Coppélia a Tolosa

Posted on 28 marzo 2016 di

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Coreografia: Charles Jude
Ballet du Capitole
Orchestre national du Capitole
Direttore: Nathan Fifield

Coppélia è considerato giustamente l’ultimo balletto del secondo impero testimone della sconfitta di Sedan che costò l’impero a Napoleaone III. Sotto la sua reggenza ebbe molto successo Offenbach che stigmatizzò i costumi dell’epoca e anche Delibes di cui si contano varie operette, tre opere di più grandi dimensioni tra cui l’immortale Lakmé e due balletti in repertorio da sempre Sylvia e appunto Coppélia. La durata di entrambi questi balletti è di un’ora e mezza e sono quindi agilissimi, veloci e adatti a tutte le compagnie: questo ha garantito insieme alla qualità della musica di renderli universalmente noti. Ma perché duravano così poco in una società che passava intere serate all’opera? Semplice: entrambi i balletti erano preceduti da un’opera completa. Così la prima di Coppélia era preceduta dalle due ore e mezza del Franco Cacciatore rigorosamente nella versione francese. Così si raggiungeva una durata completa per uno spettacolo. Lo stesso successe a Schiaccianoci preceduto in originale da Iolanta.

Qui a Tolosa abbiamo apprezzato un ottimo spettacolo, un balletto tutto ringiovanito dall’ambientazione swing dell’America anni ’50. Riferimenti nella scenografia a Hopper, con i personaggi che sembravano Marylin Monroe oppure Frank Sinatra e Gene Kelly nel film On the town.

Le scenografie del nostro Giulio Achilli hanno dato lustro allo spettacolo: grattacieli in ardita prospettiva, una piazza di New York in una zona vicino al mare e il magico laboratorio di Coppelius pieno di creature fantastiche.

Come per la Geneviève di Monpellier abbiamo assistito a due repliche per potervi scrivere al meglio. Entrambe con lo stesso cast cioè Julie Charlet nel ruolo di Swanie (cioè Swanilda) e Takafumi Watanabe in quello di Fonzy (ogni riferimento a Happy Days non è per nulla casuale). Coppelius era invece Dennis Cala Valdes a metà strada tra un mafioso in gessato e il folle scienziato di Metropolis.

Julie Charlet di Lille quindi dall’estremo nord di Francia arriva all’estremo sud avendo affrontato balletti classici e contemporanei. Appare disinvolta e con notevole precisione affronta i passi da solista come quello romantico accompagnato dal violino solo nel primo atto. Giustamente elettrica la sua performance quando prende il posto della bambola: movimenti rigidi, saltelli, tutto il repertorio atto a imitare un robot per poi ritornare alle morbidezze del divertissment finale col famoso galop. Una grande ballerina che stupisce per tenuta e resistenza: in pratica ha ballato sempre durante i due atti senza dare segno di minima stanchezza. Il coreografo Charles Jude per esempio affida tutto a lei il celeberrimo Valse di apertura rendendo la scena intima e preziosa.

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Takafumi Watanabe, giovane ballerino giapponese e solista del Ballet du Capitole, ci è sembrato di buono spessore. Elegante e agile ha esaltato i passi a lui dedicati, comico nella scena del laboratorio dove imitava gli effetti nefasti di una bevanda sonnifero per poi brillare nell’ultimo quadro quando si celebra l’unione tra i due protagonisti.

Dennis Cala Valdes ha parte effettiva abbastanza piccola ed è più attore che ballerino in questa coreografia: ci ha stupito la prestanza fisica di questo ballerino poiché solitamente viene affidato il ruolo ad un ballerino agée o truccato tale. Tutto merito del coreografo Charles Jude che ha modernizzato questo balletto con questa versione proveniente da Bordeaux e che ha trionfato anche qui a Tolosa. Una coreografia di base classica dove tuttavia accenti swing e jazz non mancavano sottilmente in vari passi di assieme dove il corpo di ballo con costumi anni ’50 accennava tra le righe ad un boogie-woogie.

Orchestra brillante e dai colori accesi diretta dal giovane Nathan Fifield, attento ai colori e all’esuberante uso delle percussioni. Uno spettacolo che ha funzionato quindi in tutti gli aspetti e ci ha lasciato con il frizzante galop così da canticchiarlo fino all’albergo: non era forse questo che voleva la musica del secondo impero… dimenticare i problemi della politica e divertire il pubblico così vorace di opere e balletti?

Fabio Tranchida

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