Mehta dirige Beethoven alla Scala

Posted on 15 febbraio 2015 di

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Zubin Mehta sul podio

Nell’intervallo fra una prova di Aida e l’altra (opera per la quale è subentrato al defunto Lorin Maazel), un ragazzotto quasi ottantenne di nome Zubin Mehta trova il tempo per dirigere egregiamente la Filarmonica della Scala in un concerto tutto beethoveniano. Programma non originalissimo, con l’ouverture Egmont seguita dalla Quarta e dalla Terza sinfonia, ma prova che, dopo un pigro inizio, riesce nel finale a lasciare il segno.

Preserviamo il dulcis in fundo e cominciamo descrivendo l’abbrivio un po’ scialbo. Sia chiaro: la mano di Zubin Mehta, la sua classe, la sua tecnica, sono sempre una garanzia e la qualità della concertazione e l’eleganza del fraseggio non cadono mai sotto un livello di guardia. Tuttavia, nell’Egmont, ci si aspetta anche un piglio eroico e una drammaticità che mancano totalmente nel quieto ondeggiare della bacchetta di Mehta. Da un certo punto di vista la sua è una lezione di direzione d’orchestra, perché l’anticipo è perfetto, il gesto sempre chiaro, l’impasto timbrico intenso senza essere pesante, le dinamiche sempre controllate. Eppure questo sembra non bastare, ed anzi diventa quasi un freno per una esecuzione che prende pericolosamente la strada compiaciuta dell’alta routine.

Qualche segnale di risveglio dall’accademismo avviene durante la Quarta sinfonia, che, schiacciata fra i due monumenti sinfonici che la precedono e seguono, sembra sempre richiedere a gran voce qualcuno che le dia la dovuta dignità. Mehta prende molto seriamente questo compito, forse troppo, perché la sua lettura inevitabilmente “senile” perde proprio quella freschezza e quella spontaneità che caratterizzano e differenziano questa sinfonia rispetto alle altre due. Nonostante alcuni splendidi passaggi, l’insieme resta monocorde e poco valorizza il gioco dicotomico che fin dall’inizio percorre la partitura. Non è un caso che il momento più interessante sia quello lento, quasi portato alla fissità dell’imperituro.

Tutto questo si ribalta quasi miracolosamente quando, dopo un opportuno intervallo, ritroviamo un Mehta trasfigurato per l’Eroica. Eppure il gesto è lo stesso, elegante e cullante di prima. Tuttavia lo scoccare della scintilla del genio irrompe improvvisamente e compie un mutamento impercettibile ma completo, che basta a liberare la serata dal binario della routine. È specialmente il secondo movimento (qui come nella Quarta) a segnare il cambiamento. La perfezione stlistica della netta suddivisione timbrica fra ritmo/armonia (timpani, pizzicati, legni puntati) e melodia (sempre distita da un deciso legato) che aveva reso monotona la prima metà del concerto diventa ora nella Marcia funebre un segno indelebile, un fluire di coscienza emotiva punteggiato da singhiozzi e lamenti che continuano a sostenerlo nella dignità di un dolore trattenuto, meditativo, nobilissimo. Vera Trauermarsch, dove Trauer è il lutto, cioè l’elaborazione del lutto: esperienza umana essenziale. Scopriamo così che fino ad ora Mehta aveva quasi scientemente evitato le dinamiche del forte e fortissimo, così da poterle usare tutte nei climax della Terza. La direzione dello Scherzo è una perla che andrebbe studiata da tutti gli aspiranti direttori d’orchestra, perché insegna cosa sia il lasciar suonare, e come pochi accenni possano significare molto più di un’infinita di smorfie e smanie. Questa eleganza, maestria e sapienza si rivela (come è giusto che sia nel carattere flemmatico) soprattutto nel finale. Esecuzione perfetta: stilisticamente equilibrata, muscolare senza strappi, perennemente spinta in avanti verso la risoluzione. In poche parole intensa, coinvolgente, emozionante come sa esserlo Beethoven, forse l’autore più difficile da dirigere “all’altezza”. Per fortuna esistono ancora maestri, e qualche volta si destano dal torpore.

Alberto Luchetti

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Posted in: Sinfonica