La Forza del Destino a Parma

Posted on 31 ottobre 2014 di

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La Forza del Destino a Parma

Il Marchese di Calatrava: Simon Lim
Leonora: Virginia Tola
Don Carlo: Luca Salsi
Don Alvaro: Roberto Aronica
Preziosilla: Chiara Amarù
Il Padre Guardiano: Michele Pertusi
Fra Melitone: Roberto De Candia

Direttore: Jader Bignamini
Regia: Stefano Poda

Abbiamo assistito a due rappresentazioni de La Forza del Destino qui a Parma con molta soddisfazione per via dell’alta qualità del cast e di un allestimento, seppur monocorde, di grande fascino e di atmosfera.

Piccolo prodromo… Forse anche a chi meglio conosce l’opera sfugge chi sia l’originario personaggio di Don Alfonso de Vargas! Ebbene, si tratta del secondo fratello di Leonora presente solo nella versione in versi e prosa della tragedia. In effetti Don Carlo dovrebbe morire nel duello al campo di Velletri (alla fine cioè del terzo atto verdiano) e sarà l’altro fratello, Don Alfonso, a ritrovare Alvaro nel convento alla fine dell’opera. Verdi, per ragioni di economia drammaturgica, ha fatto di due fratelli uno solo. Così facendo tuttavia le azioni dei protagonisti risultano meno comprensibili, e ancora meno comprensibili nella seconda versione scaligera. Infatti nella prima versione sanpietropurghese del duello del terzo atto, Don Alvaro pensa davvero di avere ucciso Don Carlo, e questa è una ragione valida per farsi frate ed espiare il delitto. Senza questo assassinio non si capisce altrimenti perché nel quarto atto lo ritroviamo frate. L’aria che giustifica la sua risoluzione ad entrare in convento esiste solo nella prima versione russa, è stupenda ma difficilissima per il tenore, soprattutto dopo un’ora di atto terzo. È divisa in tre brevi e concitati momenti: nel primo Don Alvaro pensa al sangue di un Vargas sparso, poi un breve miserere e infine una cabaletta senza ripetizioni ma con il sostegno infuocato del coro. Ecco un pezzo che supera per intensità la più celebre “Di quella pira”. Sentire per credere in questa interpretazione di Bergonzi:

L’eliminazione di quest’aria, modificando gli eventi della tragedia, fu sicuramente voluta da Verdi per semplificare le difficoltà di questa disorganica partitura, rendendosi conto che solo il grande Enrico Tamberlick poteva affrontarla ogni sera. Il finale del quarto atto terminava con tre morti ammazzati in scena: Don Carlo (in realtà Don Alfonso), Leonora uccisa da lui e il suicidio dalla rupe del convento da parte di Don Alvaro, in un enorme crescendo drammatico poiché nel frattempo scoppia una tempesta la cui musica era già stata preventivamente esposta nell’originale breve preludio che era presente prima della composita sinfonia ormai celebre.

Io stesso sono stato di persona, mentre ero in visita a Cordova, nel piccolo villaggio di Hornachuelos e la visione di questo convento francescano costruito su una rupe strapiombante mi ha suggerito che l’unica soluzione per terminare la tragedia era proprio il suicidio di Don Alvaro in questi elementi naturali così romantici come il burrone e la tempesta evocata da Verdi. Il terzetto “manzoniano” che ascoltiamo oggi per quanto di mirabile fattura non può appartenere al “corpus”dell’opera senza poche forzature.

Ma veniamo all’esecuzione parmense in questo Festival Verdi che invece delle solite tre opere a causa di molti problemi finanziari ci ha regalato solo quest’opera (assieme ad una Traviata di giovani interpreti).

Roberto Aronica ha tratteggiato un ottimo Don Alvaro, con voce tenorile di colore scuro e ben strutturata. Un vero tenore verdiano che ha affrontato bene, seppur con sforzo, le insidie dell’aria che apre il terzo atto O tu che in seno agli angeli. Il testo originale della prima edizione dell’opera metteva in bocca ad Alvaro la frase “Fallì l’impresa”: il fallimento di un’impresa teatrale era una sventura frequente nel mondo teatrale ottocentesco e nessun cantante o impresario voleva nemmeno sentir pronunciare una frase del genere. La frase infatti fu dalla seconda edizione dell’opera sostituita con “Fu vana impresa”. Aronica morente ha cantato mirabilmente il duettino Solenne in quest’ora giurarmi dovete con sofferti accenti e in perfetta sintonia con il baritono Luca Salsi, impegnato nella successiva Urna fatale del mio destino che richiede una voce baritonale molto estesa e di notevole accento tutte caratteristiche che Salsi ha mostrato. Reso implacabile dalla sua sete di vendetta, il personaggio è stato arricchito da Verdi con la canzone “Son Pereda”, che alleggerisce il tono facendo dialogare il Don con Preziosilla. Quest’ultima era impersonata da un’impressionante Chiara Amarù, ascoltata quest’estate in una magnifica Rosina al Rof e nel Comte Ory della Scala. Preziosilla è parte molto più impervia, con inattese volate verso l’acuto che la Amarù ha superato senza forzatura alcuna, con grande professionalità, muovendosi tra le masse e cantando un magnifico Rataplan assecondata da un coro sempre preciso e professionale. Ricordiamo che il personaggio di Preziosilla fu ispirato dalle figure omologhe che sono presenti nel secondo atto de L’Etoile du Nord: anche la Ronda composta per la seconda versione deve molto ad un coro di questo capolavoro di Meyerbeer.

De Candia e Pertusi

De Candia e Pertusi

Eccellente il Padre Guardiano di Michele Pertusi, sempre autorevole sia vocalmente che scenicamente. La voce si è un po’ schiarita e forse il religioso avrebbe bisogno un tibro più cavernoso ma non si può muovere alcuna critica alla bella prova di Pertusi artista di casa a Parma e vero erede di Filippo Galli. Roberto De Candia ha preso invece le parti di Fra Melitone, ruolo da buffo scritto su misura per Achille De Bassini, già primo Foscari ne I due Foscari (1844), primo Pasha Seid ne Il corsaro (1848) e primo Miller in Luisa Miller (1849). De Candia non è nuovo a questo ruolo: ricordiamo ad esempio che lo impersonò già alla Scala con Muti direttore oltre un decennio fa. Lo apprezzammo di molto anche rispetto ad Antoniozzi con cui si alternava nelle recite. La voce ancora brillante ma carica e importante ha distillato un’ottima predica alla fine del terzo atto ed ha reso benissimo la scena del fondaccio nel IV. Ottimo il veloce sillabato e le note più acute da vero baritono brillante.

Virginia Tola ci è parsa infine un gradino sotto gli altri, complice una annunciata indisposizione. Nell’uso (abuso) dei pianissimi si vede l’allieva (come anche la Agresta) della grande Kabaivanska, la quale a suo tempo aveva in repertorio anche quest’opera, ma con ben altri risultati. La Tola è stata molto drammatica in Me pellegrina ed orfana (aria proveniente dall’opera mai composta Re Lear, dove era l’addio di Cordelia), eseguendo una bella cadenza, ma è nella successiva Madre, pietosa Vergine nel secondo atto che alcune note nel registro più acuto sono sembrate fisse e vetrose, nuocendo all’incanto della pagina. Alcune difficoltà nei fiati anche nel lungo duetto con il Padre Guardiano. Meglio la Vergine degli Angeli sfruttando appieno la mezza voce. Si dice che La Vergine degli Angeli sia stata ispirata da una tela dello Scaramuzza, conservata presso la Collegiata di Cortemaggiore. Verdi soleva recarsi spesso all’altare minore dove si trova questo dipinto per pregare, e così è nata la leggenda che sia stato ispirato proprio dal quadro che raffigura, appunto, la Vergine sollevata in cielo da una miriade di angeli. Una tradizione tipicamente francescana, e infatti ha questa dedica la chiesa di Assisi che contiene al suo interno la Porziuncola.

Don Carlo in mezzo ai cadaveri

Don Carlo in mezzo ai cadaveri

Purtroppo la regia soffocava l’aspetto comico di alcune scene, creando invece una tetraggine continua per tutta la durata dei quattro atti. Grandi pannelli che muovendosi creavano una croce in negativo, processioni lente e maestose e la battaglia come un intrico di corpi umani sono gli elementi visivi scelti da Stefano Poda, che ha firmato anche scene, costumi e luci. Luci sempre rasenti per enfatizzare le superfici scabre come cretti di Burri. Costumi senza tempo sfrangiati corrosi e insanguinati. Bella la scelta di far morire in scena sia don Carlo che Donna Leonora (con due violente pugnalate) e non come decise Verdi nella seconda versione nelle quinte per non esasperare le anime più candide. Spettacolo quindi di grande suggestione e uniformità dove l’orchestra, a parte alcuni attacchi, è stata diretta con professionalità da Bignamini: ottimi i suoi tempi incalzanti ma troppo problematico il rapporto fra buca e palcoscenico.

Peccato che questo Festival sia durato così poco; attendiamo la stagione 2015 del Regio per darvene pronta notizia.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera