Zimerman chiude da maestro il MiTo 2014

Posted on 22 ottobre 2014 di

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Krystof Zimerman

W. Lutoslawski: Musique Funèbre
J. Brahms: Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in re minore op.15
J. Brahms: Sinfonia n.1 in do minore op.68

Pianoforte: Krystian Zimerman
Direttore: Alexander Liebreich
Orchestra della Radio Nazionale Polacca di Katowice

Settembre volge al termine e con esso anche la programmazione del festival MiTo, che da anni oramai si prodiga di riempire il vuoto culturale di questo mese “di transizione” nelle vite dei torinesi e (più recentemente) dei milanesi. Quando una cosa bella termina un pizzico di nostalgia prende sempre il sopravvento, ed a maggior ragione capita quest’anno, poiché si rende sempre più evidente con quanta fatica ogni nuova edizione riesca a vedere la luce, mentre il confronto col passato è impietoso.

Per lo più la ragione risiede nel netto decremento dei finanziamenti pubblici, che hanno portato alla necessità di una spending review anche nei costi artistici. Il concerto di chiusura del MiTo 2014 di cui vi diamo recensione è emblematico in questo senso: merito agli organizzatori aver capito che ci voleva almeno un grande nome per tenere alta la bandiera, ed ecco nientemeno che Krystian Zimerman, demerito dei finanziatori aver costretto la produzione a farlo accompagnare dall’Orchestra Sinfonica della Radio Nazionale Polacca di Katowice: francamente non all’altezza del solista connazionale (che probabilmente ne ha caldeggiato la scelta).

Non attribuiremmo colpe al direttore della serata, il sapiente Alexander Liebreich, che abbiamo già scoperto straordinariamente preciso e incalzante in altre occasioni, specialmente in veste di maestro di compagini da camera. Gli manca forse un poco di propensione per la magniloquenza di suono (complici l’orchestra non brillantissima, legni esclusi, e addirittura gli scherzi acustici dell’Arcimboldi), componente fondamentale nel Primo concerto per piano e nella Prima sinfonia di Brahms, ovvero nei due pezzi forti affrontati oggi. D’altro canto ha dimostrato di averne capito perfettamente gli equilibri architettonici. La conferma di questa intelligenza interpretativa viene anche dal terzo brano odierno, la Musique funèbre di Lutoslawski (sempre per rimanere in ambito polacco), che ci è parsa magistralmente “spiegata” nel suo sviluppo seriale da singole voci a grande climax fino al ritorno alle singole voci in spegnimento. Dove scompare l’unisono armonico o melodico emerge la sincronia delle dinamiche, estremamente variabile e punteggiata da strappi efficacissimi.

E soprattutto va dato merito a Liebreich anche per aver assecondato alla perfezione il vero protagonista della serata, Zimerman, nel concerto per pianoforte. Non c’è nulla di manierato, ruffiano o ammiccante nell’interpretazione del pianista polacco: la velocità d’esecuzione non è mai mero virtuosismo a scapito dell’articolazione espressiva, così come gli allargamenti lirici non ricorrono mai alla pesantezza dell’abuso di pedale. Il suo pianismo, che recita lo spartito con la stessa partecipazione intima con cui un bravo attore si immedesima nel copione, ci ricorda con forza cosa significhi essere un grande pianista, fortune oggi sempre più rare.

Ogni ripetizione dei temi assume una caratterizzazione diversa e personalissima. Il primo tema si presenta aspro, poi diviene irruente, quindi si compie deciso e affermativo. Il secondo ha tutta la malia del distacco dal mondo e segue questa sua natura fino a raggiungere l’estasi fremente. Spettacolare quindi il finale del Maestoso, con Zimerman che si alza scenograficamente dallo sgabello per mettere tutto il suo peso su quell’accordo di re minore. Tenerissimo a seguire il secondo movimento: un dialogo pudico ma pieno di sentimento fra amanti (il piano e l’orchestra) che si cedono il passo, alternando passione e trattenimento, fino all’unione mistica finale, col piano che ascende liberato dal peso del mondano in trilli di rara intensità. Dopo questo il Rondò non può che essere puro gioco: Zimerman parte in quarta e non si ferma più, sfidando l’orchestra a seguirlo. Qui il rarissimo equilibrio della brillantezza epurata da ogni ostentazione si materializza, ed è un vero piacere per l’orecchio. Peccato l’austerità e l’anti-divismo di Zimerman, che ci hanno privato di un bis richiesto a furor di sala.

In ogni caso è la prova che un (vero) grande artista basta e avanza per rendere una serata memorabile, a scapito di ogni spending review.

Alberto Luchetti

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Posted in: Concertistica