La traviata alla Fenice

Posted on 17 maggio 2016 di

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Violetta: Jessica Nuccio
Alfredo: Ismael Jordi
Germont: Elia Fabbian

Direttore: Francesco Ivan Ciampa
Regia: Robert Carsen

Fa un certo effetto ad assistere a La traviata ( o forse dovremmo dire ad Amore e Morte, il titolo originalmente previsto) al Gran Teatro la Fenice dove fu originariamente proposta. Un’opera dapprima dal fiasco iniziale causato forse dalle forme troppo generose della prima soprano la Fanny Salvini-Donatelli, poco credibile come malata di tisi, un’opera dall’indiscutibile successo poi, quando Verdi decise per sfida di riprenderla a 100 metri di distanza al Teatro San Benedetto di Venezia, secondo per importanza rispetto alla Fenice ma con una storia ben più lunga. Qui la esile Maria Spezia rese credibile il ruolo di Violetta e l’opera è ora immortale. Ci siamo recati in pellegrinaggio poco prima della recita al Teatro San Benedetto ora trasformato in Cinema multisala e con la beffa di portare il nome… Cinema Rossini. L’antico foyer è ora uno spazioso supermercato alimentare e si possono solo riconoscere i muri perimetrali di questo importante teatro di cui si ricordano le prime di L’italiana in Algeri, Eduardo e Cristina, Emma di Resburgo e Crispino e la Comare per fare pochi esempi.

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Il Teatro San Benedetto di Venezia

La regia di Carsen scabra ed essenziale era nata alla Fenice per eseguire la ricostruita versione della prima assoluta del 1853 con piccole ma significative differenze rispetto all’edizione 1854, diventata quella corrente. L’appassionato più attento non poteva che trasalire positivamente ad ogni minima inflessione vocale differente per giudicare se i cambiamenti fossero migliorativi o peggiorativi. Esercizio non fine a se stesso ma utile a capire il modus operandi di Verdi: attentissimo a migliorare i propri lavori come magnificamente si può vedere in Jérusalem, nelle versioni del Don Carlos e nella trasformazione del Boccanegra.

Oggi però la Fenice ha proposto la classica versione de La traviata come siamo soliti udire, minata da inopportuni tagli imposti da Nello Santi e purtroppo rispettati dalla direzione del Maestro Ciampa. Tagli che si facevano negli anni ’50-’60 e che oggi fanno davvero rabbrividire: il più grave la scomparsa totale della cabaletta all’aria di Germont con tanto di dissonanza degna di Schönberg. Il pubblico internazionale della Fenice si merita una lettura integrale di un’opera capolavoro come questa.

Tutte positive invece le notizie sul piano vocale, a partire dal soprano Jessica Nuccio brillante, spigliata, sicura in una tessitura impervia e affaticante. Verdi riesce a creare una parte per Violetta così complessa e affascinante facendola in pratica cantare per tutta l’opera sfumandone tutto il caleidoscopio di emozioni e frustrazioni. Vero tour de force l’aria che conclude il primo atto da “E’ strano” fino all’esuberante cabaletta “Sempre libera degg’io”, quasi un’addio alla vita dissoluta del bel mondo resa dalla Nuccio in maniera brillante, senza tema per la tessitura acutissima e il ritmo spavaldo dell’accompagnamento. Bene l’intonazione e il fraseggio sempre vario. Nel secondo atto variegato il lunghissimo duetto con Germont vero palinsesto della moralità ottocentesca. Passionale infine l’esplosione di Violetta in “Amami Alfredo”. Terzo atto sublime con un raggelante “Addio del passato”, fortunatamente con entrambe le strofe, duetto con Alfredo ravveduto e finale straziante al suono di una marcia funebre sicuramente memore della musica chiesastica del giovane organista che era Peppino.

Bellissimo il timbro di Ismael Jordi che ci ha deliziato con una voce argentina, non di grandi dimensioni ma perfetta per il giovane e irruente Alfredo: esuberante il brindisi, romantico in “Croce e delizia” e vitale nell’aria che apre il secondo atto in cui abbiamo riconosciuto i bollenti spiriti in una vocalità slanciata e precisa. L’invettiva e insulto nel finale secondo hanno avuto la giusta potenza mentre “Parigi o cara” riportava all’intimità iniziale.

Elia Fabbian è stato un Germont autorevole. Voce con pochissime asprezze, è risultata credibile nel delineare un padre attento solo alla moralità e all’onore della famiglia. Ottimo il duetto con Violetta con molteplici e ben delineati accenti. La sua parte ha sofferto del taglio inopportuno della sua cabaletta; ricordiamo che il primo interprete fu Felice Varesi (primo MacBeth) e tutti si aspettavano una parte più ampia di quella creata in questa occasione, forse un’altra causa dell’insuccesso della prima.

Comprimari ben assortiti e spettacolo ormai rodato dove l’elemento soldi è una costante fin troppo insistita fino a vanificare il gesto di Alfredo. Scabra la scena finale con operai indifferenti alla morte della protagonista. Molto bella la scena delle zingarelle e toreadori trasformati in cowgirls e cowboys alquanto succinti e provocatori.

Orchestra precisa e sempre ben controllata dal maestro Francesco Ivan Ciampa che anche nell’irruenza di “Amami Alfredo” è riuscito a equilibrare i toni e il rapporto palcoscenico e golfo mistico.

Speriamo che il teatro decida di riproporre ancora la versione del 1853 essendoci tante occasioni di ripresa di questo spettacolo nel cartellone della stagione.

Fabio Tranchida

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