Missa solemnis natalizia alla Scala

Posted on 21 gennaio 2015 di

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Soprano: Krassimira Stoyanova
Mezzosoprano: Daniela Sindram
Tenore: Stuart Skelton
Basso. Günther Groissböck

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore: Philippe Jordan
Maestro del Coro: Bruno Casoni

Al suo insediamento, il nuovo sovrintendente della Scala Alexander Pereira aveva preannunciato che avrebbe riportato il sacro nel teatro milanese. La programmazione per il classico Concerto di Natale della Missa Solemnis, enigmatico capolavoro fra le composizioni più estreme non solo di Beethoven ma dell’intera storia della musica, fa senza dubbio un passo decisivo in questa direzione.

L’eccellenza dell’esecuzione è garantita dal Coro del Teatro alla Scala, che non manca mai di dar sfoggio di sé in questo appuntamento natalizio dedicato. A maggior ragione in una partitura tanto complessa avrà avuto ulteriori soddisfazioni lo storico maestroBruno Casoni, applauditissimo. Anche l’orchestra è parsa in giornata di grazia, inclusi i reparti generalmente più problematici (anziché entrare in ritardo su un attacco questa volta un trombone si è limitato ad entrare in ritardo sul palcoscenico, a concerto iniziato!). Ascriveremmo almeno una parte del merito di questo successo a Philippe Jordan, direttore che ama le sfide impegnative sapendo che in esse può esaltare la sua capacità di gestire le grandi masse. La sua non è quasi mai una lettura rivoluzionaria o particolarmente geniale, ma il controllo dell’orchestra è invidiabile. Non è un cesellatore della singola linea o un maestro del contrappunto minuzioso, anzi, il suo gesto è a tratti approssimativo e plateale, ma è un maestro della sonorità, delle dinamiche e delle grandi gestualità musicali. Di fronte alla Missa Solemnis, avere queste qualità significa molto, e se pur dobbiamo imputargli qualche trascuratezza nei dettagli (particolarmente opache le fughe) e qualche eccesso di lentezza e monumentalità, il risultato nell’insieme risulta comunque di estremo impatto ed effetto. Comprende e sa amministrare le immense forze che questa partitura mette in gioco, e non è poco. Legge perfettamente una serie di macrostrutture che reggono brani altrimenti assordanti e saturanti come il Kyrie, il Gloria o l’infinito Credo, non soverchia mai le voci e dà sempre il giusto respiro agli interpreti.

Arriviamo così al quartetto vocale, che ha notevolmente guadagnato in qualità dalla sostituzione last minute di Edith Haller nientemeno che con Krassimira Stoyanova, uno dei soprani più quotati oggi, specialmente all’estero, mentre in Italia si è dovuta aspettare questa occasione per sentirla dopo anni. Si conferma insomma il piacevole trend che ha visto recentemente l’impegnatissimo Jonas Kaufmann sostituire all’ultimo Vogt in una recita di Fidelio! Maestrie di Pereira. La prova della Stoyanova è stata all’altezza delle aspettative, confermando che questa è decisamente una di quelle voci da sentire in ogni occasione possibile: emissione perfetta, fiati lunghi, linea di canto elegantissima, fraseggio appropriato, colore drammatico, intonazione impeccabile. Non manca nulla.

Promosso anche il mezzoprano Daniela Sindram (già Nicklausse alla Scala nel 2012), seppur con un vibrato largo che tradisce una proiezione non proprio sul fiato. Decisamente meno soddisfacente invece il duo maschile. Günther Groissböck è un nome sempre più noto nell’ambito operistico. Fra i bassi non profondi è senza dubbio nel novero dei grandi mattatori della scena odierna, ma in un ruolo dalla tessitura grave e dai toni severi e solenni come questo il risultato è problematico. Troppo evidente lo sforzo per mantenersi in un registro grave che non gli appartiene e troppo grottesca la caratterizzazione. Anche il tenore Stuart Skelton è parso quantomeno fuori ruolo, se non semplicemente inadeguato. Troppo spoggiata l’emissione per garantire una qualsivoglia omogeneità nei registri, e viene da pensare anche ad una forma di leggera raucedine per certe ruvidezze nei passaggi. Qua e là si comprende perché possa avere una discreta carriera da Heldentenor wagneriano, ma tenere un acuto e sovrastare orchestra e coro non basta per “portare a casa” una parte ricca soprattutto di ornamentazioni e di brevi interventi contrappuntistici.

A fronte di una parte corale e strumentale di altissimo livello, riconosciuta dal pubblico con ovazioni, il quartetto vocale è stato dunque la componente maggiormente migliorabile, complice forse anche la direzione di Jordan, che per caratteristiche ha premiato più la scrittura larga e opulenta di coro e orchestra che quella cameristica e miniaturizzata dei solisti. Menzione infine per Francesco Manara, primo violino impegnato in una dolcissima parte da solista per tutto il Benedictus. Nel complesso l’ardua prova del capolavoro beethoveniano può comunque dirsi superata, sperando sia di buon auspicio per una stagione che sarà ricca di sinfonie e musiche sacre austro-tedesche.

Alberto Luchetti

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Posted in: Musica sacra