LE SIÈGE DE CORINTHE

Tragédie lyrique di Luigi Balocchi e Alexandre Soumet

Direttore Roberto Abbado

Progetto Regia
La Fura dels Baus

Regia e Scene
Carlus Padrissa

Elementi scenografici e pittorici, Costumi e Video
Lita Cabellut

Interpreti Mahomet II Luca Pisaroni,
Cléomène John Irvin,
Pamyra Nino Machaidze,
Néoclès Sergey Romanovsky,
Hiéros Carlo Cigni,
Adraste Xabier Anduaga,
Omar Iurii Samoilov,
 Ismène Cecilia Molinari

Coro del Teatro Ventidio Basso

Maestro del Coro Giovanni Farina
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

Nuova produzione 

 

Per il suo primo grand-opéra a Parigi, Rossini nella veste di 《Premier Compositeur du Roy》e 《Inspecteur Général du Chant en France》cerca un compromesso: non un’opera nuova ma un rielaborzione in francese di un capolavoro che non fu apprezzato ne dai napoletani ne dai veneziani che lo ascoltarono in una nuova versione con finale lieto. In realtà da ciò che ci comunica il grande musicologo Damien Colas che per due anni ha analizzato il materiale d’orchestra per trarne una partitura completa a differenza di ciò che fu stampato all’epoca, sono due i processi creativi che hanno interessato questa rielaborazione. In una prima fase Rossini compose il primo atto del Mahomet II, invero semplicemente adattando 4 brani del Maometto II con pochi aggiustamenti. Poi con l’idea di cavalcare l’onda politica della liberazione della Grecia ecco farsi strada Le Siège de Corinthe con un secondo e terzo atto notevolissimi e con la maggior parte della musica composta ex novo. A questo punto sarebbe stata programmata una terza fase cioè la rielaborazione profonda del primo atto per uniformare il tutto ma ciò non avvenne purtroppo limitando il lavoro alla sgargiante sinfonia. Il Rof 2017 presenta quindi Le siège in una nuova veste il più possibile vicino la versione andata in scena il 9 ottobre del 1826: mancando la partitura autografa restano ancora numerosi dubbi e questioni aperte nonostante ciò il lavoro certosino sulle parti d’orchestra ha permesso di ripristinare 473 battute inedite che abbiamo ascoltato questa sera incorporate nell’opera. Molte di queste battute derivano dal Maometto II ma altre sono completamente nuove. Oltre a ciò Damien Colas ha ritrovato i primi due ballabili che precedono i tre ballabili che si sono ascoltati oggi. Non si è potuto integrare i primi due poiché esistono solo in forma pianistica essendo stati tagliati prima ancora che Rossini li orchestrasse. Chissà se qualche compositore contemporaneo si cimenterà nell’impresa di orchestrare i primi due inediti ballabili. Zedda l’avrebbe potuto fare.

Definiamo superlativa la prova dell’orchestra diretta da Roberto Abbado. È il primo hanno che l’Orchestra Nazionale della Rai si assume questo onere e onore di presenziare al Festival e l’esito è stato ottimale anche grazie a un direttore attento ai colori e alle dinamiche. Abbado è rispettoso del canto e non copre mai le voci; perfetta la rutilante sinfonia composta da citazioni da Bianca e Falliero, Messa di Gloria e il Salmo XXI musicato da Benedetto Marcello. I due tenori fanno a gara nell’introduzione a emergere come in una sfida vocale: Sergey Romanovsky è il giovane Néoclès dalla voce di particolare squillo, sicuro nella tessitura medio alta e capace di cesellare una linea di canto molto mobile e tornita. Una sfida vinta sia nella prima strofa del terzetto presso le tombe, strofa mai sentita prima, sia nell’aria anch’essa del terzo atto dove la magistrale scrittura rossiniana si reinventa da sola costruendo un pezzo senza alcuna soluzione di continuità tra preludio, recitativo preghiera e aria. Un vero tour de force risolto da Romanovsky con grande naturalezza sfoggiando il suo timbro virile. La parte di Cléomène era affidata a John Irvin forse dal timbro meno seducente ma non per questo meno preparato ad affrontare l’ispido ruolo affidato a Napoli a Nozzari.

Il padre canta in tutti e tre i terzetti e Irvin ne esalta l’autorità con una voce robusta che non si schiarisce verso le alte regioni. La terza greca è proprio la protagonista femminile: Pamyra è una incantevole Nino Machaidze impegnata nella completamente nuova aria del secondo atto, rispetto la versione napoletana. La diva riesce a farci apprezzare le pagine scritte per lei con la sua voce accattivante e seducente con una prestazione di tutto rispetto. Grande l’energia offerta dalla Machaidze nella cabaletta della sua aria dove la revisione sulle fonti ha permesso di donare all’interprete molte più battute risolte con una brillante coloratura. Il personaggio combattuto tra amore per Maometto e amor di patria è risultato sofferto e drammatico e per ciò molto credibile. Per il nemico Maometto II era previsto Alex Esposito ma il suo forfait ha costretto Luca Pisaroni a studiare la parte in poco più di un mese: risultato ottimo poiché Pisaroni ha intriso il suo canto di una virulenza e ferocia davvero impressionanti. La sua aria conteneva per la prima volta anche il difficile cantabile risolto con gran tecnica e cesello preciso. Tutti gli interventi di Pisaroni erano tesissimi, intensi nell’esaltazione della guerra e dell’amore contrastato. La potenza di un canto sempre timbratissimo ha descritto un ottimo personaggio.

Carlo Cigni supera la prova nel profetico ruolo di Hiéros coinvolgendo nel suo gran pezzo tutti i greci, solisti e coro. Molto convincente con la sua bella voce Cecilia Molinari nel ruolo di Ismène con il suo intervento tratto dall’Ermione. Molto virile l’Omar di Iurii Samoilov con interventi sempre chiari e netti.

Ottimo il coro del Teatro Ventidio Basso preparato da Giovanni Farina. Al coro stesso erano associati molti “aggiunti” poiché il coro doveva rappresentare anche contemporaneamente sia il coro dei greci che dei turchi con importanti effetti stereofonici. Una massa corale ben preparata capace di scolpire con precisione le ampie pagine tra cui la famosa benedizione delle bandiere.

Peccato che la regia de La Fura dels Baus sia stata alquanto deludente nella sua pochezza visiva dominata dalla plastica ad indicare la carenza d’acqua nel mondo moderno e da costumi di interessanti colori ma tagliati in forme banali sui corpi dei protagonisti e del coro. La stessa pittrice che realizza i costumi crea dei dipinti di non ben chiara relazione con l’opera. Pessima la “coregrafia” del lungo balletto con movimenti scenici di nullo interesse. La componente musicale ha comunque portato al successo questo capolavoro eseguito magnificamente e con una rutilante orchestra. Vivo entusiamo per tutti e poche contestazioni alla regia.

Fabio Tranchida