I due Foscari a Piacenza

Posted on 26 maggio 2015 di

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Francesco : Leo Nucci
Jacopo: Fabio Sartori
Lucrezia : Kristin Lewis
Loredano: Marco Spotti

Direttore: Donato Renzetti
Maestro del coro: Corrado Casati

Sicuramente più debole del Marin Faliero, la tragedia I due Foscari di Byron fu scelta poiché la prima era già stata musicata con successo da Donizetti in competizione con I Puritani e i Cavalieri. In realtà l’opera romana della stagione 1844 doveva essere Lorenzino de’ Medici ma i tirannicidi erano proibiti. E così si scelse I due Foscari criticati solitamente per una certa monotonia, mancato sviluppo e uniformità di colori. Solo la barcarola del III atto sembra spezzare il clima plumbeo che permane nell’opera: più che un dipinto del Canaletto sembra una laguna grigia del Guardi, una auto-consunzione non solo della città ma anche dei suoi protagonisti.

L’adagio pianissimo e leggerissimo che imita il mare sembra già prefigurare episodi analoghi del Boccanegra. Ne segue la cavatina di Jacopo un Fabio Sartori in piena forma che ha strappato l’applauso sia alla fine della cavatina con voce calda e appassionata sia nella cabaletta memore del “Trema Bisanzio! Sterminatrice” del Belisario.

Peccato il grave taglio alla ripetizione della cabaletta che ha snaturato il brano già breve. Stiamo parlando di un’opera tra le più brevi di Verdi, meno di 100 minuti. Perché operare questi tagli? Perché rompere l’equilibrio così perfetto tra le parti musicali?

La recente Aida scaligera, Kristin Lewis, ha affrontato la scabrosa parte di Lucrezia (nell’originale byroniano Marina) dalla vocalità appena più contenuta di un’Abigaille o di Giselda. Bene “Tu al cui sguardo onnipossente” con l’arpa (vedere Desdemona, Zelmira e Imogene) ma il registro acuto è sembrato biancastro, insicuro e con una coloratura mai ben definita. Meglio la cabaletta “O Patrizi” con lo stesso incipit di quella di Israele (Byron intendeva l’oligarchia che lo aveva cacciato dall’Inghilterra) dove una voce più sicura non ha temuto gli scabri passaggi e le continue sincopi.

Un assolo di violoncello introduce il tormentato protagonista il Doge un Leo Nucci in ottima forma che ha catalizzato gli occhi sulla sua recitazione dando l’illusione che l’esecuzione non fosse in forma di concerto ma fossimo presenti sulla scena e potessimo scorgere l’acidario in fronte. Doveva emulare il grande Achille de Bassini, futuro interprete anche di Fra Melitone e sempre tenuto in gran considerazione da Verdi. “O vecchio cor che batti” compatto, sicuro, con il fa acuto solare, pieno, sottolineando il passaggio al modo maggiore. Nel duetto successivo con Lucrezia ecco un inaspettato pp alla parola “piangere” Non è ancora Germont ma la parola scenica è già presente. Duetto molto drammatico e ben cantato fino all’accelerazione imposta da Verdi “tu piangi? La tua lagrima”.

Preludio atto II ben eseguito ma l’applauso fuori luogo che ne è seguito ha rotto l’atmosfera che proseguiva nella scena e Preghiera. Assurdo il taglio effettuato da Sartori per ridursi il Cantabile. Perché cantare così bene, con voce piena, uniforme e calda per poi effettuare queste scorciatoie che vanno a minare l’edificio musicale?

Horribile dictu l’esposizione una sola volta all’unisono della stretta del duetto con Lucrezia invece che le tre frasi che portano ad un acme emozionale che è mancato in questo pezzo ridotto ad un moncherino amorfo.

Voce nobilissima quella di Marco Spotti che seguiamo dalla Dinorah parmense e che, sebbene relegato al ruolo di vero comprimario, è risultato autorevole. Certo che 100 battute in meno nel quartetto del II atto non hanno fatto che ridurre la sua presenza nell’opera. Peccato.

Emozionante la scelta di introdurre 2 bambine sul palcoscenico per enfatizzare l’abbandono di Jacopo dalla sua famiglia.

Verdi compone solo il concertato lento nel finale secondo e non la parte veloce: già sperimentava soluzioni alternative ma mentre in un capolavoro come Il Trovatore sistemava alla fine una frase come “Sei tu dal ciel disceso” qui nei Foscari manca una risoluzione finale e l’atto si conclude ex-abrupto.

Ottimo il coro molto impegnato in quest’opera nella famosa Barcarola: all’inizio Verdi pensava di musicare un’ottava del Tasso ma non voleva ripetere l’effetto dato dal Gondoliero dell’Otello rossiniano. Delle tre arie finali superbo l’addio del morente Doge, al suono di una campana funébre. Nucci ha dato il meglio di sé aiutato dal gruppo dei pertichini e coro che aumentavano la potenza della sua linea melodica e il respiro drammatico.

Ottima l’orchestra in un’esplosione di sonorità data dal fatto di non essere nella dannata buca wagneriana. Suono comunque ben bilanciato che non copriva le importanti voci che abbiamo ascoltato.

Standing ovation per il mostro sacro Leo Nucci che interverrà anche nella prossima stagione che potete vedere sul sito del teatro.

Teatro pienissimo per questo evento dedicato all’EXPO milanese. Un grande in bocca al lupo per la prossima stagione che propone anche delle rarità come l’Amico Fritz.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera