La Fanciulla del West alla Scala

Posted on 28 maggio 2016 di

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Minnie: Barbara Haveman
Jack Rance: Claudio Sgura
Dick Johnson. Roberto Aronica
Nick: Carlo Bosi

Direttore: Riccardo Chailly
Regia: Robert Carsen

Il maestro Riccardo Chailly è impegnato in questi anni a restituire al Teatro alla Scala tutte le opere di Giacomo Puccini. Il ciclo è iniziato con la raffinata Turandot dell’anno scorso e proseguirà con l’inaugurazione della prossima stagione con Madama Butterfly nella versione originale del 1904. Puccini è uno spettro per chi deve redigere una edizione critica in quanto era sempre in missione per conto di Ricordi per seguire gli allestimenti delle sue opere nelle grandi capitali europee ed ad ogni occasione aggiustava, limava e correggeva le sue partiture. Risulta oggi un’ impresa quasi impossibile restituire tutte le varianti.

Chailly ha deciso su questa linea di concertare La Fanciulla del West cristallizzandola in un limbo particolare: la versione di Puccini prima delle prove a New York e quindi prima degli interventi e suggerimenti di Caruso, Ricordi e Toscanini. Mille sono i particolari che differiscono la presente edizione rispetto a quella in circolazione e sempre registrata e filmata. Addirittura tre piccole scene sono state reintrodotte tra cui la scena con l’indiano al primo atto dal sapore squisitamente comico. L’ orchestrazione è stata qui e là modificata eliminando le alterazioni dovute alla ampia sala del Metropolitan che necessitava raddoppi nei fiati. Chailly ha quindi effettuato un labor limae, una lavoro di cesello che in maniera quasi subliminale ci ha restituito l’opera agli intendimenti iniziali di Giacomo Puccini.

Barbara Haveman ha sostituito ben due cantanti all’ultimo momento giungendo da Stoccarda 24 ore prima della prima. In quella recita molti sono stati i problemi non potendo in così poco tempo imparare gli intendimenti del direttore e del regista. Ma nelle repliche successive tutto è andato alla perfezione come un puzzle che si ricomponeva. La prima cosa che vogliamo sottolineare è la voce stentorea, sicura di sé. Nonostante un’orchestrazione opulenta Minnie svetta sempre: “su, su fino alle stelle”. Nei due duetti d’amore che chiudono il primo atto e aprono il secondo ecco avvertire momenti più distesi, non privi di morbidezza. Ha disegnato una Fanciulla fiera senza l’innocenza che talvolta Puccini colora su di lei. Ottimo il pezzo concertato dove Minnie convince quasi a uno a uno i cercatori d’oro per liberare il suo Johnson.

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Johnson era impersonato da Roberto Aronica, tenore che non avevamo affatto apprezzato come Pollione a Torino l’anno scorso ma che nel repertorio verdiano e (come in questo caso) pucciniano riesce assai meglio. La scrittura impervia era stata creata su modello di Enrico Caruso omaggiato con la breve aria “Ch’ella mi creda” risolta da Aronica molto bene, con ottimo slancio. La voce sembra sempre sul filo di rasoio a dire il vero ma poi tutto va per il meglio e le perigliose linee vocali vengo svolte con accurata intonazione.

Claudio Sgura ha una parte più piccola, quella dello sceriffo, ma non meno importante nell’economia dell’opera. Amante non corrisposto, è gelosissimo di colui che è anche suo nemico, tenta invano di farlo impiccare prima che Minnie arrivi. Sgura è perfetto in questo ruvido ruolo, dotato oltre che di buona caratterizzazione scenica anche di una voce importante, ampia e che non teme la spinte baritonali verso l’acuto. Nella scena parlante della partita a poker, ne ha fatto assieme alla protagonista un piccolo capolavoro di realismo.

Orchestra sublime, troppo ci sarebbe da dire sulle due arpe dagli ampi e non scontati interventi, sul glockenspiel e la celesta dai suoni argentini. Fondamentali sono risultati il clarinetto basso e controfagotto ad ampliare la profondità del golfo mistico. Ma tutta l’orchestra era dotata di grande equilibri nonostante le sferzate pucciniane nel descrivere il duro mondo dei cercatori d’oro. Insolito il suono di un’arpa dietro la scena con della carta tra le corde che creava un suono mai sentito prima durante la canzone di Jake Wallace.

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Robert Carsen ha immaginato la scena nel mondo del cinema degli anni ’20-’30 con filmati di vecchi film western. Non tutti sanno che alla prima del 1907 del dramma di Belasco erano stati proiettati prima dell’inizio del dramma proprio i paesaggi innevati a descrivere la location dell’ opera. Ogni apparizione di Minnie era una apparizione da grande diva del cinema come alla fine quando esce dal cinema rutilante di scritte luminose per portarsi via il suo amato bandito. Coerente anche il secondo atto, una stanza di legno dalla prospettiva scorciata… quasi un set de Il gabinetto del dottor Caligari, dove su un’intera parete colava il sangue del povero Johnson.

Una grande produzione del Teatro alla Scala che nonostante i problemi iniziali a causa di improvvise defezioni ha trovato in queste repliche una perfetta realizzazione in attesa di essere consegnata al blue-ray e dvd per l’etichetta DECCA.

Fabio Tranchida

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