Simon Boccanegra alla Scala

Posted on 10 luglio 2016 di

0



 

 

Simon Boccanegra: Plácido Domingo
Amelia: Krassimira Stoyanova
Jacopo Fiesco: Dmitry Beloselskiy
Gabriele Adorno: Giorgio Berrugi
Paolo Albiani: Massimo Cavalletti

Direttore: Myung Whun-Chung
Regia: Federico Tiezzi

Giuseppe Verdi teneva particolarmente a quest’opera tanto che, dispiaciuto del fatto che la prima versione non circolasse sui palcoscenici italiani e cosciente di alcune debolezze della partitura, operò un radicale rifacimento grazie alla complicità di Ricordi e Arrigo Boito con cui si stava attuando un primo ravvicinamento che porterà alla realizzazione di Otello e Falstaff. La nuova versione si discosta per mille particolari rispetto alla prima, ma le scene completamente nuove sono un’introduzione più musicale e serrata, alcuni monologhi di Paolo prototipo del futuro Jago e la grande scena che conclude il primo atto: un nuovo finale di una potenza infinita, grande realizzazione di Verdi e Boito. In questa scena il personaggio del doge assume una statura epica e la parola viene scolpita in maniera esemplare. Tutta la partitura è stata comunque revisionata eliminando inopportune cabalette baldanzose e cadenze ormai viste fuori luogo. Una revisione quindi ben più radicale di quella optata per il Macbeth.

Ulteriormente dopo la revisione, Simon Boccanegra è una delle rare opere che declassano la coppia amorosa rilegandola sullo sfondo e mettendo invece in evidenza le voci gravi maschili, in un’atmosfera plumbea di morte e dannazione. Atmosfera benissimo delineata dal direttore, Myung-Whun Chung dallo stacco di tempi insolito: alcuni come il racconto di Amelia nel duetto dell’agnizione particolarmente ritenuti e altri come il racconto di Paolo iniziale o il suo recitativo con Pietro prima del finale I di una rapidità mai sentita prima. Tutte scelte vincenti proprio per la carica personale del direttore e per la sua capacità di assecondare le voci in una drammaticità lineare, che conduce alla dannazione più o meno volontaria di ogni personaggio. Morbidi gli archi nel descrivere il mare nel prologo, rarefatti i fiati nel descrivere la brezza prima dell’aria di Amelia… ogni brano al giusto posto e col giusto colore. Un’orchestra in stato di grazia come il coro impegnato sia sulla scena che dietro le quinte ad evocare rivolte, sommesse o cori nuziali.

Assoluto protagonista il grande Plácido Domingo nelle vesti baritonali (ma ritornerà tenore nel Tamerlano del prossimo anno): attore e cantante in una perfetta fusione, corsaro baldanzoso, padre amorevole, stanco doge. La voce non denota alcuna fragilità, ampia è l’arcata e nella scena del finale primo che poggia tutta sul baritono ecco emergere un personaggio possente dalle parole “Plebe, patrizi, popolo” fino alla frase rovente “E vo’ gridando pace e vo’ gridando amor”. Una incandescente interpretazione che muta il doge dopo l’assunzione del veleno in un uomo vulnerabile, stanco e afflitto, fino alla grande scena finale col nemico Fiesco e il quartetto-concertato che chiude l’opera.

simone_sc2

Per Domingo ovazioni giustificate e numerose chiamate del pubblico. Fiesco è stato interpretato dal basso russo Dmitry Beloselskiy, dalla voce ben controllata e buona emissione. Forse avremmo preferito un’ ampiezza maggiore e sicuramente è mancato il fa# basso che non ha avuto nessuna consistenza. Per rimanere tra le voci basse riferiamo che Massimo Cavalletti ha sbozzato un mefistofelico Paolo grazie alla bellezza della sua voce, rotonda, morbida che senza alcuno sforzo supera gli scogli di una parte molto ardua. Credibile anche come personaggio con una barba posticcia che deformava la sua fisionomia in un uomo più maturo e crudele.

Giorgio Berrugi, cantante che si è fatto conoscere per le sue prove a Dresda, viene ora alla Scala con buon successo anche se alcuni difetti sono ravvisabili: quando la voce sale ecco che il timbro si incrina, perdendo la bellezza della voce. Quando il registro è più centrale ecco che questi difetti non si notano e nei duetti e concertati ha fatto benissimo. L’aria del secondo atto dotata di questa natura anfibia è quindi stata compromessa in più punti con emissione poco sicura e difficoltà.

Ottima la prova di Krassimira Stoyanova dalla voce lirica di grande potenza, duttile nell’aria del primo atto, sicura negli slanci amorosi sia con l’amante che verso il padre ritrovato. Ha superato l’orchestra nel finale I con voce sempre sensibile e ben delineata.

Spettacolo di Federico Tiezzi già visto alla Scala, spettacolo di buona qualità nel suo essenziale decorativismo, nelle atmosfere grigie e plumbee fino agli ori della sala del Consiglio. Colpo di scena finale col coro vestito come nell’800 e uno specchio a riflettere e includere nella scena noi del pubblico.

Successo enorme da parte del pubblico, ben stimolato da tutte queste prodezze con un quintetto di cantanti davvero prodigioso capace di far rivivere quest’opera nata imperfetta e ora capolavoro.

La Scala prosegue la programmazione con il Lago dei Cigni e poi riprenderà a settembre con Il Flauto Magico e Il giro di Vite.

Fabio Tranchida

Annunci
Posted in: Opera