Francesca da Rimini a Martina Franca

Posted on 31 luglio 2016 di

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Francesca: Leonor Bonilla
Paolo: Aya Wakizono
Lancillotto: Mert Süngü
Guido: Antonio Di Matteo

Direttore: Fabio Luisi
Regia, scene e costumi: Pier Luigi Pizzi

“Quest’opera non s’ha da fare…” potrebbe essere il laconico sottotitolo della Francesca da Rimini di Saverio Mercadante. Fu composta mentre l’autore lavorava a Madrid con discreto successo e questa doveva essere la sua ultima opera per il teatro spagnolo. Ma intrighi vari non fecero eseguire l’opera. Il compositore portò la partitura completa in ogni sua parte a Milano dove nel 1831 si stavano dando Norma e Bianca d’Aquitania (intitolata poi da Donizetti Ugo Conte di Parigi) dove Pasta, Grisi e Donzelli furoreggiavano. Problemi nei compensi e malattia dell’impresario portarono anche questa volta ad un punto morto. Si può avanzare l’ipotesi che anche la Pasta ci avesse messo del suo, essendo la parte di Paolo (lei che adorava ruoli en travesti) minoritaria rispetto a Francesca. Parliamo quindi di concause che hanno di fattto rimandato la prima dell’opera al 30 luglio 2016, qui a Martina Franca. Il libretto di Romani possiamo già ipotizzarlo pronto per essere musicato da Meyerbeer proprio per la Scala, quando tuttavia la censura lo bloccò per il doppio suicidio e Meyerbeer dovette ripiegare su Margherita d’Anjou. Romani stempera la vicenda romantica con i suoi ideali classicizzanti e misurati. Mercadante crea musica molto bella ma un po’ troppo schematica. Ogni pezzo è bipartito o tripartito senza che il cambio di sezione sia molto giustificato musicalmente. Non ci sono accelerazioni, non c’è un precipitare dell’azione. Tutto rimane troppo schematico.

L’edonismo musicale ha il sopravvento sulla storia che oltretutto ripropone il secondo atto che è pari pari al primo nella successione dei brani. Se associate a ciò poi la mancanza di qualsiasi elemento scenico e al fatto che per sette volte (dico SETTE VOLTE) i protagonisti eseguono il cantabile sulla scena e alla cabaletta fanno la loro passerella davanti al pubblico capite che la drammaturgia risulta statica e ripetitiva oltremodo. Pier Luigi Pizzi in questo caso ha fallito per troppa sottrazione, ma è stato salvato dai movimenti coreografici bellissimi di Gheorghe Iancu con numerosi ballerini in bianco e nero a vivacizzare ogni momento, dalla scena iniziale al duello a metà del primo atto.

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Buona la prova del cast che includeva tre solisti di alta levatura. Iniziamo dal tenore Mert Süngü che doveva affrontare una parte degna di Andrea Nozzari. Tipica parte estrema rossiniana n cui il tenore è sovraesposto con numerose messe di voce, slanci brillanti e cadenze. Una parte arroventata, affrontata con coraggio da Süngü e con variazioni un po’ rischiose nella prima aria. La voce nel prosieguo dell’opera si increspa facilmente salendo e il timbro non sempre è bello. Nelle code musicali dove la sua voce dovrebbe svettare sul coro e pertichini Süngü sparisce completamente con un biasimevole anticlimax.

Francesca è stata Leonor Bonilla che è entrata in scena con un velo rosso che le copriva il viso. Nel recitativo Pizzi le ha suggerito movimenti di una nobile classicità: la voce è sensibile, a tratti generosa. Arpa in minore introduce un cantabile che ricorda quello in Otello e Zelmira.  Molto bene lo sbalzo della cabaletta sia del primo che secondo atto e qui la Bonilla sovrasta bene il coro. Aya Wakizono è molto interessante nella parte en travesti di Paolo. “Mi vedrai nel ciglio ancor” è cantata con notevole intimismo e in tutta l’opera il personaggio è tratteggiato più nella parte patetica che eroica. Bellissima la comunione di intenti nel duetto della lettura del fatale libro: Mercadante con l’uso delle terzine dell’arpa crea un morbido e sognante tappeto sonoro atto a far emergere l’amore represso dei due. Dalla scoperta che ne fa Lancillotto ecco generarsi il finale primo dagli schemi collaudati. Romani concede ai due innamorati un secondo duetto dove la calda voce della Wakizono e quella più chiara della Bonilla creano un magico gioco. Antonio Di Matteo ha cantato la parte di Guido, padre di Francesca con buona voce, intonata e grave anche se la parte non gli permetteva mai di esser protagonista neppure nel terzetto e quartetto impietosamente tagliati da Fabio Luisi, peraltro buon concertatore se non per alcuni tempi troppo lenti.

Orchestra ben affiatata dal suono ampio con arpa e corno inglese solisti nei punti chiave dell’azione. Coro maschile un poco slabbrato, meglio invece il comparto femminile. Un’opera quindi riuscita solo in parte che si compiace oltremodo del belcanto senza preoccuparsi troppo del contorno. Mercadante attingerà a piene mani da questa opera per le successive come I Normanni a Parigi e Zaira. Siamo felici che il festival abbia prodotto questo spettacolo che prosegue con due repliche il 2 e 4 agosto.

Fabio Tranchida

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