Falstaff alla Scala

Posted on 28 ottobre 2015 di

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Falstaff: Nicola Alaimo
Ford: Massimo Cavalletti
Fenton: Francesco Demuro
Alice: Eva Mei
Quiclky: Marie-Nicole Lemieux
Meg: Laura Polverelli

Direttore: Daniele Gatti
Regia: Robert Carsen

Questa fortunata produzione del Falstaff verdiano continua a mietere successi: Londra, Toronto, New York hanno accolto l’originalità dell’ambientazione conferita da Robert Carsen all’ultimo capolavoro dell’accoppiata Boito-Verdi. Tutto è ambientato in una Londra degli anni ’60 del 1900: in un albergo, in un ristorante, in un circolo esclusivo e in una cucina variopinta con la canonica grande finestra per gettare il malcapitato nel Tamigi. Spesso cambiando epoca si creano tante incongruenze, ma non in questo caso, poiché la genialità di Carsen ha risolto brillantemente ogni particolare: dal liuto sostituito con una radiolina, all’arricchito signor Fontana trasformato in un texano, Fenton trasformato in cameriere del ristorante di lusso e infine la scena a Windsor risolta in una festa borghese. Tutto è al suo posto, rivitalizzato, modernizzato e sempre al servizio della musica, composta da mille tasselli tanto che è difficile scorgere forme chiuse nel continuo divenire dell’azione. Qualche sproloquio di Falstaff, la minuscola aria “Quando ero paggio”, i duetti dei giovani amanti non si cristallizzano mai ma confluiscono nel procedere incessante. Boito a Verdi lavorarono per anni a stretto contatto creando sei scene divise in tre atti: lo stesso Verdi si sorprese poiché senza quasi volerlo ogni scena durava armoniosamente venti minuti, in uno schema musicale perfetto anche nelle proporzioni.

Nicola Alaimo è stato un interprete superlativo, un Falstaff credibilissimo, dai mezzi vocali adeguati e dalla trasbordante comicità, venata come prima del finale da un’ala malinconica e di amara rassegnazione. Un personaggio completo che sa giocare con se stesso, sbozzato da Alaimo in tanti particolari da consumato attore. Ne sono un esempio gli sguardi interlocutori dopo le richieste del signor Fontana, il monologo amaro alla presenza di un affamato cavallo e la vanagloria nel primo incontro con Alice (con il regalo della pelliccia), la sorpresa di un pasto a base di tacchino interrotto e le clamorose uscite dal cesto della biancheria. Le capacità vocali sono state pari ad un fraseggio formidabile, senza alcuna tema per acuti squillanti e con incredibilità duttilità nel porgere la parola. Raffinato il falsetto “Io son di Sir John Falstaff”. Un personaggio quindi perfettamente scolpito.

Eva Mei ha eseguito una raffinata Alice, sempre pronta a giocare qualche tiro con la nonchalance di un’allegra comare che sa ben trattare gli uomini. Voce lirica che si è espansa nella frase “E il viso mio su lui risplenderà” che da sola vale la riuscita del personaggio. Anche lei disinvolta nel breve duetto che precede il finale secondo, ha costituito per tutti gli atti la punta di diamante del quartetto delle donne gravitanti intorno a lei. Tra di esse emerge anche una vulcanica Marie-Nicole Lemieux ammirata nelle vesti di molti ruoli vivaldiani consegnati al disco per l’eternità e qui abilissima a piegare la brunita voce per una Quickly che esaspera il registro basso senza mai scadere nel grottesco, scatenando anzi numerose risate nel pubblico. Ampliando il ruolo di Alice la parte di Meg per forza si riduce a comprimaria (come succede ne La Gazzetta rossiniana dove il ruolo di Lisetta schiaccia quello di Doralice, nonostante nell’originale goldoniano i ruoli fossero equivalenti). Laura Polverelli di cui ricordiamo la Pia de’ Tolomei e il magnifico Crociato in Egitto ha quindi avuto poco spazio per emergere da da solista ma la sua bella ed educata voce si è sviluppata perfettamente negli assiemi dalla difficoltà ritmica sorprendente.

Fenton e Nannetta alla prima furono Edoardo Garbin ed Adelina Stehle, che si innamorarono sulle scene del Falstaff per poi sposarsi. Galeotta fu quindi l’opera, e sicuramente la loro intesa sentimentale fece risaltare l’amore dei due giovani. Francesco Demuro ha interpretato Fenton con voce piccola ma ben educata, con come unica espansione l’aria “Dal labbro il canto estasiato vola”, eseguita con particolare cura, coi giusti accenti e ottima intesa con la soffusa orchestra. La spigliata Nannetta è stata Eva Liebau, che si atteggiava a vispa ragazzina anch’essa dalla voce di non grandi dimensioni ma perfetta per il ruolo. Oltre che nei duetti che mai si sviluppano ma rimangono sospesi in aria come due baci, Nannetta ha il suo momento di protagonismo nella scena del bosco di Windsor, dove interpreta il ruolo della regina delle fate con una buona prova ne “Sul fil d’un soffio etesio”.

Sempre sopra le righe il baritono Massimo Cavalletti, qui nelle doppie vesti di Ford e Fontana, vestito da texano. Comicissimo il suo duetto con Falstaff: voce morbida e duttile, attore con notevoli risultati comici e sempre perfetti i sillabati nei grandi assiemi dove primeggiava tra gli uomini costituiti anche dal terzetto di Cajus, Bardolfo e Pistola, interpreti buoni dei loro ruoli giocati più sul canto-parlato che sul canto vero e proprio. Nel complesso dunque un cast di prim’ordine, che in tutti gli aspetti si è mostrato vincente, regalandoci un superbo spettacolo grazie anche ad un’orchestra dai mille colori, diafana e rispettosa del canto. Un’orchestra che forniva più un commento che un sostegno sonoro, tanto da essere di modello a molti posteri (fra cui un giovane Strauss, che scrisse a Verdi per complimentarsi).

Daniele Gatti, che avrà molti impegni futuri con la Scala, deve dipanare un’orchestrazione acquarellata e lo fa con la maestria di sempre, fino alla mirabile scena dai cangianti colori nel parco di Windsor e fino alla fuga “buffa” finale, di una perfezione ritmica assoluta. Proprio con questa fuga i personaggi salutano il pubblico e ancor prima della chiusura del sipario si fa luce in teatro: “tutti gabbati”. La regina Vittoria preferiva a quello verdiano il Falstaff di Balfe… de gustibus non est disputandum…

Pubblico entusiasta per uno spettacolo che non ha il minimo cedimento e anzi si rinnova continuamente. Un applauso a tutti. Prossimi appuntamenti alla Scala saranno Wozzeck e per due sere il Galà des etoiles.

Fabio Tranchida

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