Chailly ospita la “sua” Gewandhaus

Posted on 26 febbraio 2015 di

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Nel gennaio 2014, a pochi giorni dalla nomina a direttore musicale in pectore, Riccardo Chailly tornava sul podio della Scala guidando nientemeno che i Wiener Philharmoniker. Da allora gli occhi di molti milanesi sono puntati su di lui, in attesa di vedere che taglio prenderà la sua direzione. Dopo un solo appuntamento con la Filarmonica (concerto straussiano con la Harteros a maggio scorso), ritroviamo a distanza di un anno Chailly tornare ancora con un’orchestra ospite, questa volta per giunta proprio con l’orchestra con cui dovrà dividere il suo tempo una volta preso l’incarico a Milano: la Gewandhausorchester di Lipsia. E diciamo pure che il confronto diretto fra questa, che è una delle compagini migliori del mondo, e quella di casa in questo teatro non pare una mossa strategicamente vincente.

Prima di arrivare all’attesa prova, si passa tuttavia da un Concerto per violino e orchestra di Mendelssohn che spariglia le carte, tenendo orchestra e direttore in una posizione di guardia per mettere in evidenza il solista: Julian Rachlin. Vale la pena di spendere due parole su questo interprete, evidentemente talentuoso ma decisamente atipico. Di primo acchito sorprende negativamente per il suo suono poco voluminoso, molto chiaro e dal vibrato molto stretto. Specialmente le parti più nette e declamatorie, come l’incipit che subito espone il primo (splendido) tema o le cadenze finali con doppie e triple corde, non vengono esaltate da queste caratteristiche. D’altro canto vi sono dei preziosismi notevoli nelle code rapsodiche e nel languido secondo tempo, dove porta i suoi frutti una speciale tecnica di ornamentazione, basata su rapide cavate quasi glissanti. Per quanto l’orchestra abbia cercato di trattenersi, comunque eccessiva è parsa la sporporzione fra la densità e scurezza della Gewandhaus e la perorazione a tratti pigolante del solista. Entusiasmo moderato e nessun bis concesso.

Secondo tempo e Prima Sinfonia di Mahler che iniziano invece subito con tutt’altro piglio e che risvegliano un pubblico più specializzato e attento del solito, forse proprio perché attratto dai destini incrociati che l’evento odierno metteva in scena. Come spesso è accaduto, Riccardo Chailly è sembrato invece fare tutto il possibile per sottrarsi al centro dell’attenzione: la sua direzione è l’apoteosi dell’ordinario, con tempi quasi sempre sistematici e prevedibili, molto affidamento all’ottima orchestra e attenzione rivolta allo stretto controllo tecnico di dinamiche e tempi più che alle agogiche e ai fraseggi, ovvero alla parte interpretativa. Unica deviazione forse è stata una tendenza ad enfatizzare le differenze fra i tempi, ovvero accelerando le strette fino al parossismo (e ci può stare, visto il risultato ottimo) e rallentando i cantabili (scelta meno condivisibile, perché ad esempio nel terzo movimento si è sfilacciato tutto il filo di perle ritmico sottostante). Ne esce nel complesso una sinfonia compatta, precisa, intensa perché suonata da un assieme eccellente (a parte qualche distrazione, consolante!) e dotato di un suono eccezionalmente corposo e scuro. Eppure ne esce anche un confronto impietoso con chi questa stessa partitura l’aveva letta con tutt’altra profondità e sensibilità, meno di un anno fa, nella stessa sala e con un materiale molto meno valido. Pensiamo naturalmente a Salonen, che con la Filarmonica aveva eseguito proprio una Prima di tutt’altra prospettiva nel maggio scorso.

Il bicchiere mezzo pieno può essere in ogni caso costituito dalla conferma delle doti di Chailly come direttore pratico, che non si cura dei gesti da santone ma si premura di far suonare l’orchestra secondo principi di precisione e sostanza, ottenendo nel complesso risultati anche superiori alla media. In questo senso, rispetto al Barenboim incostante degli ultimi anni, ci sono prospettive di miglioramento. La direzione l’ha segnata nettamente la Gewandhausorchester stessa, dandoci il dovuto assaggio (almeno una volta all’anno) di cosa significa davvero fare musica sinfonica. Prossimo, decisivo banco di prova la Turandot di inizio maggio.

Alberto Luchetti

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