Stiffelio a la Fenice

Posted on 30 gennaio 2016 di

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Stiffelio: Stefano Secco
Lina: Julianna Di Giacomo
Stankar: Dimitri Platanias
Raffaele: Francesco Marsiglia
Jorg: Simon Lim
Federico di Frengel: Cristiano Olivieri
Dorotea: Sofia Koberidze

Direttore: Daniele Rustioni
Regia: Johannes Weigand
Scene e luci: Guido Petzold
Costumi: Judith Fischer

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro: Claudio Marino Moretti

Certo non si può dire che Stiffelio sia entrato in repertorio ma comunque i vari allestimenti dagli anni ’70 a oggi hanno reso fruibile un’opera importante nel catalogo verdiano composta nella frenesia di poter realizzare a breve La maledizione (ossia la prima versione del Rigoletto) per la Fenice. Un periodo fecondissimo che porterà quindi alla cosiddetta

Trilogia popolare di cui saranno proprio vittime La battaglia di Legnano, Stiffellio e in parte anche Luisa Miller.

Sebbene il dramma francese Le pasteur fosse rappresentato con successo in Italia nella traduzione di Gaetano Vestri e senza grossi problemi di censura, l’opera lirica dello stesso soggetto invece ebbe a scontrarsi con i censori dell’epoca sebbene la piazza di Trieste facesse ben sperare. I censori cattolici temevano una qualsiasi rappresentazione del mondo luterano: anche se nel libretto si parla di un culto di fantasia “ministro assasveriano” evidente è il riferimento al mondo protestante anche nel citare Der Messias di Klopstock. Un prete sposato, che chiede alla moglie il divorzio per adulterio e questa pronuncia le fatiche parole “Ministro, confessatemi” era davvero un assunto drammatico esplosivo che Verdi esalta in ogni punto con musica sempre attenta ad evidenziare le parole più brucianti e scomode per un pubblico borghese abituato ai miti antichi o medioevali. La contemporaneità entra nel teatro verdiano che con infallibile fiuto riproporrà nella altrettanto censurata Traviata anch’essa vicenda dell’800.

Le decine di parole cambiate avevano snaturato il testo e a Roma al teatro Apollo le cose andarono ancora peggio. Verdi si rese conto che l’opera era osteggiata e non avrebbe mai girato da qui la sofferta idea di salvarne la musica in Aroldo, compromesso che non cambiò le sorti in fine dei conti ad una musica destinata all’oblio. Ma la nuova edizione critica edita da Ricordi ha riportato il testo alla sua efficacia primitiva e ora possiamo 150 anni dopo apprezzare la potenza dei dialoghi imbastiti da Piave ed esaltati da Verdi.

Il ruolo di Stiffelio è particolarmente scabroso e solo la vocalità di Fraschini permise a Verdi di esaltare una linea di canto frastagliata e una notevole sovraesposizione del ruolo quasi sempre presente in scena. Stefano Secco, apprezzato come Edgardo all’opera di Roma di recente, ha sfoggiato una canto dal notevole sbalzo, sempre aderente alle parole di fuoco intonate, con una tensione e sonorità che gli ha permesso di emergere anche nei numerosi assieme e brani concertati. Il timbro non è del tutto immacolato ma qui non si cercava certo un lirico puro ma un cantante attore che sbozzasse al meglio la figura del pastore protestante. Assurdo che figura così importante non vestisse i panni sacerdotali per tutti i tre gli atti, fatto invece che avrebbe visivamente inquadrato il personaggio. La tonaca era invece portata da Jorg, l’anima religiosa che ricorda in ogni momento i sacri doveri a Stiffelio: perfetta la prova del coreano Simon Lim vero basso che fin dal modernissimo arioso che apre l’opera ha impresso l’aura sacrale nei sui interventi sempre fondamentali e di snodo alla vicenda.

Julianna Di Giacomo soprano drammatico statunitense ha cantato correttamente la parte di questo ruolo che non trova requie in quanto Piave eliminando i primi due atti dell’originale dramma francese ci conduce in media res allo scoprimento dell’adulterio. Il soprano non ha quindi un duetto d’amore col tenore ma la coppia vive fin da subito una situazione di incomprensione e dramma. Le note di questa cantante sono state ben espresse sopratutto nel registro medio mentre alcuni acuti hanno perso lo smalto perlaceo di registro più basso, e ben evidente era la non governabilità degli acuti.

Buona la prova del baritono greco Dimitri Platanias in una parte ben maggiore del di poco successivo Germont: Stankar ha un’aria nel terzo atto di qualità eccelsa. Platanias ha reso al meglio il cantabile con voce robusta e sicura mentre la cabaletta, sebbene svolta con maestria, non ha rispettato il dettato verdiano di cantarla tutta in pianissimo con voce soffocata. Solo nell’ultima frase la voce deve essere piena e proprio in questa frase il baritono ha sfoggiato un luminoso sol acuto. Platanias ha eseguito un ottimo duetto con Lina nel primo atto esaltando le differenze tra le due linee vocali.

Raffaele, Francesco Marsiglia, dalla bella presenza scenica è per Verdi un secondo tenore ma il cantante ne ha tratto un prima parte con i suoi interventi sempre ben cantati ed intonati.

Il coro a parte abbastanza ampia e fondamentale nella scena finale della chiesa che il contrasto delle due parole “miserere” e “perdonata” che riassumono i due poli in cui si sviluppa la vicenda. Ben preparato il coro, e concertati di rara pulizia.

Vero artefice della serata il giovane Daniele Rustioni perfetto nella concertazione con tempi sempre al servizio delle voci e grande rispetto per i dettami verdiani. Traslucente la briosa sinfonia composta in una notte da Verdi a ridosso della prima assoluta a Trieste, sinfonia in cui brilla un originale assolo di tromba con arabeschi dell’ottavino e ritmi saltellanti ancora retaggi rossiniani. Fagotto e clarinetto avevano gran gioco nell’aria di Stankar e purissimo il suono del corno inglese che sostiene le parole di Lina che si confessa. Sonorità tutte esaltate da Rustioni attentissimo ad ogni particolare steso con cura da Verdi. Spiace che l’organo dietro le scene non fosse uno strumento vero ma elettronico. Peccato veniale per uno spettacolo riuscitissimo sul piano vocale e musicale.

Regia di Johannes Weigand invece da bocciare per la tetraggine delle scene per la bruttezza di un pulpito di ferro montato su un palo che avrebbe ben illuminato uno stadio più che una chiesa. Nessun gusto estetico, nessun movimento delle masse, i cantanti hanno dovuto improvvisare qualche gesto per rendere credibile ciò che stavano cantando. Il regista ha lasciato l’opera in una generale staticità che certo non appartiene ad un testo dove si superano le coordinate romantiche per avvicinarsi alla sensibilità borghese.

Nuova veste per i programmi di sala. Ad una attenta lettura i saggi sono risultati abbastanza interessanti ma rimpiangiamo amaramente la non inclusione del libretto con le numerose chiose con esempi musicali alle quali ci aveva abituato da alcuni anni la Fenice. Questo tratto distintivo faceva dei programmi veneziani un unicum: speriamo che presto si ritorni a fare esempi musicali e trattare delle varianti e versioni con spirito critico.

Fabio Tranchida

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