Norma a Torino

Posted on 14 luglio 2015 di

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Norma: Maria Agresta
Pollione: Roberto Aronica
Oroveso: Riccardo Zanellato
Adalgisa: Veronica Simeoni

Direttore d’orchestra: Roberto Abbado
Regia: Alberto Fassini

E’ sempre particolarmente elettrizzante assistere a una prima di Norma, titolo immenso che poggia tutta l’aspettativa sulla protagonista, in scena durante quasi tutta l’opera. Un’occasione d’oro per il compositore per approfondire in maniera ampia la psicologia di questa donna, sacerdotessa, amante e madre. Solo Madama Butterfly decenni dopo potrà competere nel tratteggio di una figura così complessa.

Non possiamo quindi iniziare la nostra disanima se non parlando di Maria Agresta, centro catalizzatore dei nostri interessi. Sicuramente merito va alla sua insegnante, l’incommensurabile Raina, se l’Agresta è riuscita a scolpire un personaggio con tale potenza e profondità. Con “Casta diva”, la celebre preghiera alla luna, Bellini ha scritto una melodia infinita in cui il nostro soprano ha mantenuto perfetta intonazione, cantando sul fiato e senza temere le salite vertiginose e gli arabeschi (mentre il coro in pianissimo le faceva ottimamente da pertichino). Abbiamo sentito la Agresta anche in Oberto, Trovatore e recentemente una perfetta Liù ed anche oggi si è confermata all’altezza di questi importanti ruoli e pronta per Norma.

Il maestro Roberto Abbado purtroppo ha proposto una edizione con numerosi tagli, che hanno minato dalle fondamenta la struttura musicale dell’opera: quasi tutte le cabalette sono state decurtate, facendo zoppicare l’andamento in sottile equilibrio pianificato dal compositore. Il più forsennatamente deleterio di questi tagli ha danneggiato proprio Norma: la cabaletta “Ah bello a me ritorna”, un vero florilegio melodico, un vero pezzo di bravura che si contrappone al lungo cantabile iniziale, è durato appena 1 minuto e 15 secondi invece dei 4 minuti e 45 secondi usuali per l’esecuzione integrale! Lo stesso pubblico che ha riservato un’acclamazione esagitata per “Casta diva” si è reso conto della mancanza, rimanendo interdetto alla fine della cabaletta. Una occasione persa.

Eccezionale la performance di Veronica Simeoni che poco tempo fa ci era sembrata sottotono nelle recite a La Fenice (sempre come Adalgisa) e che invece oggi ha sfoggiato una voce dal colore bronzeo, interessante nell’interpretazione e ossessionata dalle inopportune lusinghe di Pollione. Bellini voleva scrivere per lei, sacerdotessa, una preghiera iniziale mentre Romani si rifiutò di aggiungere un solo verso alla parte, e così quel superbo pezzo con cui si presenta Adalgisa non è nient’altro che un coagulo di recitativo trasformato in invocazione da Bellini e così ben interpretato dalla Simeoni che anche nel successivo duetto ha dato prova di gran temperamento. Più che una fanciulla inesperta ha mostrato di essere una donna conscia del rischio delle profferte del tenore e capace di opporsi con forza, aiutata anche dall’amica Norma.

Veronica Simeoni come Adalgisa

Veronica Simeoni come Adalgisa

Completamente fuori parte Roberto Aronica, con emissione difficoltosa, addirittura legnosa e in evidente affanno in una parte scritta per Donzelli. La prima aria così ricca di cambi di passo è risultata uno stereotipato solfeggio finendo con metà della cabaletta per evidenti difficoltà nell’eseguire tutta la parte. Poco meglio nei pezzi d’assieme dove non era così esposto. Ne esce comunque un personaggio poco abbozzato.

L’Oroveso di Riccardo Zanellato ci è sembrato molto autorevole, la sua voce dall’emissione uniforme e bilanciata doveva sempre contrapporsi al volume sonoro dei cori, e i risultati sono stai premiati poiché sempre si distingueva l’intervento del grande basso.

La direzione oltre agli orrori dei già succitati e costanti tagli ci è sembrata sufficientemente precisa anche se con sonorità un po’ troppo uniformi: colpa anche di Bellini che solo con Puritani e i consigli di Rossini diventerà maestro del colore orchestrale. Ancora non si è trovato il direttore che abbia il coraggio di mostrare la Banda sul palco e non nelle profondità inudibili delle quinte. Ci vuole la banda in costume che dia effetto sonoro stereofonico alla partitura come prescritto dal Ricciardo e Zoraide in poi. L’effetto sperato da Bellini nel famoso coro “Guerra guerra” perde altrimenti il suo effetto dirompente.

Coro comunque molto bravo, puntuale e di numero sufficiente ampio per questa composizione: ne dimostra il caloroso applauso attribuito al maestro Claudio Fenoglio.

Spettacolo che abbiamo già avuto modo di apprezzare a Torino, spettacolo classico, semplice e tradizionale che serviva benissimo la musica. Successo completo. Ringraziamo il Teatro Regio per questa mini stagione estiva EXPO che dà la possibilità ai numerosi turisti ad assistere a 4 opere in successione. Oltre alla Norma di cui abbiamo parlato non perdete Traviata, Barbiere e Boheme per un’estate all’insegna dei capolavori operistici immortali.

Chiudiamo ricordando qualche curiosità:

  • “Casta diva” può essere considerata composta a due mani da Bellini e dalla Pasta che propose tante modifiche alfine da modellare la linea di canto a le sue straordinarie doti;
  • il coro del secondo atto “Non partì” deriva dall’analogo in Bianca e Fernando, opera napoletana mai sentita alla Scala;
  • i solisti Pasta, Grisi e Donzelli saranno impegnati poche settimane dopo anche nella Bianca d’Aquitania di Donizetti che fu costretto dalla censura e mutarla in Ugo Conte di Parigi alterando musica e trama, cosa che portò ad un clamoroso fiasco. La Pasta era talmente stanca delle performance di Norma che chiese l’eliminazione dell’aria finale di Ugo che poi passò nel Furioso come aria del baritono Cardenio “Raggio d’amor parea”

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera