Edita Gruberova tre volte regina alla Scala

Posted on 25 luglio 2015 di

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Serata al cardiopalma per un mito della lirica che ha radunato al Teatro alla Scala centinaia di melomani in delirio: Edita Gruberova dopo anni di onorata carriera continua ad emozionarci con le sue interpretazioni. Donizetti e Gruberova sono un binomio e un connubio perfetto: lei per tutta la vita ha trovato in questo autore l’angelo custode che l’ha accompagnata per i teatri di tutto il mondo. Questa sera ha interpretato le tre regine (ci si dimentica sempre però della quarta: Elisabetta al castello di Kenilworth), personaggi che Edita ha assorbito e imparato ad interpretare fin nelle più minime sfumature. Procediamo cronologicamente nella disanima delle tre opere diversamente da quanto proposto in concerto.

ANNA BOLENA

L’ouverture di Anna Bolena è ancorata agli stilemi rossiniani e non si discosta dal trattamento del preludio iniziale e i 2 temi. Il secondo tema, proveniente da Kenilworth, sarà associato a Percy e proprio nella scena finale lo sentiremo riecheggiare alle parole “Che Percy non lo sappia”. Il crescendo invece riapparirà nell’aria di congedo di Giovanna Seymour, rivale innocente della spodestata regina. Esecuzione sufficientemente precisa, qualche attacco sporco, ottima la sonorità per un’orchestra non costretta nel funesto golfo mistico.

L’andante del coro muliebre in fa minore crea la giusta atmosfera alla grande scena finale. Ed ecco Anna con il drammatico delirante recitativo “Piangete voi?”. Ricorre il topos del pensiero di essere alle nozze (vedi Lucia, in nuce), che porta al cantabile celeberrimo “Al dolce guidami castel natio”. Eccezionale Edita nel regalarci un canto sempre sul fiato, delicati filati, aperture e terzine ricamate: tutto senza sforzo, quasi un sogno ad occhi aperti rotto dal suono dei tamburi che la fanno rinvenire. Entrano i tre pertichini che aumentano l’effetto del finale e il coro maschile. Gioiello l’inaspettato nuovo cantabile “Cielo, a’ miei lunghi spasimi” interrotto anch’esso dalla banda sul palco. La Scala non ha badato a spese e effettivamente la banda di numerosi strumenti ha suonato per queste poche battute, ma il libretto prevede anche colpi di cannone e campane che con la loro unicità avrebbero creato un effetto di straniamento ancora maggiore al fine di raggiungere la catarsi finale. Eccellente la Gruberova nell’infuocata cabaletta “Coppia iniqua”. Piglio energico e duttilità non hanno tuttavia nascosto due piccoli difetti: la difficoltà dell’articolare i 6 trilli ascendenti e l’effetto parlato al verso “in quest’ora tremenda”, piccole cose comunque. Da notare la dicotomia tra ciò che dice Anna e ciò che la musica esprime. Lei canta “non impreco” ma l’effetto musicale è diametralmente l’opposto! Lungo il si bemolle finale che porta allo svenimento, svenimento che dovrebbe essere commentato dai tre pertichini (Smeton, Percy e Rochefort), cancellati dal protagonismo della diva.

MARIA STUARDA 

La sinfonia della Stuarda è una delle più misconosciute, ma avrebbe bisogno di essere eseguita ad ogni rappresentazione dell’opera vista la sua bellezza. Mobilità armonica, veri e propri colpi di scena con inaspettati anticipazioni dei temi, orchestrazione brillante e uso spregiudicato del tamburo militare (come in tutte e tre le sinfonie odierne) . Il secondo tema è il tema della cabaletta di Stuarda nel primo atto e sicuramente Donizetti voleva omaggiare la Malibran che sosteneva il ruolo alla prima alla Scala. La sinfonia infatti fu aggiunta proprio in vista delle performances milanesi dopo che a Napoli l’opera fu bandita e il ruolo di Maria, modellato sull’acuta vocalità della Ronzi de Begnis, fu aggiustato e puntato per la figlia di Manuel Garcia. Sinfonia brillante di cui possediamo solo una copia manoscritta, mancando ancora all’appello l’autografo. Assurdo il mancato inserimento della sinfonia nell’edizione critica del canto piano edito da Ricordi, un enorme pecca che andrebbe sanata quanto prima.

Edita ci ha quindi regalato un momento di grande introspezione psicologica nel celebre duetto della confessione dal secondo atto. Un Larghetto che nulla ha da invidiare alle melodie “lunghe, lunghe, lunghe” belliniane: “Quando di luce rosea” è un sol minore che che si illumina a metà del cantabile in un radioso maggiore (tecnica usata anche in “Regnava nel silenzio” e “Una furtiva lacrima”). Aerea la cadenza che porta all’Allegro, in cui Talbot, un autorevole Giovanni Furlanetto, risulta vero e proprio confessore, incalzandola con domande per appurare i suoi peccati. “Ma giammai sottrarsi al Cielo” sconcerta per il cambio repentino di ritmo quasi allucinato. Edita in perfetta sintonia col direttore d’orchestra non sbaglia un tempo e piega sempre la melodia ad intenti drammatici. Peccato che la cabaletta sia stata recisa dal tempo di mezzo e dalla variata ripresa: oltre a ledere dal punto di vista dell’architettura musicale il taglio non permette di udire questo importante dialogo che porta all’ASSOLUZIONE: “Dunque innocente?” “Vado a morir” e poi “Si si innocente lo giuro io vado a morir”.

Maestoso il coro di familiari di Maria che descrive il truce apparato: solo nella parte finale le frasi rotte e spezzate si uniscono in una melodia di profondo cordoglio.  Saltata la grande scena della preghiera (poi riutilizzata in Linda) eccoci al commiato finale “Di un cor che muore” col suo spoglio accompagnamento e anch’esso con la codetta in maggiore. Importante l’intervento del tenore, un  giovanissimo Sehoon Moon, e grave assenza ancora una volta del triplice scoppio del cannone che sancisce l’approssimarsi della decapitazione: bastava una gran cassa dietro le scene per esaltare l’effetto voluto da Donizetti. Ne segue una melodia purissima “Ah se un giorno da queste ritorte” melodia che si increspa ed evolve portando la voce fino al si naturale. Ricordiamo che di entrambi i brani, cavatina e cabaletta finali, esiste una versione studiata per Maria Malibran che attende ancora di essere eseguita ed incisa.

ROBERTO DEVEREUX 

Sinfonia che si afferma come ormai indipendente dallo schematismo rossiniano. Lo dimostrano la citazione dell’inno inglese (come avviene nel Finale del Viaggio a Reims), il tema degli archi prettamente sinfonico (medesimi risultati con la sinfonia di Maria di Rohan) e la melodia saltellante della cabaletta tenorile che compare inaspettatamente come coda alla composizione, introdotta dai timpani solisti in fortissimo. Una gemma pura, brillante, veloce, spontanea aggiunta al corpus dell’opera in un secondo tempo, così come avvenne per la Stuarda (a Napoli si iniziava invece in media res con brevissimi preludi).

Il Larghetto “Vivi ingrato” ha una duttilità armonica insospettata con continui cangiantismi ed è da associare alla piena maturità dell’artista, evidente anche nella cavatina di introduzione di Maria nella Maria de Rudenz. Raffinata la discesa cromatica sulle parole “m’abbadona”, vero effetto espressionistico. Abile Edita ad accentuare tutti questi effetti con ottimi filati e una cadenza praticamente perfetta. Dopo le parole del coro “Qual terror” ecco il momento clou dell’opera: Elisabetta convulsa di rabbia e d’affanno aggredisce Sara. Sotto le parole “Tu perversa” ecco gli archi palpitare, modulare e intensificare l’invettiva. Peccato che questo tesissimo accompagnamento sia stato vanificato da una scelta sbagliata del tempo, che ha inflaccidito tutta la scena.

Ma eccoci alla melodia infinita di “Quel sangue versato”, autentico tour de force per ogni soprano. Un Maestoso al posto della stringata cabaletta per poter esprimere al massimo tutta la psicologia della regina che vede il sangue, vede un fantasima aggirarsi per la reggia e condanna Sara e Nottingham. Le due esposizioni hanno, caso raro, due testi diversi che valutano l’evolversi dell’allucinazione finale. Edita ha mostrato tutta la sua intensità drammatica, una tenuta di voce incredibile. Efficaci i parlati su “non regno, non vivo, uscite tacete”. Dopo innumerevoli applausi del pubblico in delirio Edita ha ripetuto indefessa la cabaletta, regalandoci un momento di intensa interpretazione. Una cantante dalla sterminata carriera alle spalle che sa ancora far tremare i polsi a chiunque sia ancora capace di emozionarsi. GRAZIE EDITA!

 Fabio Ezio Tranchida

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Posted in: Opera