Semiramide a Firenze

Posted on 2 ottobre 2016 di

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Semiramide:  Jessica Pratt
Arsace: Silvia Tro Santafé
Assur: Mirco Palazzi
Idreno: Juan Francisco Gatell
Oroe: Oleg Tsybulko

Direttore:  Antony Walker
Regia: Luca Ronconi

Semiramide è il coronamento della carriera rossiniana sul suolo italiano. Un’opera monumentale che amplia le strutture drammatiche già postulate nel Ciro in Babilonia e Tancredi (le sue prime opere serie) portandole  a  vertici inarrivabili. Nel mezzo c’erano stati gli anni napoletani che avevano stimolato incredibilmente la fantasia e la drammaturgia rossiniana creando spesso opere “troppo” moderne come ad esempio la mirabile Ermione ben presto ritirata dalle scene (e rispolverata per essere una fucina di brani per Ugo Re d’Italia, opera londinese mai compiuta). Semiramide quindi è in una posizione particolare poiché i veneziani non avrebbero apprezzato tutte le novità napoletane e quindi Rossini utilizzò una struttura classica, da lui stesso postulata, e la rese ricca internamente grazie ad una musica apollinea.

La sinfonia viene composta con un pot-pourri dei temi dell’opera, mentre a Napoli preferivano un breve preludio. Anche il Maometto II nella versione di poche settimane prima per Venezia venne rimodellato con vari brani e l’aggiunta della nuova sinfonia. La Colbran compare nell’immensa introduzione proprio per emulare le opere italiane di Meyerbeer, tra cui L’esule di granata. Ogni brano ha una ampiezza inusuale e spesso la scansione è tripartita. La presenza della banda sulla scena amplifica l’orchestra e i cori sono divisi in più masse, artifici guadagnati mano a mano proprio sul palcoscenico del San Carlo. Certo mancano le modernità della poco precedente Zelmira, costruita con un divenire drammatico accelerato e “verdiano” mentre nella Semiramide notiamo un edonismo musicale inusuale, tanto che alcuni la definiscono l’ultima opera barocca e non a torto, sebbene ciò sia un paradosso. Potremmo meglio definirla un monumento neoclassico di perfetta costruzione e bilanciamento, un edificio del Piermarini che rivive nelle occasioni importanti nei teatri per la difficoltà di esecuzione.

I due cantanti principali per cui scriveva quest’opera Rossini erano la futura moglie Isabella Colbran e Filippo Galli, il basso baritono di tanti successi. La Colbran era già oltre il limite delle sue capacità e le recensioni non furono affatto lusinghiere. Rossini faceva di tutto (come  a Napoli) per far bella figura alla cantante, sopratutto scegliendo le posizioni dei suoi brani con giusta oculatezza. La famosa Cavatina “Bel raggio lusinghier” era stata prevista senza cabaletta proprio per non affaticare Isabella, ma poi, forse per ragioni di simmetria, venne realizzata anche la seconda parte con coro a far da pertichino. Esiste comunque la partitura della prima versione incisa recentemente dalla Bonitatibus. Galli venne invece omaggiato con la famosa scena della pazzia prima del Finale II, vero tour de force per il cantante e nuova dimensione che precede le pazzie di Giorgio Ronconi nel Furioso e nel Torquato Tasso di Donizetti.

Coraggiosa dunque la scelta di Firenze di inaugurare la stagione con un simile monumento sonoro dando il “la” al Festival del Bel canto di ottobre. Quattro ore e cinque minuti la durata della rappresentazione che si avvaleva di cantanti di prima grandezza. Jessica Pratt è australiana di nascita ma fiorentina di adozione. Nel ruolo della protagonista non ha trovato nessuna difficoltà di estensione essendo la parte per la Colbran piuttosto bassa. Di suo quindi ha realizzato numerose puntature per rendere la parte ancora più virtuosistica. La voce è ampia, chiara ma non troppo, capace sia di momenti idilliaci come il secondo duetto con Arsace (must rossiniano) sia di scene più imperiose come il magnifico e innovativo giuramento. “Qual mesto gemito” è stato introdotto dalla Pratt con il giusto volume ridotto, causato dallo sconcerto della situazione e ciò valeva anche nel duetto con Assur nel ricordare il regicidio. La cantante australiana ha così superato tutte le insidie della partitura e si è mostrata come una imponente matrona a seno scoperto e dalla folta capigliatura verde per tutta l’opera.

Il ruolo en travesti di Arsace aveva le sembianze di Silvia Tro Santafè di cui apprezzammo l’ottima incisione nell’altro Arsace rossiniano, quello dell’Aureliano in Palmira. La lunga cavatina d’ingresso ha stupito per uniformità di registro. Recitativo sbalzato, cavatina ben fraseggiata e cabaletta col giusto piglio con variazioni alla ripresa di grande intelligenza. La voce ha bei riflessi color mogano, la voce si combina perfettamente nei duetti con Semiramide, rimanendo sempre distinguibile anche se le voci procedono per terze. La mancanza del coro introduttivo nell’aria del secondo atto ha tolto monumentalità alla scena, ma non certo per colpa della cantante. Alcuni passaggi particolarmente bassi sono stati resi dalla Tro Santafè con particolare insistenza, a manifestare le sue capacità nel ruolo.

Jessica Pratt in e Silvia Tro Santafé (Arsace) Semiramide © Simone Donati - TerraProject - Contrasto (50).jpg

Mirco Palazzi erede del ruolo di Filippo Galli ci è apparso in ottima forma. Un fisico minuto e bello sguardo non farebbero presagire una tale potenza sonora (già ci aveva stupito nel Maometto II a Roma). Abbiamo seguito la sua carriera dagli esordi fino alle sue ottime prove al ROF ma questa sera non avremmo aspettato tanta perfidia e livore. Gli accenti, i movimenti, tutto a indicare l’assoluta negatività del personaggio. Il suo organo vocale ha il giusto spessore e non risulta fastidiosamente cavernoso, anzi, riesce ad alleggerire i passaggi fioriti prediletti da Galli. Certo il suo ruolo è stato in parte rovinato dai tagli assurdi nell’Introduzione ma poi grazie alla quasi integralità dei due duetti il ruolo è emerso dirompente. Apoteosi la scena della pazzia che si è meritata una ovazione a se stante prima della turbinosa cabaletta a ritmo puntato che ha svolto senza il minimo segno di cedimento, con un’esuberanza e sbalzo davvero notevoli considerando anche la durata dello spettacolo.

Se dobbiamo dirvi la verità, temevano la prova di Juan Francisco Gatell come Idreno in quanto il suo ultimo Ramiro all’opera di Roma non era risultato ottimale. Invece la serietà con cui ha intrapreso lo studio delle due arie (la prima forse mai eseguita ai tempi di Rossini) è subito sembrata notevole. Il timbro si è irrobustito e anche nella zona acuta non ci sono state lacune di sorta, anzi uno squillo particolare rendeva piacevole lo sviluppo delle frasi. La seconda aria ancora meglio della prima, innanzitutto per il coraggio dell’assoluta integralità e poi per aver creato una tensione speciale nell’episodio ponte in dialogo col coro fino ad una cabaletta ben sincopata e virtuosistica. Nella coda altre gemme di piacere in puntature del cantante pertinenti al momento di chiusa.

Oleg Tsybulko ci è parso un Oroe meritevole, serissimo nel suo ruolo e dalla vocalità autorevole a completare il quintetto di protagonisti. La sua presenza nell’introduzione è fondamentale e siamo certi che Verdi abbia pensato alla modernità del primo recitativo di Oroe per aprire la sua Aida.

Incomprensibile invece la scelta di amplificare elettronicamente la voce dell’ombra di Nino. Un’assurdità anti storica e musicalmente inaccettabile. Chanyoung Lee, sicuramente un buon cantante, non si può giudicare se gli si impone di cantare in un microfono.

Il direttore Antony Walker ha sostituito il previsto Bruno Campanella, il quale aveva già di par suo sfrondato la partitura. Danni gravi sono stati arrecati all’Introduzione e al Finale I che hanno perso, e di molto, il loro carattere monumentale. Il pubblico lo ha capito bene infatti l’Introduzione così sfigurata non è stata per nulla applaudita. La mancanza della banda sul palco non ha creato quella dimensione “surround” voluta da Rossini, quel gioco raffinato tra due organici contrapposti che poi si uniscono in un clangore innovativo. Peccato perché bastavano 25 strumentisti per regalarci una esperienza sonora ampia e raffinata. A parte ciò, Walker è un bravo concertatore, apprezzato nella festosa sinfonia, bravo a elargire con la giusta misura crescendo vaporosi supportato da un’orchestra precisa, specie nel comparto dei fiati così importante nel dialogo creato dal pesarese con le voci.

Luca Ronconi fece questo spettacolo minimalista per il San Carlo di Napoli spogliando la vicenda di tutta la sua retorica e lasciando i personaggi soli con i propri amori non corrisposti e i loro drammi interiori. Ronconi ha relegato il coro nel golfo mistico, scelta alquanto inusuale: cantando il coro comparivano in scena 27 figuranti speciali che animavano muti le scene costituite da una lacerazione, un cretto alla Burri, sul fondale. Ottimo quindi il risultato artistico dell’operazione e sfida vinta dell’Opera di Firenze che con coraggio ha proposto questa infinita partitura. Proseguiranno le nostre recensioni con il Festival del Belcanto di questo teatro nel mese di Ottobre.

Fabio Tranchida

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