Regine nell’opera lirica al Belloni

Posted on 11 novembre 2015 di

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Soprano: Uran Urtnasan Cozzoli 
Soprano: Larissa Yudina
Tenore: Carlos Cardoso 

La scelta di questo interessante concerto è caduta sulle Regine, vere o immaginarie, ruoli che fanno letteralmente impazzire i melomani. Ne sono un esempio i quattro capolavori di Donizetti, Il Castello di Kenilworth, Anna Bolena, Maria Stuarda e Roberto Devereux tutte attinenti al periodo Tudor dove il ruolo di Elisabetta compare tre volte ed ogni volta con una maggiore introspezione psicologica potendosi così ravvisare ad un semplice confronto la capacità del bergamasco nell’approfondire la sua analisi sia drammaturgica che musicale. Ma prima di lui già Rossini aveva creato un melodramma esemplare per il suo debutto al San Carlo, Elisabetta regina d’Inghilterra dramma ad alta tensione che nonostante il finale lieto permise a Isabella Colbran, la prima interprete, di mostrare la complessità della personalità della regina. Il programma ideato da Andrea Scarduelli oltre a tenere conto del periodo elisabettiano apriva gli orizzonti verso più ampi lidi partendo da una regina leggendaria Semiramide.

Scarduelli ci ha spiegato che questo nome significa “Dono del mare” quindi la regina si mostra come novella Afrodite e fondatrice di Babilonia (la Porta del Dio). Semiramide è un ruolo che è impazzato sui palcoscenici del ‘700 in moltissime versioni (Anna Bonitatibus ne ha inciso una selezione di 14 differenti compositori), segnaliamo però nell’ 800 due composizioni quella di Meyerbeer, non ancora giunto alla maturità dei suoi mezzi, e il capolavoro apollineo assoluto di Rossini che chiude la stagione italiana del pesarese. Tutte le tecniche di composizione e gli stilemi vengono in questo melodramma portati all’eccesso in macrostrutture creando un’opera fiume di tre ore e mezza di durata.

Ne è un esempio anche l’aria che apre il nostro concerto “Bel raggio lusinghier” aria complessa che dopo una “messa di voce” riprende il tema del coro che la precede (procedimento utilizzato anche in Eduardo e Cristina) per poi concludersi con una brillante cabaletta. La Colbran era alla fine della sua carriera e recentemente abbiamo scoperto che inizialmente Rossini non aveva previsto la cabaletta sicuramente per lo stato di affaticamento del soprano e abbiamo ritrovato una nuova coda della cavatina che concludeva agilmente la sortita di Semiramide. Probabilmente le simmetrie interne dell’opera lo convinsero a scrivere la cabaletta.

Uran Urtnasan Cozzoli si è mostrata un’interprete perfetta per questo ruolo. Fraseggio interessante, sottolineando la parola “languì”, la morbidezza della linea fino alla cabaletta che è stata presentata con ardue variazioni nella ripresa: tutte variazioni che hanno spinto la voce verso acuti stentorei e veloci colorature qualità che apprezzammo già in questa cantante nelle passate serate nei ruoli di Elvira e Lucia.

Poco convincente il ‘700 di Larissa Yudina interprete del ruolo di Cleopatra dal Giulio Cesare in Egitto una delle opere maggiori di Händel. “Piangerò la sorte mia” necessiterebbe ben altro cesello e sebbene il tempo di mezzo abbia subito la giusta accelerazione una ripresa piatta e scialba non ha aiutato a definire il ruolo di Cleopatra etimologicamente “la Gloria del Padre”.

Più interessante la prova della Yudina nella perfida Lady MacBeth nella famosa “La luce langue” che nel 1865 a Parigi andava a sostituire l’aria squadrata ma sanguigna “Trionfai” composta per la prima alla Pergola di Firenze. “La luce langue” si può dividere in tra parti ma senza soluzione di continuità in una modernissima invenzione verdiana che va a scavare nelle ombre più cupe del personaggio femminile assetato di sangue. Accompagnamento avvolgente ben reso da Elisa de Luigi, pianista e concertatrice di questo concerto, accompagnamento che sosteneva il discreto registro centrale della Yudina dalla pronuncia però alquanto difficoltosa. In poche frasi tutti i progetti di Lady MacBeth sono ben delineati in un’aria capolavoro che supera quella pur interessante del successivo sonnambulismo.

Carlos Cardoso, il tenore portoghese reduce del successo come duca di Mantova a Busseto, ci ha proposto il lamento straziante di Percy amante di Anna Bolena che decide di morire insieme a lei.

L’aria “Vivi tu” quasi alla fine del secondo atto, si rivolge a Lord Rochefort fratello di Anna ed è stata composta per la voce di tenore contraltino di Rubini, cantante di Romano di Lombardia, tanto amato anche da Bellini. Cardoso ha risolto la parte lenta con ampie frasi, legatissime e drammatiche: la voce risulta ben impostata e piena, capace di esaltare la scrittura donizettiana. La cabaletta “Nel veder la tua costanza” è stata cantata con particolare cura ma dobbiamo fare due segnalazioni: la mancanza della ripresa variata che avrebbe mostrato il perfetto bilanciamento tra parte lenta e parte veloce e la coda dove le qualità di Rubini hanno portato ad una scrittura alquanto impervia con sei scalette acutissime due che partivano da un do acuto, non di passaggio, ma invece sottolineato nella sua vertigine. Cardoso ha svolto la parte bene anche se lui appartiene ad un altro tipo di vocalità, un tenore più scuro quindi: plauso quindi al tenore che ha affrontato un repertorio non propriamente suo con ottimi risultati.

Assolutamente perfetto nella grande scena del Roberto Devereux introdotta dalla bravissima de Luigi con un intenso preludio. Drammatico il recitativo, palpabile la leggerezza in “Come uno spirto angelico” fino alla perentoria cabaletta “Bagnato il sen di lagrime” melodia che viene suggerita da Donizetti nella bellissima Ouverture dell’opera dove cita anche l’inno inglese.

Cardoso con fraseggio dai giusti accenti si trova qui in perfetta sintonia con una scrittura un poco più centrale in un ruolo scritto per il grande Giovanni Basadonna creatore dei ruoli del tenore anche in Fausta e Sancia di Castiglia. Invitiamo l’ascolto della omologa scena della Maria regina d’Inghilterra di Pacini dove l’aria del carcere di Fenimoore è esemplata su questa appena descritta.

Interessante anche il duetto dalla Stuarda “Da tutti abbandonata” interpretato dalla Yudina e Cardoso dove le frasi eteree di Maria si intrecciano a quelle Leicester in un gioco immacolato ben espresso dai due interpreti. Duetto proveniente dal Buondelmonte opera che nonostante sia una rielaborazione di Stuarda a causa della censura borbonica attende ancora una ripresa moderna.

Ritorniamo a Verdi col suo immenso Don Carlos che nella versione precedente ai tagli delle prove parigine dura più di 4 ore di musica. Aria-monumento è “Tu che le vanità” dal corrusco preludio che ricorda i cori dei monaci del sepolcro di Carlo V. L’aria inizia con una frase completamente scoperta dove buona è stata l’intonazione della Yudina per poi continuare con un drammatico recitativo, il ricordo della Francia e una ripresa della prima frase questa volta con accompagnamento al completo. La povera Elisabetta di Valois morì a 23 anni dopo il secondo parto, mentre qui vediamo una regina più matura, in attesa dell’ultimo incontro con Don Carlo.

Per chiudere questo interessante concerto Uran Urtnasan Cozzoli ha cantato le due arie della regina della notte da Il Flauto Magico di Mozart una più difficile dell’altra con una coloratura vertiginosa, dipanata con rara perfezione dalla Cozzoli fino ai netti fa sovracuti tema di ogni grande soprano di coloratura. Prova perfettamente superata con entusiasmo del pubblico.

Yudina ha cantato l’aria “Tu luna” dalla Rusalka finalmente affrontando il repertorio che le compete appieno, con dovizia di accenti e larghe frasi cromatiche.

Cardoso dopo i recenti successi ci ha proposto “La donna è mobile” con una coda dopo la seconda strofa, veramente eccezionale. Robustezza nella voce, sicurezza nella scrittura di un Verdi maturo tutte qualità che hanno portato al giusto successo scatenatosi in platea.

La scena rappresentava una grande tavolo con molte sedie in stile settecentesco, dai decori fastosi nel più autentico stile Belloni. Luci sempre cangianti ha sottolineare le varie arie che si sono succedute.

Le introduzioni di Andrea Scarduelli hanno stupito per il sempre originale inquadramento storico dei brani, con la spiegazione di molte etimologie e di varie curiosità che hanno stimolato un pubblico da tutto esaurito. Siamo particolarmente felici di questo concerto capace di offrire il meglio dell’opera: le Regine, di qualsiasi secolo esse siano, hanno ispirato grandi compositori creando sempre ruoli accattivanti, portando le linee vocali ai più sublimi ed estatici risultati e questo ottimo concerto lirico ce ne ha dato la prova.

Appuntamento il 21 e 22 novembre per la prima esecuzione assoluta della fiaba musicale Giacomo e la farfalla.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera