Un giorno di regno a Martina Franca

Posted on 1 agosto 2017 di

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Melodramma giocoso di Felice Romani
Edizione critica edita da Chicago University Press e Casa Ricordi di Milano a cura di Francesco Izzo – Editore Ricordi, Milano

Il Cavalier Belfiore VITO PRIANTE
Il Barone di Kelbar PAVOL KUBAN
La Marchesa del Poggio VIKTORIJA MIŠKŪNAITÉ*
Giulietta di Kelbar DIOKLEA HOXHA
Edoardo di Sanval IVAN AYON RIVAS
Il Signore della Rocca LUCA VIANELLO*
Il Conte Ivrea NICO FRANCHINI*
Delmonte DOMENICO PELLICOLA*

Maestro concertatore e direttore d’orchestra SESTO QUATRINI
Regia, scene e costumi STEFANIA BONFADELLI

Disegno scenico CHIARA TRANCOSSI
Elementi di scenografia RAFFAELE MONTESANO
Lighting designer GIUSEPPE CALABRÒ

Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Maestro del coro Corrado Casati

Orchestra Internazionale d’Italia

Scenografia e attrezzeria Laboratori Festival della Valle d’Itria, Laboratori Accademia delle Belle Arti di Bari
Costumi Atelier Brancato, Milano

Nuovo allestimento del Festival della Valle d’Itria in collaborazione con *l’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”

 

La seconda opera di Verdi è un’opera di grande studio, dal ritmo indiavolato e dalla cura dei particolari. Il libretto di Romani scritto nel 1818 per Adalbert Gyrowetz sebbene valido nel costruire l’azione con poche arie e moltissimi ensemble poteva però sembrare datato vent’anni dopo è questa può essere l’unica ragione del fiasco poiché musicalmente l’opera è superiore per dettaglio e particolari ad alcune sorelle di quel periodo.  Davvero ottima la direzione di Sesto Quatrini nella attuale produzione di Martina Franca: tempi molto azzeccati, eccitazione costante, fragoroso tamburo militare ( sarebbe servito anche nell’ouverture della Margherita d’Anjou). Bene il comparto dei fiati che spesso si sovrappongono alle linee melodiche con una tecnica molto donizettiana: Rossini è sopratutto Donizetti emergono in ogni momento da questa giovanile partitura ma già il nerbo verdiano e la voglia di “far presto” è ben ravvisabile. I migliori tra le voci sono stati il baritono Vito Priante e il tenore Ivan Ayon Rivas. Vito Priante lo avevamo molto apprezzato nel Filippo de La Gazzetta, la sua voce è morbida e curata con ampie arcate ben sostenute. Impegnativa la parte in quanto è quasi sempre in scena ma Priante non ha dato alcun segno di affaticamento anzi era sempre pronto a buttarsi nella mischia dei pezzi d’assieme. Diverte il recitativo dove scambia Stanislao per Stanislasky e le inflessioni francesi. Lorenzo Salvi, il primo Edoardo, fu all’epoca il primo Oliviero nell’Adelia donizettiana e il primo Riccardo nell’Oberto di Verdi stesso. Bravissimo il giovane Rivas nella suddetta parte di Edoardo che ha stupito anche a Torino pochi mesi fa per un ottimo Rodolfo ne la Boheme. Vestito di armatura traslucente ci deliziato per l’ampiezza della voce sempre ben controllata, per il timbro immacolato e virile ben apprezzabile anche nell’aria del secondo atto. Due i bassi buffi impegnati che hanno fatto bene il loro lavoro: meglio il Barone di Pavol Kuban dalla voce più sostenuta e sbozzata mentre il giovane Luca Vianello già sentito due giorni fa ne L’ isola disabitata di Garcia ha ancora un po di lavoro da fare per affinare le frasi. Vianello ha tutte le potenzialità e molti passaggi sono azzeccati ma ancora un po’ di studio migliorebbe la sua performance.

La prima Marchesa del Poggio fu Antonietta Marini Rainieri (protagonista nelle prime assolute di Maria regina d’Inghilterra di Pacini e Gianni di Parigi di Donizetti) moglie del grande basso Ignazio Marini è stata interpretata da Viktorija Miškūnaité: nella sua aria rifiuta il contratto proposto dal Tesoriere/Produttore. La sua voce è sufficientemente timbrata anche se sono evidenti alcune incertezze nelle regioni acute. Sempre meglio i cantabili che le cabalette dove non perfetta era la limpidezza della linea. Debole la Giulietta di Dioklea Hoxha che fu alla prima Luigia Abbadia (Ines nella di poco successiva Maria Padilla). La cantante è giovanissima e necessita  ancora molto studio: voce debole, molte insicurezze e in affanno nei tempi veloci per una imprecisa tecnica di respirazione. La regia di Stefania Bonfadelli era inesistente: bella solo l’idea di un teatro occupato ma poi niente è stato sviluppato. Per tutto il primo atto i cantanti sono stati con lo spartito in mano portando la noia nella ripetizione dell’azione. Il coro lasciato immobile come un pacco postale e nessun cambiamento di scenografia o luci hanno pesato come zavorra uno spettacolo non sviluppato minimamente. Per fortuna i cantanti e soprattutto l’orchestra hanno tenuto alta l’attenzione. Viva V.E.R.D.I..

Fabio Tranchida

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