Dittico di Ravel alla Scala

Posted on 3 giugno 2016 di

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Concepcion: Stéphanie D’Oustrac
Gonzalve: Yann Beuron
Torquemada: Jean-Paul Fouchécourt
Ramiro: Jean-Luc Ballestra
Don Iñigo Gomez: Vincent Le Texier

L’enfant: Marianne Crebassa
Maman, La tasse chinoise, La libellule: Delphine Haidan
La bergère, La chauve-souris: Anna Devin
L’horologe comptoise/Lechat: Jean-Luc Ballestra
La chatte, L’écureuil: Stéphanie D’Oustrac
Le feu, La princesse, Le rossignol: Armelle Khourdoian

Direttore: Marc Minkowski
Regia e costumi: Laurent Pelly

Un dittico veramente speciale quello proposto dalla Scala in questi giorni: le uniche due opere di Ravel a confronto, accomunate dalla regia inventiva di Laurent Pelly regista francese sulla cresta dell’onda di cui ricordiamo La fille du régiment, Belle Hèlene e La Grande-Duchesse. Questo Natale ha sorpreso Lione con un irreale e fantastico Le Roi Carotte di Offenbach in prima mondiale dopo 140 anni di oblio.

Le due opere di Ravel sono lontane dal punto di vista compositivo la prima del 1911 con uno stile declamato e rarefatto in orchestra con poche esplosioni di colore, la seconda del 1925 con ben altro rapporto tra voci e orchestra, una continua e rutilante tavolozza che si mescola con le voci che danno vita a oggetti della fantasia del bambino protagonista.

La storia della prima piccola opera ruota tutta intorno alla moglie dell’orologiaio, il mezzosoprano di Rennes Stéphanie D’Oustrac che fa innamorare i tre uomini che entrano nel negozio dello stolto marito. Il mezzosoprano dalla spigliata recitazione, che le permetteva di sottolineare anche le tante allusioni erotiche di un testo tutto teso a provocare, ha mostrato un voce di non grandi dimensioni ma ben educata. Il mulattiere Ramiro era costretto a spostare i grandi orologi a pendolo con all’interno i vari amanti e lo sforzo era sottolineato in orchestra da cluster degli ottoni in fortissimo.

Ramiro era Jean-Luc Ballestra dalle frasi ben intonate che davano senso al suo continuo portare e riportare degli orologi. Divertente l’orologiaio Torquemada di Jean-Paul Fouchécourt ascoltato anni fa in una piacevolissima Vie Parisienne: il fisico minuto gli permette di creare un’interessante macchietta, con tanto di voce nasale e bende sugli occhi che non gli facevano vedere il triplice adulterio.

Il baccelliere Gonzalve è stato Yann Beuron, vestito come un figlio dei fiori, ha sfoggiato una voce da tenore interessante per l’accento, mentre tutto parlante era il ruolo da basso buffo di Vincent Le Texier al quale si riferisce la protagonista dicendo che non funziona più “il bilanciere”… ma Despina non faceva lo stesso con Don Alfonso?

Spettacolo riuscito con una scenografia giocata sull’accumulo di oggetti anni ’70, un scena fissa dove giravano a vuoto i personaggi-manichini riuniti nel quintetto finale che ricorda come situazione meta teatrale la fine del Don Giovanni o la fuga buffa del Falstaff.

Molto più meditata la composizione de L’enfant e les sortileges che occupò Ravel per vari anni fino alla prima a Monte-Carlo. L’orchestra già nutrita è arricchita dal flauto di loto, la celesta, i crotali, la frusta, la raganella, la macchina del vento e anche una grattugia per il formaggio. Davvero incredibile la trama e l’ordito di questa tela che si dipana sotto le voci. Il protagonista è un fanciullo a cui dà corpo un mezzosoprano, nel nostro caso Marianne Crebassa che dopo gli studi a Montpellier ha iniziato una brillante carriera. Vestita da maschietto ha dimostrato una voce acidula nello sfogo iniziale del bambino per poi avere toni più delicati nella scena del bosco vivente che conclude l’opera. Alcuni personaggi della prima opera ritornavano anche nella seconda, ma sono troppi i ruoli per darne documentazione precisa. Tutti bravi nelle piccole parti degli oggetti animati, tutti vestiti da costumi raffinatissimi, la tazza, la teiera, il fuoco che appare come una macchina scenica barocca. La foresta vivente, gli animali… tutti elementi vincenti della rappresentazione. Sia i colori che le luci risultavano preziose in questo spettacolo dove il regista è il vero trionfatore per l’ampia fantasia che ha permesso di creare uno spettacolo coerente e godibilissimo, già applaudito dagli spettatori del Festival di Glyndebourne.

L’ altro cuoco della serata era il mastro Marc Minkowski che del repertorio francese è una vera autorità. Orchestra perfetta per l’uso che ne fa Ravel: la tecnica divisionista creata per i quadri si applica anche all’organico. Ecco suonare le famiglie diverse dell’orchestra contrapponendosi delicatamente. Vi è stato un grande rispetto delle voci per una prosodia che conosce bene.

Grande successo dunque per questo dittico che ha portato aria nuova nel repertorio scaligero, sempre attento a rinnovarsi. Sembra una coincidenza ma in una sola settimana alla Scala si possono ascoltare 4 capolavori di inizio ‘900 La Fanciulla del West, il dittico di Ravel e il prossimo Der Rosenkavalier. Una coincidenza da cogliere al volo per gustarsi questo repertorio particolarmente raffinato.

Fabio Tranchida

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