Lucia di Lammermoor alla Scala

Posted on 4 giugno 2015 di

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Enrico: Gabriele Viviani
Lucia: Diana Damrau
Edgardo: Vittorio Grigolo
Arturo: Juan José de León
Raimondo: Alexander Tsymbalyuk

Direttore: Stefano Ranzani
Regia: Mary Zimmerman

Sebbene Lucia sia oggi l’opera più eseguita di Donizetti, alla sua epoca la sua partitura di maggior successo era Gemma di Vergy, anch’essa basata sulla storia di una donna al limite della patologia psichica. La pazzia ha sempre avuto un forte legame con Donizetti, dal Tasso a Lucia da Sancia a Maria Padilla (quest’ultimo proprio un capolavoro scaligero).

Nonostante sia passato solo un anno dall’ultima produzione di Lucia alla Scala dobbiamo affermare che quest’anno ci troviamo di fronte ad una vera e proprio “prima”, poiché Stefano Ranzani con la collaborazione degli magnifici cantanti ha dato una lettura del capolavoro febbrile e piena di pathos. E rispetto l’anno scorso, quando ogni brano aveva perlomeno un grave taglio rendendo la partitura un amorfo moncherino, quest’anno ecco l’assoluta integralità: primo effetto di questo fondamentale rispetto alla partitura è che l’architettura di ogni brano è risultata comprensibile, vibrante con una logica interna e ha portato ad applausi calorosi ad ogni cadenza, con grande entusiasmo del pubblico (alcuni astanti non avevano mai sentito code e sezioni dei brani complete e tutti erano favorevolmente sorpresi).

Insomma una produzione degna della Scala finalmente, teatro che a Gaetano deve molto, dall’Ugo (la versione censurata di Bianca d’Aquitania), alla versione milanese di Fausta, ai vertici di Lucrezia, fino alla sfortunata Stuarda con la Malibran e alla maestosa Maria Padilla su libretto del Rossi.

Analizziamo qui di seguito l’opera dando importanza ad ogni numero musicale.

PRELUDIO
Il tetro preludio che da la tinta a tutta l’opera assomiglia tanto ad una marcia funebre, ma vi siete mai domandati “una marcia per chi?”. Il musicologo Tobia da Franchi ha postulato un interessante ipotesi: si tratta del funerale della madre di Lucia ed Enrico quest’ultimo infatti nel finale I dice “piange la madre estinta” ecco quindi entrare nella mente già minata di Lucia la sofferenza familiare a cui si aggiunge lo sfortunato amore.

INTRODUZIONE CORO E CAVATINA ENRICO
Nelle belle e semplici scene, la regista Mary Zimmerman ha evocato un paesaggio non gotico ma neo-gotico come fosse una rielaborazione ottocentesca. Normanno e il coro hanno quella componente dialogica che a Cammarano permetteva di far evolvere una scena altrimenti statica. Il baritono Gabriele Viviani ha intonato una buona “Cruda, funesta smania” ma è nella cabaletta che ha sorpreso eseguendola integralmente. Invece che il minuto dell’esecuzione dell’anno scorso di Cavalletti ecco 4 minuti di chiusa dell’introduzione dove genialmente Donizetti associa al canto spiegato di Enrico i pertichini di Normanno del religioso Raimondo e del coro dando senso di compiutezza all’introduzione. Due volte un meno mosso dà respiro alla coda ponendo termine a questo fiume di musica.

CAVATINA LUCIA
Un preludio d’arpa introduce questa fragile figura femminile. Diana Damrau ci ha sbigottito inizialmente, frasi spezzate, ritardi, diminuendo. Ciò che sembrava difetto, in realtà era una interpretazione del personaggio già in parte invasato e in forte squilibrio. Il passaggio dal minore al maggiore nella cavatina segna l’abilità di Donizetti nel raggiungere un acme musicale in un brano quasi da film horror (vedere anche la splatter Maria de Rudenz). “Quando rapito in estasi” viene cantato proprio in stato di esaltazione con voce piena, arcate sicure e allargando che andavano a scavare la personalità di Lucia. E in fine la codetta fatta apposta per le agilità della Fanny Tacchinardi-Persiani (figlia del tenore Tacchinardi e moglie del compositore recanatese Giuseppe Persiani) 24 battute di raro ascolto. Fanny diede voce anche a Rosmonda e Pia.

DUETTO LUCIA EDGARDO
Per niente stanca dopo la lunga cavatina la Damrau ha affrontato il duetto con il tenore, un eccellente Vittorio Grigolo dalla potenza sonora ancora aumentata se ce n’era bisogno, dal phisique du role perfetto, da vero tenore romantico e dalla mimica esagitata: passione e canto insomma il vero melodramma. Eccellenti le ottave nell’apoteosi di “Verrano a te sull’aure” due arcate dei protagonisti di rara compattezza. Non abbiamo potuto afferrare il Mib sovracuto sulla parola “pegno” di Edgardo, specificatamente scritto per Duprez (che cantò alle prime tra l’altro di Parisina, Les Martyrs e Dom Sebastien).

DUETTO ENRICO LUCIA
Lucia è in uno stato allucinato e giustamente tace nel recitativo accompagnato cantato da Enrico: l’entrata di Lucia risulta così ancora più convincente. Eccellente la sgranatura delle note della Damrau sulla parola “rigor” che chiude la prima esposizione. Il baritono, un poco più modesto, ha ritmato bene “Un folle t’accese” in sinergia con la soprano con andamento per terze. Il vivace “ Se tradirmi tu potrai” è stato intonato da Enrico con la giusta scabrezza e, nonostante Donizetti non ponga un cambio di tempo, ecco la risposta di Lucia in un rallentato che esprime la sottomissione lacrimevole della sorella. Sicuramente qui va dato plauso al concertatore e alla interprete; è da questi dettagli che si capisce lo studio capillare di una partitura che la popolarità vorrebbe fare diventare di routine.

ARIA RAIMONDO
Alexander Tsymbalyuk ha cantato in modo corretto un’ aria dal cantabile un poco statico rivitalizzata nel Moderato dagli intervanti di Lucia spesso omessi che determinano la sua accettazione di un matrimonio costrittivo. Tsymbalyuk sicuro nel non ampio spettro vocale delle richieste del ruolo è risultato autorevole in questo brano.

FINALE d’ATTO
“Per te d’immenso giubilo” è un coro celebre arricchito dalla sortita di Arturo prima della ripresa. Juan José de León proveniente dall’Accademia scaligera ci è parso accettabile nella piccola e ingrata parte del secondo tenore. Pensando a questo brano ci è sempre dispiaciuto che Verdi non ne abbia inserito uno simile per caratterizzare l’ingresso di Duncan nel MacBeth, dando corpo ad un personaggio per quanto esile fondamentale per comprenderne l’assassinio successivo. Entra Lucia, quasi una larva, solo per mettere la propria firma e l’ingresso di Edgardo porta al famoso Sestetto che per quanto bello giudichiamo inferiore ad altri esiti donizettiani. Interessante comunque la frase che è spina portante del brano “Ah è mio sangue, l’ho tradita” che porta il pubblico al giusto stato emozionale! La regista ha pensato bene di immaginare questo fermo immagine musicale, come la preparazione della foto di gruppo post matrimonio. Lucia sviene per poi riprendersi nella scena successiva, solo per essere sconvolta dall’ira di Edgardo, un Grigolo dal potenziale esplosivo nella corta invettiva “Maledetto sia l’istante”. Voce vibrante associata al gesto del riprendersi l’anello, una foga mai vista che porta a un “vi disperda” inaudito, degno invito alla fragorosa stretta.

DUETTO DELLA TORRE ENRICO EDGARDO
Nell’originale di Scott, Edgardo non raggiungerà mai Enrico a causa della sua improvvisa morte nelle sabbie mobili! Si avete letto bene le famose sabbie mobili scozzesi! Cammarano rimuove questo dettaglio e lo sostituisce con un topos del romanticismo: un temporale in piena regola che fa da ingresso a un Moderato dei due tutto puntato (sono due cavalieri): notiamo in questo brano una staticità armonica che nuoce allo sviluppo della vicenda riscattata dalla stretta per terze. Unico taglio alla partitura l’episodio ponte “Giurai strapparti il core” e la ripresa dove Donizetti scrive di suo pugno “L’uragano è al colmo” sottolineando un legame con l’inizio della scena, legame che in questa esecuzione non c’è stato.

CORO e GRAN SCENA RAIMONDO
Ecco il contrasto tra il coro gioioso e il racconto dell’omicidio da parte di Raimondo, prima un tema di danza dove vediamo la coppia nuziale accedere alla grande scala centrale che li conduce al talamo e poi il Larghetto dove il religioso che racconta in presa diretta il misfatto. Buono l’intervento di Raimondo galvanizzato dalla presenza del sempre puntuale coro.ù

ARIA della PAZZIA di LUCIA
Per la seconda volta alla Scala viene utilizzata la glassharmonica in questa scena capitale per la storia dell’opera, si tratta di uno strumento che fu depennato nella partitura dallo stesso compositore probabilmente per la difficoltà tecniche e risarcito con la presenza del più anonimo flauto. Lo strumento ascoltato è stato brevettato dall’esecutore stesso, presente nel golfo mistico. Egli ha avuto l’intuizione di non variare il diametro delle coppe di cristallo ma di allungare i tubi creando un suono diafano ma in grado di reggere il confronto con l’orchestra. La Damrau ha dialogato in maniera sorprendente con questo strumento creando effetti di deja vù con gli atti precedenti. Con la sua voce duttilissima eccola incantare in un soave “Alfin son tua”, al culmine dell’erotismo e della sottomissione. Una interpretazione coraggiosa che ha fatto alzare il livello di questa regia sotto altri aspetti prevedibile. La cadenza della Melba per flauto è stata adattata per glassharmonica dove semplici passaggi per lo strumento a fiato risultano diabolici per l’altro esecutore. “Spargi d’amaro pianto” staccato nel giusto tempo di Moderato con acuti SIb e terzine immacolate. La presenza di Enrico Raimondo e il coro come pertichini porta alla scena solistica ha un orgasmo sonoro di rara potenza ben concertato da Ranzani.

ARIA EDGARDO
Anche Bellini avrebbe voluto, sotto consiglio di Romani, realizzare un’aria finale per Rubini dopo la disperazione di Imogene, ma solo nella Lucia si compie questo processo e Duprez può permettersi un brano che se non supera il precedente perlomeno gli sta alla pari. Grigolo ha plasmato la sua allucinata disperazione con un recitativo da vero Sturm und Drang a cui è seguito il Larghetto “Fra poco a me ricovero”: un addio alla vita, una sottomissione ad un fato così crudele. La temperatura si è fatta maggiore con l’intervento del coro “Fur le nozze” (non notate una eccessiva banalità nell’armonizzazione di questo coro?). Ciò fa perdere il senso creato dalla marcia funebre precedente, altro legame al preludio dell’opera; ma è la campana a martello che fa spegnere ogni speranza di riscatto ai personaggi. Ecco allora presentarsi “Tu che a Dio spiegasti l’ale”, melodia eterna. Nessuna difficoltà per Grigolo a salire e scendere in questi archi granitici, nessun segno di stanchezza; e poi la magia del violoncello che fa propria la melodia della cabaletta ed Edgardo che feritosi canta a frasi spezzate, portando a termine lo spettacolo con un effetto di impressionante realismo. Donizetti ci riproverà con Pia e Marin Faliero a proporre la morte sulla scena con mezzi differenti ed esiti altrettanto sublimi.

Esaltazione generale del pubblico accortosi di sentire Donizetti come non si esegue di solito. Ranzani ha fatto un ottimo lavoro e ascolteremo tutte le repliche per assorbire osmoticamente questa lezione musicale.

Fabio Tranchida

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