Il Turco in Italia a Piacenza

Posted on 2 febbraio 2016 di

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Selim: Simone Alberghini
Donna Fiorilla: Leonor Bonilla
Don Geronio: Marco Filippo Romano
Don Narciso: Boyd Owen
Prosdocimo: Andrea Vincenzo Bonsignore
Zaida: Loriana Castellano
Albazar: Manuel Amati

Direttore: Giovanni Di Stefano
Regia: Federico Bertolani

Abbiamo assistito ad uno dei capolavori comici di Rossini allestito qui a Piacenza con rara intelligenza dal regista Federico Bertolani e con un ottimo risultato sotto il profilo vocale e musicale.

Rossini realizzò quest’opera per il Teatro alla Scala nella stessa stagione che lo aveva inaugurato con lo sfortunato Aureliano in Palmira che solo recentemente è risorto in un’edizione ben più completa di quanto Rossini ebbe modo di ascoltare. Anche il Turco non ebbe un successo travolgente come L’italiana in Algeri di poco precedente, ma Rossini credette molto al Turco in Italia e ne realizzò una versione romana con brani aggiunti e altri espunti. Utilizzò inoltre quattro brani adattandoli alla napoletana Gazzetta, convinto sicuramente del loro valore e della loro qualità.

Il libretto di Romani rielabora uno precedente di Mazzolà dove è già presente l’invenzione del Poeta in cerca di un soggetto da musicare con un originale effetto di metateatro. Romani sicuramente in accordo con Rossini dà spazio maggiore ai brani d’assieme, duetti, terzetti ecc. sviluppando poche arie veloci per i protagonisti, con l’eccezione dell’aria tragica del soprano Fiorilla a fine secondo atto che fa da contrasto al resto dell’opera. Spiace che Gavazzeni tagliò quest’aria nelle recite della piccola Scala dove il soprano era una certa… Maria Callas.

Si tratta d’altronde di un’opera che già per le prime decadi dell’800, vivente Rossini, fu spesso eseguita con troppe e deformanti interpolazioni. Solo l’edizione critica Ricordi ha ristabilito il dettato originale che ne fa un’opera tutta originale senza alcun autoprestito essendo Rossini cosciente dell’importanza di un nuovo successo nel buffo dopo la strepitosa Pietra del paragone che gli era valsa l’esonero del servizio militare.

Il regista Federico Bertolani per questa produzione, che coinvolge quattro teatri, ha sicuramente analizzato il libretto con rara cura poiché nessun piccolo particolare è stato lasciato al caso e anche i recitativi tagliati su misura per la produzione erano pieni di trovate, merito anche di un fortepiano sempre mobilissimo e avvolgente. Con questo approccio entrambi gli atti sono risultati divertentissimi con i personaggi sempre in dialogo tra loro e senza neanche un momento di stasi.

Il personaggio metateatrale era il poeta Prosdocimo (in greco “l’atteso”) e sebbene nel libretto abbia un’aria tutta sua questa non è stata musicata sicuramente per una ragione drammatica in quanto, essendo il motore della vicenda, egli deve sempre essere in relazione ad altri personaggi. Il giovane Andrea Vincenzo Bonsignore è stato bravissimo a sbozzare una parte così originale. Voce pulita e intonata, ha sfoggiato una cadenza mirabolante prima della stretta del finale I come prescritto “ad libitum” dallo stesso Rossini.

Simone Alberghini era il nome di spicco della compagnia con alle spalle numerose frequentazioni del ROF sempre con ottimo successo. Puntuale nell’impegnativa parte di Selim, ha sfoggiato una coloratura sgranata aiutato da una voce dalla giusta caratura. Attore finissimo, ci mette pochi secondi ad innamorarsi di Fiorilla e poco dopo tenta un approccio poco casto dopo un caffè a casa sua. Non ha temuto neanche l’arrivo del marito cornuto Don Geronio, un divertentissimo Marco Filippo Romano, specialista dei ruoli da basso buffo. In scena con un improbabile riporto e dai movimenti sempre goffi (comicissime le flessioni tra i due nel duetto che apre il secondo atto) Don Geronio ha cantato entrambe le arie con una vivacità e una sillabazione perfetta. Una curiosità: entrambe le arie non sono di Rossini essendo la prima di un collaboratore della versione milanese e la seconda di un collaboratore della versione romana.

Nella parte di Fiorilla abbiamo trovato una giovanissima soubrette: Leonor Bonilla, voce ben educata, con grazioso accento, si è cimentata in variazioni che hanno acutizzato la parte con buoni risultati. Vivace, brava attrice, ha reso credibile anche l’aria drammatica vero tour de force per il soprano accompagnato da Prosdocimo e coro per amplificare il pathos. Fiorilla litiga con Zaida a fine primo atto con una zuffa concertata da Prosdocimo: qui è il punto in cui le due donne si confrontano ma Rossini considera Zaida una seconda donna e non gli vengono concessi altri protagonismi. Nonostante ciò Loriana Castellano ha cantato bene, con un corpo di voce notevole ed è stata molto divertente negli interventi nell’aria apocrifa di Don Geronio, quando delicatamente gli rammenta “le corna”! Il regista ha dato spazio a Manuel Amati (Albazar) nei recitativi secchi con vari dialoghi con il poeta. Amati ha quindi recitato rendendo divertentissimo il suo ruolo, spiace tuttavia che gli sia stata tagliata la sua unica aria (sicuramente solo per motivi di ritmo drammatico).

Scene semplicissime con pannelli con la topografia della città di Napoli e pannelli che imitavano l’esterno di un Grand Hotel si alternavano a casse per trasporti, valige spesso mosse dall’attivo coro preciso nei suoi interventi.

Uno spettacolo in conclusione con un’ottima tenuta di ritmo, sicuramente grazie alla intelligente concertazione del direttore Giovanni Di Stefano, dai ritmi indiavolati nelle strette dei numerosi concertati. Brioso e attento ai colori dei fiati nella sinfonia e plauso sia al primo corno nell’assolo della sinfonia sia al già accennato cembalista che in alcuni momenti improvvisava canzoni napoletane, vista la location dell’opera.

Tra i due atti abbiamo assistito al rincorrersi tra Don Geronio e Fiorilla tra palchi e platea creando un divertito scompiglio tra il pubblico che ha apprezzato ogni numero dell’opera e l’ha festeggiata con entusiasmo al termine di questa che può essere considerata una “follia organizzata”.

Prossimo appuntamento qui a Piacenza con Lucia di Lammermoor.

Fabio Tranchida

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