Billy Budd a Genova

Posted on 21 aprile 2015 di

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Billy Budd: Valdis Jansons
Edward Fairfax Vere: Patrik Vogel
John Claggart: Hector Guedes
Redburn: Christopher Robertson
Flint: Mansoo Kim
Ratcliffe: Simon Lim
Red Whiskers: Marcello Nardis
Donald: Daniele Piscopo
Dansker: John Paul Huckle
Un novizio: Alessandro Fantoni
Squeak: Matteo Macchioni
Nostromo: Claudio Ottino

 Direttore: Andrea Battistoni
Regia e costumi: Davide Livermore

Il rapporto privilegiato che ha Genova col mare rende quest’opera adattissima alle scene del Carlo Felice, che già nel 2005 col grandissimo Samuel Ramey aveva portato in scena questo capolavoro dove la declamazione si fa canto. Abbiamo ascoltato la versione in 2 atti rispetto agli originali 4, ma le differenze tra le due versioni non sono così decisive, cambiando solo principalmente il personaggio del capitano Vere.

Il vero punto di forza di questa esecuzione è la personalissima visione del regista Davide Livermore che senza scene e sfruttando i 2 ponti mobili del palcoscenico ha realizzato la nave: con i suoi rollii, con le sue vele-nuvole, con i suoi contrasti cromatici e le superbe luci dove il colore azzurro e blu era virato in mille sfumature.

In questo enorme spazio si muoveva il grande coro del teatro, tutto al maschile, comprendente anche 8 fanciulli, in qualità di mozzi. Sarebbe interessante scrivere un saggio sulla presenza di ragazzi nelle opere di Bizet, Ciajkovskij e Britten. Specialmente conoscendo le loro inclinazioni.

Vere nel prologo parla di “nel discorso divino qualche balbettio” prendendo così le parti del giovane Billy che proprio nel difetto delle balbuzie trova i suoi maggiori ostacoli. Il rapporto represso tra i due risulta ancora più forte del rapporto violento tra Billy e Claggart, quest’ultimo affascinato dal corpo eburneo del giovane marinaio. La scena più esplicitamente erotica voluta dal regista risulta essere una punizione di Claggart nei confronti del protagonista, quando dopo averlo messo sull’attenti col proprio bastone di comando lo passa voluttuosamente sui capezzoli in un atto non represso. Ma la gelosia e l’odio hanno il sopravvento e ciò che non può avere decide di distruggerlo. La tensione resta altissima e la grande aria di Claggart viene cantata mentre vediamo Billy dormire seminudo su un’amaca nella parte sottostante della scena. Raffinato connubio.

All’inizio del secondo atto tamburi quasi tribali introducono uno splendido coro; già Meyerbeer aveva creato una scena caleidoscopica sul ponte della nave nel suo estremo grand-opéra Vasco de Gama, Britten arriva a risultati altissimi con molti meno mezzi vocali e un’orchestra più nutrita. Conosceva direttamente quest’opera Britten? Non sappiamo ma un altro brano sembra derivare direttamente del Vasco, cioè il sogno del protagonista: un sogno-veglia in entrambi i casi dove un flusso continuo ma discreto di musica è sovrapposto a frasi spezzate. Una grande capacità di realismo in entrambi i compositori.

Nel secondo atto Billy è il ragazzo della Rivoluzione, mentre il l’odioso Claggart rappresenta il vecchio regime. Ciò porta all’uccisione involontaria del secondo e il successivo “Trial”, processo sommario dove le trombe suonano come trombe del giudizio. Un altro importante processo sommario è alla fine della versione originale del Don Carlos ma avendolo espunto successivamente è di difficile ascolto in teatro. Là era l’Inquisizione a colpire, mentre in Britten sono la cecità di Redburn e l’ignavia di Vere a portare all’impiccagione della vittima sacrificale. Superba l’aria di Vere dopo il pronunciamento della condanna. Flauti che annunciano il chiaro di luna sopra un “basso Continuo” di archi gravi, rappresentanti onde marine, sonno…

L’impiccagione finale

Billy Budd è stato interpretato da Valdis Jansons solo in questa replica di sabato pomeriggio. Notevole la sua interpretazione sia vocalmente che scenicamente: nessuna tema per una vocalità in parte acuta e col continuo martellare del declamato sempre più spinto.

John Claggart è stato Hector Guedes, maligno col suo scettro sempre in mano (un simbolo erotico neanche troppo velato). Voce non particolarmente ampia e cavernosa ma sufficientemente ben educata e dai nitidi contorni, senza alcuna sbavatura.

Patrik Vogel interpreta Edward Fairfax Vere, personaggio che acquista una luce particolare grazie al prologo e all’epilogo (aggiunti rispetto al romanzo di Melville). Personaggio complesso, dove tutto rimane implicito e solo accennato. Vogel ha avuto modo di realizzare un personaggio compiuto con una vocalità semplice e mai eccessiva, con particolare attenzione al fraseggio.

Il giovane veronese Andrea Battistoni ha tenuto saldamente una grande orchestra, evidenziando i colori cangianti di questa partitura e consegnandola ad un sinfonismo che fa da collante al declamato dei cantanti, tra i quali anche tante parti minori, tutte assegnate con intelligenza e con grande qualità finale. Particolarmente ben riuscita tutta la sezione dei fiati dalle fine marezzature.

Tutti hanno quindi contribuito al successo di questo grande affresco marino: il pubblico, invero un po’ latitante, ha accolto con vivo successo la rappresentazione.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera