Juditha Triumphans alla Fenice

Posted on 30 giugno 2015 di

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Juditha: Manuela Custer
Vagaus: Paola Gardina
Holofernes: Teresa Iervolino
Abra: Giulia Semenzato
Ozias: Francesca Ascioti

Direttore: Alessandro De Marchi
Regia: Elena Barbalich

Juditha è l’unico dei quattro oratori sacri composti da Vivaldi a esserci pervenuto, ma siccome ogni anno ci sono fortuiti ritrovamenti di composizioni del Prete Rosso in biblioteche europee non disperiamo che Moyses Deus Pharaonis, La vittoria navale predetta dal Santo Pontefice Pio V Ghislieri L’adorazione delli tre re magi al bambino Gesù nella capanna di Betlemme si possano prima o poi ritrovare.

Perché la Juditha supera molte opere profane è facile a dirsi: Vivaldi non doveva far i conti con il teatro S. Angelo o altri teatri sempre sull’orlo del fallimento ma poteva disporre di un’orchestra amplissima per gli standard dell’700: un coro femminile (spesso assente nelle opere vivaldiane per un fattore economico) e 5 soliste di provata esperienza. Un testo in latino di alta qualità, tutto una metafora della guerra turca per la conquista di Corfù che attualizzava l’episodio biblico.

Qui alla Fenice abbiamo assistito ad uno spettacolo straordinario dove tutte le componenti (canto, orchestra e regia) hanno funzionato con una sinergia speciale. Orchestra protagonista anche sulla scena abolendo così l’antistorico golfo mistico: Alessandro de Marchi, impegnato da anni al festival di musica antica di Innsbruck, è una autorità con pochi rivali. Già la scelta della sinfonia per supplire alla lacuna dell’autografo ha indicato un raffinato gusto del maestro, dimostrato anche dal ruolo di spicco del violino solista e dalle preziose cadenze del cembalo. Notevole iI movimento staccato a cui si sovrappone una melodia immacolata fino all’ascesa drammatica che porta al coro iniziale (in partitura) con trilli di trombe e esplosione sonora tale da imitare la metaforica banda dei giannizzeri.

A de Marchi appunteremmo invece la scelta di non aver utilizzato la seconda versione dell’aria di Vagaus (scritta per la Signora Barbara) di qualità e difficoltà superiori di quella invece eseguita, pur benissimo da Paola Gardina, parte sopranile che beneficia di più arie dello stesso Oloferne, suo comandante. Due arie sono state realizzate con particolare acume: l’aria che richiama al silenzio la città “Umbrae carae” e l’aria dopo la scoperta del cadavere “Armatae face”. Un contrasto nettissimo dalla flebile ninna nanna al furore sconvolgente, realizzato dalla Gardina con precisione e perfetta intonazione. “Armatae face” è stato in particolare un autentico fuoco d’artificio, scandito dalla sua voce con estrema attenzione e drammaticità.

Se Vagaus, l’eunuco di Oloferne e capo dell’esercito, è per numero di arie al secondo posto, protagonista assoluta resta Juditha, una grandissima Manuela Custer, che ha scolpito il personaggio con un caleidoscopio di riflessi. Certo è stata aiutata anche da arie di qualità sublime, ciascuna con una peculiarità. Nella prima un flebile accompagnamento permette alla voce di espandersi con notevole progressione sulla parola “libertas”, sottolineandone l’importanza. Segue l’aria dell’implorazione “Quanto magis” dove Vivladi lavora per sottrazione orchestrando per 4 violini con “piombi” cioè sordine più pronunciate del legno e viola d’amore. Melodia lunghissima, la Custer tranne qualche respiro inopportuno ha gestito benissimo la linea vocale sovraesposta. Superba nell’aria “Agitata infido flatu” dove il ritmo puntato imita il canto della rondine e la discesa sfogata e cromatica su “plorando” risulta modernissima. Coloratura asperrima, discesa contraltile, ampia cadenza estemporanea e sublimi variazioni che seguono una lectio difficilior sono tutti aspetti vincenti dell’interpretazione della Custer! E dopo la rondine ecco la tortora nel “Veni, veni me sequere fide”, con protagonista lo chalumeau. un largo affettuoso che si colora alle parole “Turtur gemo”. Capolavoro assoluto. Superba anche l’aria coi mandolini “Transit aetas per arrivare al recitativo accompagnato della decapitazione resa anche attorialmente benissimo.

Le arie di Oloferne per quanto belle non hanno certo questa varietà. Sono piuttosto statiche, marziali, come si conviene al personaggio e solo una è caratterizzata per alta espressività: è l’aria “Noli o cara” della Pars Altera con organo al basso e oboe seducente. Teresa Iervolino ci è sembrata cantante affidabile e perfetta nel ruolo en travesti. Tre arie affidate a Ozias, il sommo sacerdote Joachim nella Bibbia e il Papa nella metafora, danno al personaggio un ruolo particolare presente solo nel seconda parte (la seconda aria ad oggi è perduta). Parte difficile che sfrutta la corda contraltile nella quale Francesca Ascioti si è dimostrata ottima interprete, non temendo le scabrosità della linea vocale e infondendo alle due arie pervenutici un fasto maestoso. Minore la parte di Abra, socia di Juditha (che deve essere coetanea a Juditha, vedi Artemisia Gentileschi e non anziana come in Caravaggio). Abra ha arie semplici realizzate con ottima professionalità da Giulia Semenzato.

Proprio la Gentileschi (Arte mi sia gentil esca) risulta essere ispirazione della regista Elena Barbalich. Pittrice e regista per uno spettacolo cantato da sole donne. I costumi atemporali dai colori netti, rossi, neri e gialli nella prima parte fino al banchetto del secondo atto dove mantelli coloratissimi ricordano le grandi cene del Veronese, tutto esaltato da fasci di luci nettissimi. Ottima la prova del coro disposto dalla regista con originale varietà di movimenti: interessante la chiusura della prima parte con le vergini ebree gementi a lume di candela e la scena con bastoni che esaltavano il canto.

Abbiamo visto due repliche per godere appieno di questa produzione perfetta sotto tutti i punti di vista. Vi rimandiamo alla prossima stagione alla Fenice, una stagione molto propositiva con molte rarità che seguiremo da vicino.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera