L’Elisir d’Amore alla Scala

Posted on 6 ottobre 2015 di

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Adina: Eleonora Buratto
Nemorino: Atalla Ayan
Belcore: Mattia Olivieri
Dulcamara: Michele Pertusi
Giannetta: Bianca Tognocchi

Direttore: Fabio Luisi
Regia: Grischa Asagaroff
Scene e costumi: Tullio Pericoli
Luci: Hans Rudolf Kunz

 

Con piacere abbiamo rivisto questa interessante e coloratissima produzione presente sul palco della Scala dal 1998. Protagonista assoluto è il segno grafico di Tullio Pericoli, illustratore famosissimo che ci ha trasportato in un villaggio fiabesco perfettamente adatto al clima buffo che si respira in quest’opera. L’elisir d’amore debutta alla Canobbiana (l’odierno Teatro Lirico di Milano) pochi mesi dopo la grande fatica di Bianca d’Aquitania che Donizetti e Romani furono costretti a mutare in Ugo, Conte di Parigi a causa di problemi censori, opera presentata sul palco della Scala non vincendo il confronto (proprio a causa delle modifiche imposte e non per la qualità della musica) con la rivale Norma che entrò invece in repertorio. Frustato per questa situazione paradossale si dedicò senza alcuna pretesa ad Elisir, attingendo molta della musica dalla Francesca di Foix composta per Napoli. Anche Rossini voleva musicare Francesca di Foix con un libretto Laurina alla Corte di Gaetano Rossi, ma la censura pontificia non la permise e così nacque La Cenerentola… ma questa è un altra storia…

Francesca di Foix essendo un atto unico aveva poche possibilità di girare i teatri come la coeva Romanzesca così Donizetti la sfruttò non poco per Elisir. Oltre a ciò il tema di ingresso di Dulcamara proviene dall’ingresso di Elisabetta ne Il Castello di Kenilworth (ascoltare per credere) e il tema saltellante dell’aria del ciarlatano proviene da un terzetto del La Romanzesca.

Un patchwork diventa nelle mani dell’abile cuoco Donizetti un’opera completamente nuova, indipendente, dotata di un soffio vitale grazie al funzionale libretto di Romani che supera di gran lunga il vaudeville francese Le Philtre da cui è tratto il libretto italiano.

Cast della serata di grande qualità, iniziando dal sempre simpatico Michele Pertusi, basso, baritono, basso buffo in poche parole cantante dall’ampia gamma di ruoli: “Udite o rustici” richiede un sillabato dirompente, qualità precipua in Pertusi. Davvero divertente la barcarola con un “senator tre denti” che fischiava ad ogni “s” rendendo il duettino esilarante. Tra i coristi si celava il sosia di Pertusi che giustamente aveva una piccola parte nell’azione della sortita di Dulcamara.

Mattia Olivieri è statp un giovane Belcore capace di sfoggiare una notevole voce di baritono, forse ancora non controllata alla perfezione. Ampia la voce in “Come Paride”, la cui matrice è (“Come un’ape” di Dandini) divertente il terzetto e il grande concertato del finale I con il suo iterato “babbuino”. Personaggio spavaldo reso molto bene da Olivieri, ricordando che Belcore alla prima fu cantato da Dabadie, il primo Tell della storia.

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Adina è stata una piacevole scoperta: una voce corposa ricca di armonici e ben educata. Eleonora Buratto ha cantato bene la parte dalla sortita nell’introduzione ai duetti con Nemorino, fino alla importante aria prima del Finaletto. Sicura è parsa anche nella coloratura impervia della coda. Per quanto riguarda “Prendi per me sei libero” occorre iniziare una breve parentesi. Quest’aria si presenta come una sacca nello sviluppo della vicenda ed è utile seguire nel dettaglio gli interventi di Donizetti a riguardo:

  1. rappresentazione a Parigi (gennaio 1839): Donizetti rimaneggia la musica con testo identico per Fanny Tacchinardi Persiani
  2. rappresentazione a Napoli (estate 1842): egli scrive una nuova cabaletta per Eugenia Tadolini, su testo diverso (“Obblia le tue pene”); questa cabaletta confluisce poi nel duetto tra Norina e Don Pasquale, diventando “O caro sposino” (Don Pasquale, Parigi, 3 gennaio 1843);
  3.  nel 1843, infine, Donizetti compone una nuova cabaletta, dando nel contempo un nuovo assetto all’intera aria

Questa continua elaborazione è indice dell’attenzione del compositore verso una risoluzione convincente della vicenda e confuta le dicerie riguardo al suo essere sbrigativo e poco preciso.

Atalla Ayan ha sostituito in queste repliche il titolare Vittorio Grigolo, che ha cantato nelle prime serate con tanto successo. Dove l’interpretazione di Grigolo era sempre sempre sopra le righe e gigionesca, Ayan si è dimostrato più parco. Valga per tutto la sortita di Grigolo con una grande damigiana e canna per bere durante il quartetto mentre il più ordinato Ayan è uscito con una bottiglia di elisir solo un po’ più grande del normale. La sua è una voce convincete: ampia e brunita, che con facilità sale all’acuto. Divertente nei numerosi duetti con tutti gli altri personaggi, ha riscosso particolare successo ne “Una furtiva lagrima”, cantata con note struggenti al pari della frase del concertato lento nel finale I. Il personaggio da bidimensionale è divenuto così tridimensionale.

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Fabio Luisi direttore che amiamo e di cui custodiamo gelosamente registrazioni del Verdi più raro, ha scelto tempi adattissimi e fatto brillare l’orchestra sempre al servizio delle voci. Incomprensibile tuttavia la scelta di tagliare di pochi minuti ogni brano, dico ogni brano, eliminando tutte le ripetizioni variate e studiatissime di Donizetti. Siamo nel 2015 e la partitura dovrebbe essere rispettata. Specialmente quando, come in questo caso, nella locandina ci si fregiava della indicazione Edizione Critica.

Nonostante ciò, pubblico da tutto esaurito e grande successo per gli interpreti.

Appuntamento fra qualche giorno al capolavoro verdiano: Falstaff sempre qui alla Scala di cui vi daremo pronta notizia.

Fabio Tranchida
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Posted in: Opera