Tristan und Isolde a Zurigo

Posted on 9 febbraio 2015 di

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La ripresa del Tristan und Isolde di Claus Guth, ad un quinquennio dalla sua prima, era uno dei momenti salienti della splendida stagione zurighese. La sua interpretazione di una delle opere più celebri e importanti in assoluto parte subito col botto: Isolde e Brangäne sono infatti vestite ed acconciate allo stesso modo, come se fossero le due metà schizofreniche della stessa persona: l’una rappresenta la parte irrazionale e l’altra la coscienza critica che tenta di frenarla. L’idea resta poi un pochino priva di seguito (a parte il finale “ripristino” della coppia borghese Brangäne-Marke, mentre i due protagonisti giacciono morti al centro della scena), mentre l’opera si svolge nei tipici interni eleganti e monocromi di tutte le regie di Guth. Tipica sua è anche la soluzione del palcoscenico rotante (si pensi alle sue Aschenmond e Frau ohne Schatten), che aggiunge dinamismo e permette alcuni notevoli effetti teatrali. Una regia di livello ma che forse manca del salto di qualità per rimanere memorabile.

La ripresa in questo freddo inverno zurighese si segnalava comunque soprattutto per la presenza di Nina Stemme, soprano dalle qualità oggi del tutto uniche: volume, resistenza, precisione, sapienza di fraseggio… non manca nulla. Scenicamente ha ancora qualche goffaggine dovuta al fisico ma vocalmente è sconvolgente. Non c’è un solo passaggio dell’intero ruolo di Isolde (non proprio una passeggiata) che la metta in difficoltà. Impressionante soprattutto il monologo del primo atto, eseguito con naturalezza e semplicità quasi disumane. Per lei standing ovation finale, qui come a Berlino l’anno scorso. Oggi è quasi certamente la miglior Isolde che si possa sentire.

La morte finale

La morte finale

Un gradino sotto Stephen Gould nell’altro ruolo “monstre” di Tristan. Anche in questo caso ad impressionare è la resistenza e la consistenza della voce lungo tutta l’opera. Nemmeno il terribile soliloquio che riempe metà del terzo atto riesce a fiaccare la voce sicura e piacevole di Gould. Il suo merito principale è quello di saper risparmiarsi leggermente nel corso dell’intera serata per evitare ogni possibile caduta fragorosa. Se dunque l’intonazione non sfugge mai da una certa tendenza a calare, non accade mai che si arrivi alla stonatura o a suoni particolarmente inaccettabili. Anche nel suo caso si tratta forse del miglior Tristan a disposizione sul mercato (ma in questo caso anche per mancanza di alternative, perché sul fraseggio e sulla presenza scenica ci sarebbero parecchi margini di miglioramento).

Meno bene i loro due deuteragonisti, rispettivamente la Brangäne di Michelle Breedt e il Kurwenal di John Lundgren, entrambi con voce male appoggiata e visibili difficoltà a reggere le parti più tese. Sempre di livello invece la prestazione di Matti Salminen come Marke, un ruolo che conosce a menadito e di cui incarna perfettamente i tratti nobili ma mesti, carichi di rammarico e di un rimprovero quasi senza oggetto, alla vita nel suo insieme. Certamente la voce non è più giovanile, per usare un eufemismo, ma l’autorità dell’interprete vale ben più di alcuni suoni ruvidi in una parte come questa.

Unico punto debole della produzione resta insomma il manico: il direttore John Fiore. Senza far particolari danni, egli ha più che altro peccato di omissione, nella misura in cui ha lasciato scorrere fra le sue mani una partitura unica per tensione e densità di ispirazione senza imprimerle il dovuto pathos. Rallentare a dismisura alcuni momenti non basta a far percepire il clima febbrile, apocalittico ed esiziale di quest’opera.

Alberto Luchetti

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Posted in: Opera