La Gazza Ladra al ROF di Pesaro

Posted on 18 agosto 2015 di

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Fabrizio Vingradito: Simone Alberghini
Lucia: Teresa Iervolino
Giannetto: René Barbera
Ninetta: Nino Machaidze
Fernando Villabella: Alex Esposito
Gottardo: Marko Mimica
Pippo: Lena Belkina
Isacco: Matteo Macchioni
Antonio: Alessandro Luciano
Giorgio: Riccardo Fioratti
Ernesto/Il Pretore: Claudio Levantino
Una Gazza: Sandhya Nagaraja

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore: Donato Renzetti
Maestro del Coro: Andrea Faidutti
Regia: Damiano Michieletto

Superba produzione de La Gazza Ladra, che meritatamente ritorna all’Adriatic Arena come piatto principale del Rossini Opera Festival 2015. L’allestimento, di estrema modernità, è quello che nel 2004 diede lustro al giovane (ed oggi oramai affermatissimo) Damiano Michieletto, basato sull’intuizione che la piccola gazza non sia altro che una ragazza che sogna la vicenda. Un sogno divertente, che da innocenti furti si trasforma in un incubo per i personaggi e per la stessa ragazza  (ra-Gazza). Il gioco di bianchi tubi che incombono sulla vicenda, le luci marcate e gli abiti stilizzati sono elementi essenziali dell’unità di componenti sceniche che ha concorso a delineare uno spettacolo ormai storico.

Ed è il degno contraltare alla dedizione formidabile che Rossini profuse, nel pieno della sua maturità, per comporre questo capolavoro di oltre tre ore di musica e dalla complessa vicenda. Per gli appassionati ricordiamo che vi è una tale abbondanza di arie e pezzi alternativi composti successivamente da Rossini per adattare la vicenda a nuovi importanti cantanti che si potrebbe fare un cd di un’ora solo di questo materiale alternativo, di altissima qualità a testimonio delle attenzioni riservate a questa opera.

Anche sul fronte vocale il festival rossiniano non ha mancato di onorare l’impegno: cast equilibrato, compatto, saldamente guidato da professionisti di fama. Incominciamo dalla sfortunata Ninetta, Nino Machaidze, innocente nella sua aria d’esordo ma già drammatica dal duetto successivo col padre. Voce nobile, ampia e priva di vibrato, con arcate sonore prive di incrinature o incertezze. Dopo una deludente Fiorilla a Torino pochi mesi fa, l’abbiamo dunque ritrovata in grandissima forma e all’altezza di un ruolo così sfaccettato.

Il padre, uno spiritato Alex Esposito, è stato il protagonista più applaudito (come succedeva all’epoca di Filippo Galli!), a dimostrazione che si tratta di un personaggio tormentato e con una parte ampia e dalle notevoli difficoltà. Un vero basso cantante. Grande il carsima di Esposito, robustissima la voce per questo Fernando, parte cara a Rossini, che l’ha omaggiata di svariate arie alternative, sia per il primo che per il secondo atto.

Sorprendente la capacità di Marko Mimica nel tratteggiare il Podestà: un maturo magistrato che attenta alla verginità di una giovinetta, con tutti i tratti della pedofilia. Una inclinazione che ritroviamo nel Marchese di Boisfleury della Linda di Chamounix. Tuttavia, mentre Donizetti vira il personaggio trasformandolo in basso buffo tout court (forse per aggirare la censura austriaca), ecco che Rossini risulta più coraggioso, accentuando i caratteri funesti di questo mostro. Il falsetto “non posso non voglio” nella prima aria del podestà è stato spianato e tutto il personaggio è risultato più che credibile nella sua aberrazione. Mimica ha così tratto il massimo da una voce importante e da un physique du rôle senza dubbio già ideali per definire questo Podestà in tutta la sua arroganza.

Alex Esposito e Nino Machaidze

Alex Esposito e Nino Machaidze

Lena Belkina, già ascoltata l’anno scorso come Arsace nell’Aureliano, ha qui una parte più piccola ma adattissima alla sua voce da vero mezzo. Si segnalano soprattutto lo sproloquio durante il divertente brindisi ed il duetto del carcere con Ninetta, dove il verso “Mi cadono le lagrime” ha una stilizzazione musicale particolarissima. Ricordiamo che esiste anche un duetto simile per Matilde di Shabran e Edoardo (anche lui en travesti) nella prima versione dell’opera di cui non si è ancora stabilita la parte composta da Rossini e quella da Pacini. Anche lì l’effetto lacrima è altrettanto ben sottolineato.

Simone Alberghini ha saputo come sempre divertire con stile nella parte di Fabrizio. La sua spiccata musicalità emerge fin dall’allegria della sua sortita come “Bacco trionfante”, si conferma nella velocità sillabica della stretta dell’introduzione e si rivela del tutto nei concertati più impegnativi del Finale Primo e del “Quintettone” del secondo atto. Fu lo stesso Rossini a scrivere “Quintettone” in una lettera, anticipando così di anni l’espressione “Terzettone” usata per il Maometto II. La costruzione di brani musicali sempre più mastodontici testimonia la crescita e la maturità del giovane compositore. Matilde insegna!

La madre Lucia è stata tratteggiata dalla nobile Teresa Iervolino, da noi recentemente apprezzata anche come Oloferne a Venezia. Stizzosa all’inizio dell’opera, risulta invece vittima degli eventi e commossa per la condanna subita da Ninetta nella sua aria del secondo atto. Qui può sfoggiare la sua voce brunita e perfettamente controllata e piegata ad ogni inflessione espressiva.

Chiude la rassegna del cast Matteo Macchioni, che ha dato voce ad un Isacco volutamente stridulo e convincente col suo megafono. Ben assortiti e promossi anche gli altri comprimari (Alessandro Luciano, Riccardo Fioratti, Claudio Levantino, Sandhya Nagaraja).

Last but not least, un grande protagonista dell’opera è senza dubbio il coro, impegnato in un numero sorprendente di pagine, tutte svolte con la giusta professionalità dal Coro del Teatro Municipale di Bologna. Impressionante in particolare la scena del giudizio. Un Rossini in piena forma ha magistralmente tratteggiato questo momento teatrale, che si avvantaggiava il 31 maggio del 1817  delle innovative scene di Sanquirico alla Scala.

Il Maestro Donato Renzetti ha infine guidato con mano sicura l’orchestra bolognese. Numerosi erano gli ostacoli: dall’esuberante sinfonia aperta con i celeberrimi rulli di tamburo, alla marcia del ritorno del militare Giannetto fino alla complessa tenuta dei grandi assiemi. Nessuna sbavatura. 3 ore e 50 minuti di spettacolo volati via, rapiti da una drammaturgia avvincente (non per niente il libretto aveva vinto un concorso per selezionare poeti capaci) che ben ci cala nel clima dell’opera tipicamente francese di inizio Ottocento, con soggetti che ricalcano la temperie reazionaria post-rivoluzione.

Queste opere semiserie di Rossini, all’epoca tra le favorite del pubblico, sono state per oltre un secolo quasi dimenticate. Pensiamo a L’inganno felice, Torvaldo e Dorliska, La gazza ladra appunto e Matilde di Shabran. Solo recentemente e grazie al pubblico selezionato del ROF sono state recuperate, faticando comunque a rientrare nel repertorio internazionale. La loro natura anfibia risulta infatti ancora lontana dal gusto moderno, che vuole o piangere o ridere e difficilmente accetta una via di mezzo. Speriamo che il rinnovato successo di questa Gazza Ladra sia di buon auspicio per rompere queste barriere.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera