Barenboim affronta la Nona di Mahler

Posted on 15 novembre 2014 di

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Daniel Barenboim

W.A. Mozart: Concerto n.27 in sib maggiore K595
G. Mahler: Sinfonia n.9

Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore e pianista: Daniel Barenboim

Programma alquanto bifronte quello con cui Daniel Barenboim decide di inaugurare la stagione sinfonica 2014/15 del Teatro alla Scala, la sua ultima da direttore musicale. Fra una prova e l’altra di Fidelio, in vista del prossimo 7 dicembre, il factotum israelo-argentino ha trovato il tempo di preparare una serata in veste sia di solista che di direttore, accostando un tardo concerto mozartiano (il n.27 in sib maggiore) ad una sinfonia impegnativa come la Nona di Mahler.

Seppur nel suo consueto stile “romanticheggiante” non particolarmente attinente alla filologia mozartiana, il Barenboim pianista non manca di sfoggiare alcuni colpi di grande classe. La sua eccezionale morbidezza del tocco ed i sapienti ritenuti, specialmente esaltati dalla melodia malinconica del movimento lento, non mancano mai di sortire un effetto larmoyant di sicuro successo. Lo stesso vale per la personalità dimostrata nelle parti più libere e virtuose, quali la Cadenza (molto personale) e il Rondò conclusivo. Si capisce che dietro quelle dita apparentemente tutt’altro che da pianista si nasconde un talento da musicista, leader e performer fuori dal comune. D’altro canto non ci arriva nulla di Mozart, nulla dell’estetica del Settecento, nulla di seriamente e profondamente meditato. Ma ci sono gli applausi, quelli sì.

Un discorso analogo vige anche saltando quasi all’altro capo della storia della musica con la Nona sinfonia di Gustav Mahler. L’orchestra pare in forma, non solo nei consueti ottimi legni (straordinari i fagotti e il contorfagotto, impegnatissimi nel secondo movimento) ma anche in reparti un tempo problematici quali i corni (da elogiare, e lo ha fatto anche Barenboim con un applauso dedicato, al primo corno). Tuttavia a fronte di singole prestazioni di buon livello l’assieme non ha convinto. Troppo sensazionalistico e poco preciso il gesto del direttore per garantire la precisione degli attacchi in una sinfonia così complessa e, a tratti, figlia del camerismo di Das Lied von der Erde. Pensiamo soprattutto al primo movimento, il più funestato da momenti di mero frastuono assieme ad un poco qualificabile Rondo Burlesque. Molto meglio i movimenti pari, che si sono giovati della solidità degli archi e di interventi ritmicamente molto più scanditi e definiti per gli altri strumenti. In particolare chiudiamo parlando della cosa più meritevole della serata: il secondo movimento, gemächlicher Ländler. Qui Barenboim ha saputo rendere perfettamente la transizione dalla spensieratezza del libero gioco alla noia fiaccante della ripetizione fino alla coazione ossessivo-compulsiva della conclusione.

Un pubblico un po’ distratto e smanioso di applausi ha dovuto soffocare il suo entusiasmo improvvido alla fine del terzo movimento, rimanendo poi leggermente traumatizzato dal finale in pianissimo del successivo Adagissimo. L’anno venturo la stagione prevede molto Mahler, sperando sia l’occasione per rendere un tantino meno estraneo questo repertorio, oramai patrimonio acquisito in qualunque altra nazione, anche presso il pubblico scaligero.

Alberto Luchetti

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