Otello – Verdi – Re Lear a Parma

Posted on 20 ottobre 2015 di

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Otello: Carlo Ventre
Jago: Marco Vratogna
Cassio: Manuel Pierattelli
Desdemona: Aurelia Florian

Direttore: Daniele Callegari
Maestro del coro: Martino Faggiani
Regia, scene e costumi: Pier Luigi Pizzi

Dopo le burrascose accoglienze della prima di giovedì 1 ottobre, nata “sotto maligna stella”, eravamo non poco preoccupati dell’esito di questo Otello, spettacolo di punta del Festival Verdi, sempre più articolato e strutturato. Lo spettacolo a cui abbiamo assistito domenica 11 si è risolto invece in un caloroso successo di pubblico. Ogni elemento aveva trovato il suo giusto posto e la compagnia di canto ormai rodata ha dato il meglio di sé.

Carlo Ventre, sicuro in questa impegnativa parte, è entrato in scena dimesso come suggeritogli dal regista Pizzi ma già con “lo vinse l’uragano” tutta la potenza vocale di quell’acciaccatura è stato messa a fuoco. Intimistico il duetto d’amore e ben calibrato lo sviluppo della gelosia sempre più febbrile. La voce come fiume in piena, sovrastante la pur corposa orchestra, si è mostrata duttile ad una drammaturgia sempre in evoluzione. Anche come attore Carlo Ventre si è dimostrato perfetto per la parte con gesti chiari, precisi trasalendo di fronte al fazzoletto e gettando nel “livido fango” la sfortunata Desdemona.

Quest’ultima interpretata da una eccezionale Aurelia Florian che ha colto la fragilità della donna: non più l’eroina romantica delle prime opere di Verdi ma una creatura reale con la propria dimensione di donna entrata in un baratro di falsità dove è difficile sfuggire al proprio destino, per quanto ingiusto. Emozionante il suo duetto sotto “le pleiadi” ultimo atto d’amore e poi una discesa inarrestabile evidente nel maestoso concertato dell’atto terzo (versione originale) tutto sulle spalle di questa grande artista. Scena lunga e di grande intimismo la canzone del Salce e la successiva Ave Maria dove la voce della Florian si è fatta raccolta, perfetta nell’intonazione e negli struggenti accenti.

Ottimo Marco Vratogna, vero protagonista e burattinaio della vicenda: un ditirambo senza tema per il la acuti, un credo incisivo e corrusco hanno fatto sì che il personaggio venisse illuminato da una luce livida. Un cantante dall’ampiezza vocale notevole, sicuro nel cambio di registro, malefico nell’interpretazione. Si dice che per un certo tempo lo stesso volesse cambiare il titolo dell’opera in Jago, forse per il confronto con l’Otello rossiniano, e anche nello spurio preludio all’opera il credo blasfemo ha la sua parte. Buono il Cassio di Manuel Pierattelli e ben distribuite le parte di fianco.

Ottima la scelta del coro di voci bianche che ha dato il giusto colore al coro del secondo atto spesso trascurato. La presenza delle chitarre al posto dei mandolini stonava un po’ ma era un male trascurabile. Il coro del Teatro Regio in splendida forma, ha dominato la scena del temporale e con un “fuoco di gioia” davvero sfavillante. Sicurissimo nel breve inciso che accoglie Lodovico (i soprani salgono al Do acuto) e preciso nel lungo concertato davvero un arazzo dove trama e ordito devo collimare alla perfezione come in effetti è stato.

Daniele Callegari sfrutta un’orchestrazione iridescente, analizzando infiniti particolari specie nel reparto fiati e trova interessante equilibrio negli ottoni. Un teatro di media grandezza come il Regio risponde ottimamente alla grande orchestra della penultima opera verdiana e le voci vengono esaltate e per niente coperte da un’orchestra in stato di grazia.

Pier luigi Pizzi ci ha regalato uno spettacolo essenziale, giocando come suo solito su volumi ben definiti e spazi chiusi e aperti. Bello il faro che illumina tutto il primo atto, bastano tre porte invece per chiudere l’anima dei personaggi in un “chiostro” senza luce e via di fuga. Costumi semplici per il coro, più raffinati per i solisti tra cui quelli bellissimi di Jago e Cassio che sfoggiavano corpetti di pelle. Le luci davano uniformità a regia scene e costumi in mano a Pizzi con la collaborazione proficua di Massimo Gasparon.

Vivo successo di pubblico, con teatro tutto esaurito.

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Cordelia/Delia: Valentina Barbarini
Fool/Mica: Barbara Voghera
Lear in immagine: Giuseppe Barigazzi

Soprano Haruka Takahashi
Mezzosoprano: Ekaterina Chekmareva
Baritono: Lorenzo Bonomi e Gaetano Vinciguerra
Basso: Adriano Gramigni e Andrea Pellegrini

Ricerca, drammaturgia e imagoturgia, regia: Francesco Pititto
Music + Live electronics: Robin Rimbaud aka Scanner
Installazione e costumi: Maria Federica Maestri
Consulenza musicale: Carla del Frate
Consulente al canto: Donatella Saccardi

La serata si è conclusa con l’assistere al Re Lear, progetto mai completato da Verdi. Esistono addirittura tre libretti completi stesi in collaborazione con Antonio Somma dopo Un Ballo in maschera. L’aria di addio di Cordelia “Me pellegrina ed orfana” è confluita ne La forza del destino. Verdi diceva che fatto il libretto l’opera era compiuta e quindi avremmo voluto assistere almeno ad un’esecuzione del testo integrale visto che Verdi compì perlomeno quest’opera. L’esperimento a cui abbiamo assistito al Teatro Lenz di Parma a parte qualche breve citazione ha proposto una serie di brani verdiani da Luisa, Nabucco, Don Carlo, Rigoletto ecc. in una poco significativa miscellanea con proiezioni angosciose e ripetitive. Buona la prova di attori e giovani cantanti anche se abbiamo trovato fuorviante il titolo Re Lear che meritava ben altro trattamento in virtù dell’integralità del testo verdiano.

Appuntamento a Il Corsaro, l’unica opera composta per l’editore Lucca e dalla travagliata storia.

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