Don Chisciotte al Festival della Valle d’Itria

Posted on 31 luglio 2016 di

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Don Chisciotte: David Ferri Durà
Sancio Panza: Salvatore Grigoli
La Contessa: Shiri Hershkovitz
La Duchessa: Alessandra Della Croce
Don Calafrone: Nico Franchini
Don Platone: Iosu Yeregui
Carmosina: Rosa García Domínguez
Cardolella: Alessandra Torrani
Ricciardetta: Cristina Fanelli

Pianista e direttore: Ettore Papadia
Regia: Davide Garattini 
Costumi: Giada Masi

Il 42° Festival della Valle d’ Itria riesce a celebrare il conterraneo Paisiello a 200 anni dalla morte con due importanti opere in programma: una di queste è il Don Chisciotte della Mancia, opera rappresentata nel piccolo teatro dei Fiorentini di Napoli nel 1769 quando il compositore era ventinovenne. Abbiamo visto l’opera ospiti della Masseria Fortificata San Francesco a Matera, un luogo magico con la sua Torre, la sua grotta restaurata, e l’aggiunta di una piscina che rispetta il luogo antico. Davvero uno scrigno di bellezza a poca distanza dai Sassi. Il regista Davide Garattini ha vitalizzato una trama a sua volta già spigliata e articolata con mille trovate. Don Chisciotte malato mentale è assistito in una clinica: al posto del cavallo una sedia a rotelle, al posto di Durlindana un battipanni. Sancho si cimenta come medico per aiutarlo senza troppo successo. Due coppie frattanto giocano tra loro vittime dei cellulari e dei selfie ma presto prenderanno di mira Don Chisciotte. Le tre servette dell’originale sono qui trasformate in tre infermiere. Quasi tutti i cantanti provengono dall’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, un cast omogeneo per una partitura che non impone difficoltà insormontabili ma richiede molta coesione nel cast e una recitazione spigliata, tutte caratteristiche ben presenti stasera.

Bravissimo il basso buffo Sancho Panza, Salvatore Grigoli, dalla notevole recitazione, perfetto negli attacchi e comico nella lettura dell’Orlando furioso. Buono il falsetto che imita Dulcinea e comicissima l’uscita con “mostrò il tergo ignudo” a cui segue un bel “Ariosto porco”! David Ferri Durà come Don Chisciotte ha un timbro non bellissimo e alcune asprezze si notavano nella parte allucinata del paladino pazzo. Attore comunque in parte, con mille cadute e gesti plateali. Don Platone era il basco Iosu Yeregui dal ciuffo impomatato costretto ad un pesante vernacolo napoletano da cui esce con la sufficenza. La voce è bella per una parte sfogata e nel secondo atto supera l’aria che richiede falsetto e in tono inseme. Nico Franchini tenore dalla buona impostazione vocale ci regala un Don Calafrone con comicissima sortita nel secondo atto, in tutù rosa. Segue la scena dell’ippogrifo dove con quattro sedie e due lenzuoli si dà vita all’animale mitico. Shiri Hershkovitz e Alessandra Della Croce sono state la Contessa e la Duchessa, meglio la seconda per un fraseggio più studiato ma entrambe comicissime e vitali. Completavano il cast le tre infermiere, buone in queste parti di contorno.

Davide Garattini con pochi elementi scenici ha dato grande vitalità all’opera. Eccezionale il secondo atto en travesti, con l’ippogrifo e un ombrello come mulino a vento e l’ ultimo con il paladino come statua. Orchestra ridotta a pianoforte (anche direttore, Ettore Papadia) e cinque parti di archi che non rendeva giustizia all’orchestrazione originaria, logicamente, ma i sei musicisti hanno staccato tempi giusti e vitali. Bellissimo ritmiticamente l’incantesimo a fine opera che risalta nella meccanicità di molte altre parti. Una serata divertentissima in una location unica ha reso giustizia alla comicità innata del tarantino Paisiello.

Fabio Tranchida

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