Anna Bolena a Bergamo

Posted on 2 dicembre 2015 di

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Non ci sarebbe stato miglior modo di festeggiare il genetliaco di Donizetti se non con il suo primo assoluto capolavoro tragico, Anna Bolena. A dire il vero, con l’opera precedente a questa, Imelda de Lambertazzi, aveva già raggiunto interessanti risultati soprattutto con la morte della protagonista avvelenata dopo aver cercato di suggere le ferite del suo amato, stranamente baritono. Forse proprio l’originalità della coppia soprano-baritono non fece circolare più di tanto l’opera Imelda. Mentre la Bolena presentava la coppia di sfortunati amanti nel classico binomio soprano-tenore e utilizzava inoltre un calibratissimo libretto di Felice Romani attento al confronto dei vari protagonisti e allo sviluppo psicologico sopratutto del versante femminile. Una tela drammatica svolta da Donizetti con ampio respiro tale da far durare quest’opera tre ore e 15 minuti di sola musica, tela che in questa produzione ha avuto esecuzione integrale. Un affresco imponente che segna ormai l’acquisizione di uno stile proprio lontano dal suo primo confronto con la dinastia Tudor ne Il castello di Kenilworth ancora legato all’Elisabetta rossiniana.

Esito felicissimo ha avuto l’esecuzione di Anna Bolena oggi al Teatro Donizetti baluardo delle esecuzioni dell’illustre bergamasco. In questi anni abbiamo varie volte trovato discrepanza tra il certosino lavoro della Fondazione nel restituire partiture filologiche ed alcune esecuzioni che non tenevano conto dei risultati scientifici. Questa Anna Bolena invece è sta parto felicissimo poiché seguiva nota per nota l’edizione critica apportata da Paolo Fabbri unico modo per rendere giustizia a Donizetti attento alla stesura delle sue opere e sempre pronto a migliorare aspetti musicali e drammatici con nuova musica.

Corrado Rovaris ha concertato con molta precisione la partitura aiutato dall’orchestra de I Virtuosi Italiani. Quattro coppie di legni hanno fatto prodezze nell’avviluppare le voci soliste con particolare attenzione ad una stesura luminosa. La precisione del Maestro Rovaris forse ha peccato di poca fantasia, limitata da un accompagnamento delle voci sempre attento ma scarso in alcuni punti di vitalità.

Protagonista assoluta Carmela Remigio di cui ricordavamo in un Festival passato un’interessante Stuarda: la Remigio doveva confrontarsi con l’ombra incombente di una Giuditta Pasta che portò al successo l’opera al Carcano di Milano. Entrambe le cantanti hanno uno sviluppato registro centrale e una connotazione quasi mezzosopranile che esalta e acuisce la drammaticità quando la linea vocale va oltre il rigo. La Remigio ha costruito un personaggio vittima del suo destino fin dalle battute iniziali, conscia di essere vittima sacrificale. Tesissimo il Moderato “Non v’ha sguardo” tutto rivolto inconsapevolmente proprio a Seymour in un’azzeccata scelta registica. Grande personalità nel famoso duetto “Sul suo capo aggravi un Dio” dove ha mostrato una coloratura fosforescente tutt’altro che esornativa per proseguire in una stretta alla quale Donizetti non applica ripetizioni di sorta ma un’unica direzionalità. La bipolarità della follia finale è stata resa con rara intensità, con sguardi persi nel vuoto, con le attenzioni rivolte ad un’immaginaria piccola Elisabetta, e sopratutto con la resa liquida di “Al dolce guidami” (interpolazione di una cabaletta dall’Enrico di Borgogna) fino ad un potente “Coppia iniqua” momento finale che mostra una dicotomia tra musica e versi in quanto la virulenza della musica di Donizetti non coincide colla “clemenza” espressa dalla sfortunata regina.

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Enrico VIII venne affidato a Filippo Galli grande basso per cui Rossini scrisse molti ruoli, ma nel 1830 era ormai a fine carriera: pensiamo quindi che Donizetti fece di necessità virtù affidando a Galli solo brani d’assieme senza alcuna aria per non esporlo troppo e facendo così creò un personaggio sempre mobile e incombente sugli altri personaggi pronto a avvinghiarsi a Seymour e a schiacciare Anna. Quindi un personaggio moderno che Alex Esposito ha compreso appieno: già nel duetto con Seymour l’iniziale sensualità ha lasciato presto il posto ad intonazioni imperiose quali “Giunto è il giorno di punire” . Macchinoso nel quintetto fino a scoprirsi del tutto nell’enorme Finale Primo dove sensibili erano le perorazioni “Scostati, va, ritratti!” contrapposte alle linee vocali di tutti i personaggi eppure ben udibili. Voce ampia, brunita che ha trovato i giusti accenti di imperiosa autorità sopratutto nello stupefacente recitativo dopo il terzetto, un elettrizzante “Sposa a Percy pria che ad Enrico ell’era”: anche Azzo in Parisina ha un simile recitativo dopo il quartetto ma spiace che Donizetti non l’abbia musicato.

La parte di Percy cucita su misura per la voce di Rubini è parte difficilissima e il tenore Maxsim Mironov ha risolto tutte le insidie con notevole capacità. Voce già di per sè chiara si è un poco assottigliata nelle due cabalette delle arie a lui riservate. Nel Marin Faliero Donizetti aumenterà le difficoltà alla parte di Rubini in un atto di estrema fiducia nel cantante all’apice del suo successo. Bravo Mironov nel lungo duetto del confronto con Anna di cui esistono due versioni approntate dal compositore. In alcuni momenti il timbro del nostro tenore ricordava quello di Morino, ma Mironov lo supera in cantabilità e in fraseggio. Ci ha sorpreso inoltre nelle code finali la sua capacità ad affrontare tutto il comparto cadenzale con la necessaria forza e la capacità di sostenere lunghi acuti finali. Una parte impegnativa lungi dalla più semplice parte di Alberto ne La Gazzetta pesarese di quest’estate.

Sofia Soloviy è stata scelta per il ruolo di Seymour solo in un secondo tempo. Voce ben educata ha svolto la sua parte con precisione anche se alcuni colori biancastri della sua voce non ci hanno fatto apprezzare appieno il ruolo. Bello il confronto con la regina dove finalmente la cantante si è espressa con notevole forza drammatica e le due voci femminili hanno gareggiato bene insieme. Alcuni piccoli problemi sono riapparsi però nell’aria di congedo, con alcune difficoltà nel contrapporsi ai pertichini del coro e di Enrico.

Veramente maiuscola la prova di Manuela Custer: con notevole professionalità ha dipinto un credibilissimo Smeton dai colori ambrati e con un registro sempre uniforme anche nelle parti più gravi della scrittura. “Ah parea che per incanto” momento lirico per eccellenza, quasi un’oasi nelle pieghe di questo dramma, ha esaltato le doti non comuni della Custer di cui ricordiamo le numerose incisioni di Opera Rara, vero paradigma di questi ruoli. Il Coro Donizetti ha svolto con precisione i non pochi momenti in cui è presente.

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La regia non ci è parsa particolarmente inventiva, ad esclusione del parto di Elisabetta durante il coro iniziale e alla scena erotica tra il Re e Giovanna sempre nelle prime scene, tutto si è sviluppato con una certa piattezza con colori sempre neri e luce plumbea. Senza elementi scenici atti ha vitalizzare la lunga progressione drammatica. Costumi abbastanza anonimi sopratutto per i solisti, personaggi regali poco differenziati rispetto al coro: solo un abito rosso poco prima dell’esecuzione di Bolena non è servito a sviluppare visivamente la vicenda che meritava sicuramente un budget maggiore per scene e costumi.

Nel complesso siamo rimasti soddisfatti della integralità dello spettacolo e della notevole qualità di un cast omogeneo e professionale. Rimaniamo sempre in attesa di sentire il coro iniziale dell’opera nella sua integralità poiché l’unico piccolo taglio, forse avvallato dall’autore durante le prime recite milanesi, non è ancora stato riaperto in nessuna edizione che io conosca. Ma questa è piccola cosa, una curiosità da musicologo, poiché l’opera è stata eseguita con attento studio dall’orchestra e dai solisti raggiungendo un risultato altissimo.

Spiace che i tre titoli rari a cui ci aveva abituato da anni il Festival Donizetti si siano ridotti a uno (Anna Bolena) con l’aggiunta del Don Pasquale mutuato dall’Aslico. Vorremo che le tante iniziative realizzate a Bergamo in questo ultimo Festival si concentrassero più sulle opere invece che frantumarsi in eventi di secondaria importanza. Il patrimonio operistico è il lascito più prezioso di Donizetti e un unica opera all’anno ci sembra un po’ poco per un autore che contando anche i rifacimenti raggiunge quasi 80 composizioni operistiche.

Fabio Tranchida

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