Prosegue il ciclo lirico al Belloni

Posted on 23 maggio 2015 di

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Da Oberto (o forse dovremmo dire Rochester) alla trilogia popolare culminata con la sfortunata prima di Traviata si identificano gli “anni di galera” come Verdi stesso li definì, anni in cui un’opera succedeva all’altra senza requie lavorando indefessamente per tutta la penisola e con due puntate a Parigi e a Londra. Un periodo frenetico dove l’arte di Verdi si affina step by step quasi impercettibilmente con scelte drammatiche spesso innovative e l’arte del canto che sempre più si fa approfondimento del personaggio.

In questa serata la scelta dei brani coerentemente ha proposto proprio questo periodo della carriera verdiana partendo da Nabucodonosor la sua prima opera ad entrare in repertorio; il baritono Pedro Carrillo di origine venezuelane ha mostrato un volume importante ma salite faticose verso le note più acute tipiche dei ruoli baritonali (il primo Nabucco fu il grande Giorgio Ronconi di donizettiana memoria). Le difficoltà mostrate erano sicuramente dovute ha una voca ancora non scaldata infatti nel brano impegnativo “Pietà, rispetto, amore” dal MacBeth ecco che il nostro si è mostrato all’altezza delle aspettative nonostante le notevoli modulazioni dell’accompagnamento verdiano. Carrillo aveva un altro mostro sacro da emulare: Felice Varesi.

Eccellente la soprano russa Taisiya Ermolaeva, dalla voce corposa, scura e flessibile al tempo stesso: una Odabella autorevole con un recitativo ben scolpito, ampie arcate sonore e in cadenza una scala semitonata di raro equilibrio. Il duetto che ne è seguito ha visto la partecipazione del tenore uruguayano Sebastian Ferrada che ha intonato il verso “del padre tuo morente” con una ampiezza notevole.

Peccato che la cabaletta non troppo raffinata di Verdi a causa di una scrittura sempre per ottave sia stata tagliata della metà rovinando il rapporto architettonico musicale col cantabile precedente. La cabalette vanno sempre proposte integrali a maggior ragione in sede di concerto dove non ci sono problemi di tempo o di drammaturgia. Purtroppo questi tagli inammissibili hanno avuto luogo in tutte le strette presenti nel concerto.

Il confronto più diretto con l’Attila di Verdi è l’opera Gli Orazii e i Curiazi di Mercadante eseguita nello stesso periodo. Attila è scabro, vivido, drammatico e possiamo dirlo un po’ tagliato con l’accetta, mentre il capolavoro del pugliese è rutilante, ripetitivo, sovraccarico ma steso con innegabile perizia e controllo delle masse più che per il singolo personaggio.

Il coreano Youngkwang Kim ha cantato un solo brano “Come dal ciel precipita” dal succitato MacBeth a parte piccolissimi problemi di pronuncia risolvibili con poco sforzo ha mostrato una voce profonda e uniforme in tutto il range. Certo anche quest’aria soffre di un certo schematismo nella scrittura.

Interessante il Brindisi di Lady MacBeth: la Ermolaeva con i suoi colori bruniti ha ricordato come interpretava il ruolo la Verrett. Ricordiamo che questo brindisi a Parigi nel 1865 veniva diviso col tenore MacDuff, noble écossais seigneur de Fiff, su insistenza di Léon Carvalho che nonostante l’imposizione di Verdi cercò di ampliare la parte di Montjauze.

Ottima la scelta di presentare I Masnadieri di raro ascolto. Nel cantabile “O mio castel paterno” il tenore abilmente ha sfumate la lunga nota su “età”; bella la sua voce controllata e vigorosa: sicuramente il migliore interprete drammatico della serata visibile anche dal piglio con cui ha attaccato la cabaletta che ha sofferto sia della ovvia mancanza del coro che sostiene le frasi del tenore sia del solito scellerato taglio solo per terminare con un acuto verista completamente fuori luogo. Invitiamo l’ascolto de I Briganti di Mercadante che nonostante lo stesso soggetto schilleriano propongono una vocalità belliniana essendo l’opera creata per “Il Quartetto de I Puritani”.

Ha concluso la serata la proposta di brani della trilogia verdiana, l’inno libertino di Franceso I “La donna è mobile”, ma molto più interessante i due brani de Il Trovatore con la nostra soprano russa in perfetta aderenza con “Tacea la notte placida” ( uno dei pochi auto-prestiti verdiani derivando da una lirica giovanile) meno a suo agio con la cabaletta dove i trilli e la leggere colorature non hanno avuto la giusta leggerezza forse anche a causa dell’attacco del tempo leggermente più lento del dovuto.

Bello il duetto seguente, un duetto veramente romantico quasi da romanzo gotico se leggiamo con attenzione le parole di Leonora non distanti dalle atmosfere Horror della Maria de Rudenz dello stesso Cammarano.

Ottima l’intesa dei due cantanti.

La Traviata (AMORE E MORTE) da cui prenderà il via il prossimo concerto sul Verdi maturo è stata ricordata con l’aria del tenore del II atto, ma solo col cantabile.

Elisa De Luigi perfetta negli accompagnamenti, sempre musicali e attenta ai dettagli della scrittura verdiana ha peccato nel non imporsi nell’esecuzione integrale dei brani a cui abbiamo accennato. Sottili e acute le introduzioni del nostro narratore preferito Andrea Scarduelli che ha fornito note a margine molto saporite. Ha curato il programma di sala con la solita maniacale cura sia nei testi che nelle immagini.

Successo decretato dal folto pubblico che ha occupato tutti i 98 posti del teatro, successo che ha costretto ad un bis: non allo scontato quartetto de La Maledizione “Bella figlia dell’amore” ma il più inusuale terzetto dall’Attila completando così il discorso musicale del 2° e 3° brano in programma.

Una serata interessante, giovani voci promettenti e un programma davvero ricco.

Fabio Tranchida

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