Prova del fuoco per Bignamini

Posted on 14 aprile 2015 di

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Jader Bignamini

La stagione sinfonica 2014/2015 de laVerdi ha puntato molto sul suo “gioiellino” di casa, il direttore (ed ex clarinettista) dell’orchestra Jader Bignamini. Mentre le presenze di Zhang Xian si fanno sempre più sparute e routinarie, è il giovane cremasco a salire spesso in cattedra. A lui la direzione artistica ha affidato alcuni dei concerti più interessanti e delicati dell’anno. Uno su tutti quello odierno, che apre ufficialmente il Ciclo delle sinfonie dispari di Mahler di Aprile e che accosta nientemeno che due sinfonie “titaniche”: la Prima di Mahler appunto e la Quinta di Beethoven.

Fin dalle prime battute l’impressione è che Bignamini abbia una visione molto personale di questi due lavori, cogliendo in entrambi la loro natura di opera limite fra due secoli ed applicando nei due casi due interpretazioni stilistiche molto nette. In un caso, nella Prima si è notata una netta preferenza per i caratteri moderni di esattezza del fraseggio, di cura per la densità e differenziazione timbrica e di moderazione degli eccessi retorici. Nell’altro caso, nella Quinta, l’eredità del Settecento ha in qualche modo soverchiato la spinta forte e rivoluzionaria verso l’Ottocento. In entrambi i casi si tratta di una fuga dal Romanticismo, dal vibrato isterico, dalle tensioni armoniche esasperate, dalla magniloquenza enfatica.

Nel caso del “Titano” di Mahler i cambiamenti sono stati notevolissimi. Il clima di sospensione carica di inquietudine dell’incipit è stato bruscamente virato da quello di una fosca notte schellinghiana in cui tutte le vacche sono nere ad una sorta di luminosissima superficie vibrante, acquatica, in cui qualche pesciolino (i Naturlaute) zampilla fuori ogni tanto. Da qui in poi tutta l’ambiguità della sinfonia, che mescola la sfrenata gioia dionisiaca con il disorientamento dell’abisso panteistico, è stata di conseguenza risolta in una spontaneità da giornata primaverile forse fin troppo naif. Ne vanno apprezzati però i “fiori” (ma Mahler abbia tagliato proprio… Blumine… da questa sinfonia), ovvero i momenti di splendida ricerca timbrica in cui colori particolarissimi vengono isolati da Bignamini e condensati in nuclei udibili e riconoscibili. È una piega interessante della sua direzione, che si sta sviluppando molto in questa definizione coloristica che è stata la felice scoperta di alcuni grandi maestri del recente passato (viene a volte da pensare all’ultimo Abbado lucernese). La forma musicale tende a farsi luce, nel senso in cui la luce non è (del tutto) materia e può perciò mutarsi più rapidamente ed assumere aspetti più vivaci e netti.

Eppure, a conclusione, di questo approccio ci ha convinto pienamente solo il secondo movimento, mentre gli altri sono risultati eccessivamente svuotati del loro essere materici, torbidi, problematici e refrattari all’ordinamento apollineo della luce.  Nel terzo movimento ad esempio il sentore “aspro” del passaggio klezmer è stato azzeccatissimo, ma troppo compiaciuto e perciò molto distante dal clima decadente e grottesco che Mahler cerca nell’insieme. Analoga è stata una moderazione poco comprensibile nel Finale, che nasce proprio per dare sfogo ad ogni forza tellurica. Bisogna in ogni caso dire che l’orchestra, dopo qualche zoppicata iniziale, ha suonato splendidamente, con una chiarezza e duttilità notevolissime, esaltate specialmente dagli archi nei passaggi più stretti. Applausi davvero convinti al termine.

Per quanto riguarda Beethoven, il primo impatto è con la determinazione e rapidità con cui viene esposto il primo celebre tema. Nessuno spazio per riflettere: tutto avviene di filato. In men che non si dica, quasi senza aver nemmeno potuto introiettare l’esposizione, si è già nel contrappunto dello sviluppo, prodigioso per brillantezza. E così via si procede spediti per tutto il primo movimento, che scorre via con l’ovvietà di una dimostrazione elementare. E come tutte le dimostrazioni è notevole, ma un tantino sterile. Più intenso e memorabile il secondo movimento, con splendidi violoncelli e, pur nella costante rapidità, un raffinato gioco di rimandi su cui Bignamini sa far cadere l’attenzione. Qui la qualità luminosa degli archi sotto la sua direzione dà il meglio di sé. Ottimo anche il dinamismo del terzo movimento, che sfocia nel gran finale in maggiore. Ancora una volta tuttavia l’impressione è che tutto scorra via troppo presto, senza la dovuta “elaborazione del lutto”, ovvero dell’allontanamento dalla tonica. Premettendo che riteniamo questa sinfonia uno degli scogli più ardui per qualunque direttore, anche qui la prova di Bignamini è stata promettente e acuta ma ancora non del tutto convincente e commisurata alla dimensione del capolavoro. Meno entusiasmo anche dal pubblico, facendo pensare che forse sarebbe stato più saggio invertire l’ordine del programma.

Il prossimo weekend una vecchia conoscenza, Claus Peter Flor, porterà all’Auditorium la Terza sinfonia di Mahler. Seguiranno Axelrod e Hirokami per la Quinta, Settima e Nona che chiuderanno il ciclo nelle prossime settimane.

Alberto Luchetti

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Posted in: Sinfonica