Lohengrin a Zurigo

Posted on 27 ottobre 2014 di

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Lohengrin nella regia di Homoki

Lohengrin: Klaus Florian Vogt
Elsa von Brabant: Emma Bell
Ortrud: Petra Lang
Friedrich von Telramund: Martin Gantner
Heinrich der Vogler: Christof Fischesser
Der Heerrufer: Michael Kraus

Philharmonia Zürich
Chor der Oper Zürich
Direttore: Simone Young
Regia: Andreas Homoki

“Es gibt ein Glück”, “esiste una felicità”: è con una gigantografia di questa citazione, dipinta su una tela a pieno boccascena e con l’effige di due cuori che si toccano, che si presenta al pubblico la nuova coproduzione di Lohengrin che ha unito due dei maggiori teatri mitteleuropei: Opernhaus Zürich e Wiener Staatsoper. Il regista Andreas Homoki(peraltro sovrintendente del teatro zurighese) ha voluto che fosse questa frase a sintetizzare la sua lettura di un’opera che non smette mai di riscoprirsi moderna. Coerentemente con quanto avviene nel libretto di Wagner, non c’è punto di domanda al termine della citazione, ma in qualche maniera è inevitabile intuire almeno l’ombra dello scetticismo: “esiste una felicità?”. Non a caso questa è una frase di Elsa (nel duetto con Ortrud del secondo atto), ovvero di colei che, tentando invano di evitare di porre domande, non fa altro che riempire di dubbio ogni suo passo. “Es gibt ein Glück” diventa allora l’eterna domanda esistenziale dell’uomo, che brancola nell’ignoranza e procede solo nella fiducia che la risposta sia infine un “sì”.

Oltre a questo elemento simbolico, ripreso in scena da un quadretto che mostra la medesima scritta e figura e che Ortrud spacca di fronte ad una incredula Elsa, la messa in scena di Homoki non presenta grandi spunti, né visivi né intellettuali. Troppo angusta la scenografia di Wolfgang Gussmann, composta unicamente da tre pareti di legno grezzo. Troppo grottesca e priva di apparenti ragioni l’ambientazione in una Gasthaus monacense, con tanto di brabantini vestiti in Dirndl e Lederhosen e caratterizzazione popolaresca e quasi comica (in un’opera che di comico o più in generale di realistico non ha nulla) dei personaggi. Peccato perché la mano del grande regista a tratti è evidente, tanto nella cura dei movimenti corali quanto nella resa drammatica dei gesti e delle espressioni nei momenti clou, così come notevoli sono le luci del veterano Franck Evin (escluso l’orrido effetto discoteca nelle scene del cigno). E invece come spesso avviene si paga lo scotto del voler fare qualcosa di bizzarro ad ogni costo. Da segnalare anche un macroscopico plagio della regia di Guth per la comparsa di Lohengrin: anche qui la medesima posizione fetale e la medesima rivelazione su diradamento della folla che gli stava attorno. Lo stesso meccanismo torna poi quando Lohengrin deve scomparire, ed al suo posto appare il giovane e tremante Goffredo. Non ci è molto chiaro tuttavia il significato di questa trovata.

Sul fronte musicale la prova è stata di buon livello, senza cadute fragorose ma anche senza punte di particolare eccellenza. La Philharmonia Zürich è sempre deliziosamente precisa, morbida e trasparente nelle sonorità, tralasciando qualche sbavatura nelle fanfare delle trombe aggiuntive (posizionate su un palco di proscenio). Non ha particolari colpe in questo la direzione dell’australiana Simone Young (evidente la curiosità fra il pubblico per il fatto che fosse una donna a dirigere), a cui imputeremmo invece qualche imprecisione nella gestione degli attacchi per il coro. A difesa del direttore musicale dell’opera di Amburgo vanno invece le affascinanti scelte di colore e fraseggio nelle parti più melodiche, specialmente nelle invocazioni di Elsa.

I due protagonisti e il quadro sullo sfondo

I due protagonisti e il quadro sullo sfondo

I protagonisti vocali si sono parimenti assestati sull’elevato livello complessivo, con prevedibili allori per il Lohengrin di Klaus Florian Vogt (a cui oramai il ruolo calza come una seconda pelle) e per la Ortrud di Petra Lang. Il primo ha una vocalità particolarissima, quasi un trademark: timbro chiarissimo e non eccessivamente nasaleggiante, emissione flautata e fraseggio evanescente. Qualche affaticamento e secchezza si è notata in Im fernem Land, ma resta il Lohengrin di riferimento oggi assieme ed in opposizione a Jonas Kaufmann. La Lang ha invece caratteristiche completamente antitetiche: metallo brillantissimo unito a potenza e incisività, seppur con le consuete oscillazioni di intonazione che si riscontarno in quasi tutti i soprani ferrati in ruoli scellerati come Ortrud. Non è un canto pienamente controllato e tecnicamente impeccabile, ma l’effetto scenico è garantito. I loro  rispettivi partner erano Emma Bell (che sostituiva vocalmente in una sorta di playback la raffreddata Elza van den Heever, presente invece sulla scena) e Martin Gantner: voci precise e gradevoli che hanno saputo portare a termine la recita con molte meno difficoltà di tanti colleghi più celebri. Nessuno dei due peraltro pareva nel proprio ruolo d’elezione (troppo leggera lei e troppo chiaro lui), il che getta ombre sulle distribuzioni dei cast ma rende ulteriore merito alla prova dei cantanti. Non eccezionali infine il re Heinrich di Christof Fischesser e l’araldo di Michael Kraus, che si sono limitati al compitino.

Nel complesso uno spettacolo che mantiene una sua compattezza estetica ed un livello qualitativamente alto. Non si propone di reinventare il mito di Lohengrin, mantenendone sostanzialmente gli elementi seppur nella (a questo punto poco sensata) decisione di traslarlo in uno spazio rozzo e poco favolistico. Dopo aver “aperto” il calendario 2014/15 dell’opera di Zurigo in quanto prima Neuinszenierung della stagione, sarà possibile rivederlo in replica a luglio durante il consueto festival del teatro.

Alberto Luchetti

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