha dato il 100 % di se stesso per la riuscita musicali e i risultati si sono visti e ascoltati. Abbiamo visto due recite sempre dalla prima fila e ciò ci ha fatto veramente immergere nello spettacolo così goldoniano, così colorato, così studiato: una vera follia organizzata che valse a Rossini l’esonero a venti anni dal militare e ben 53 recite consecutive in Scala. Nessuno conosceva l’opera col titolo originale a Milano ma tutti la chiamavano Sigillara dalla scena più divertente dell’opera quando Asdrubale vestito all’africana sigilla e sequestra tutto. Una vera miniera di situazioni burlesche rivitalizzate dalla grande regia di Pizzi il regista per antonomasia che ha dedicato il suo genio a tanti capolavori rossiniani compreso questo. Vivissimo successo di pubblico non solo durante la passerella finale sempre sulle note improvvisate del fortepiano ma quasi ad ogni numero!

Fabio Tranchida